LA STORIA INTELLETTUALE DELLA PSICOANALISI, 1973-1998

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12 ottobre, 2012 - 13:07

La Storia dell'Innovazione Teorica

La storia intellettuale della psicoanalisi nel corso degli ultimi 25 anni può essere caratterizzata altrettanto bene come la cronaca degli sviluppi di una disciplina che si è andata spezzettando in una serie non ricomponibile di frammenti a seguito dell'impatto con una rete di diversità filosofiche di fondo, o come il resoconto della nascita di un nuovo paradigma che ha finito per trascendere le differenze d'opinione così caratteristicamente presenti nel dibattito che aveva impegnato la generazione precedente di autori. Entrambe queste letture alternative costituiscono delle narrative che finiscono per sottolineare lo sviluppo di un livello ineguagliato di attenzione, sia all'interno della psicoanalisi che da parte degli studiosi di altre discipline, per le tematiche epistemiche. La più contraddittoria di tutte tali questioni ancora irrisolte è quella che riguarda la natura stessa della psicoanalisi in quanto disciplina intellettuale, un argomento che quasi sempre porta con sé anche l'altro quesito relativo a quanto sia lecito classificare la psicoanalisi nel novero delle scienze naturali. La risposta a quest'ultima domanda dipende, a sua volta, da un altro tema filosofico (intendendo con ciò un tema che non può essere risolto su basi puramente empiriche), che è quello solitamente denominato come la questione mente/corpo.

Un certo numero di psicoanalisti si sentono liberi di trascurare completamente il fatto che le funzioni mentali dipendano da un substrato somatico e affermano, di conseguenza, che la psicoanalisi non deve essere considerata come una branca delle scienze biologiche. Tra costoro, Gill (1994) può oramai essere visto come l'ultimo autore che continua a credere nella possibilità di creare una psicologia scientifica che sia fondata interamente sulla comprensione dei contenuti mentali. La grande maggioranza degli autori che si collocano su questa posizione mentalistica hanno sposato un punto di vista totalmente ermeneutico, avanzato in origine da alcuni filosofi dell'Europa continentale, cioè un punto di vista che pone la psicoanalisi tra le Geisteswissenschaften, ossia quelle discipline intellettuali alle quali non si applicano gli standard e gli obblighi delle scienze naturali. Implicitamente, con la sua affermazione che la psicoanalisi può solo limitarsi a pretendere di giungere a una qualche forma di "verità narrativa" (piuttosto che non a una valida ricostruzione della storia personale del soggetto), anche Spence (1982) ha dato sostegno a questa ritirata rispetto alle ambiziose posizioni scientifiche da cui era partito Freud. Il caposcuola riconosciuto degli psicoanalisti ermeneuti in America è stato Schafer (1976, 1978, 1992), il quale fa coincidere l'efficacia terapeutica della psicoanalisi con un processo di riformulazione della storia della vita dell'analizzando compiuto usando la falsariga di una serie di "narrative di base".

La reazione alla sfida lanciata da questa opzione ermeneutica ha assunto due forme. Da un lato, alcuni epistemologi come Grünbaum (1984, 1993) e Strenger (1991) hanno respinto la finalità introdotta dalla semplice coerenza narrativa vedendo in essa una tesi troppo semplicistica, dato che costituisce qualcosa che può essere ottenuto anche a partire da un resoconto biografico fondamentalmente assurdo. Se non è possibile dimostrare l'infondatezza di nessuna interpretazione, la scelta tra punti di vista psicoanalitici in competizione non può più essere fondata su un terreno razionale, e la conseguenza inevitabile del tutto diventa allora il caos intellettuale. Queste critiche, appoggiate anche da psicoanalisti come Rubinstein (1997) e Edelson (1988), hanno inoltre dimostrato che lo sforzo degli ermeneuti, teso a negare il fatto che la psicoanalisi possa fornire spiegazioni causali dei fenomeni da lei osservati, costituisce un tentativo ingiustificato di sfuggire alla necessità di convalidare scientificamente tali ipotesi causali. Una seconda obiezione all'opzione ermeneutica, a mio giudizio ancor più incisiva della precedente, è rappresentata dalla considerazione, avanzata da diversi autori, dl fatto che nessuna di queste teorie è riuscita a evitare l'esigenza di postulare una serie di assunti biologici di base. Per esempio, quando asserisce che tutti i fenomeni mentali sono la conseguenza di qualche scelta attiva, Schafer postula un'ipotesi biologica, e questo è un fatto che egli manca però di riconoscere.

A causa dell'ambiguità (spesso deliberata) degli scritti di Lacan (1977), è difficile determinare se la posizione di questo autore coincida di fatto con quella dei mentalisti o non lo ponga piuttosto nel campo degli ermeneuti. Ad ogni modo, il disprezzo mostrato da Lacan nei confronti dell'empirismo colloca chiaramente la sua versione della psicoanalisi al di là dei confini delle scienze naturali. Il suo impiego esplicito del lavoro di alcuni filosofi come armatura di rinforzo per le sue teorizzazioni, inoltre, costituisce un'operazione analoga a quella compiuta dagli ermeneuti, a loro volta intenti a ricorrere a una cornice di riferimento simile; e anche se nelle due posizioni (lacaniana ed ermeneutica) sono richiamate idee filosofiche differenti, entrambi i sistemi teorici sono basati su fondamenta puramente razionaliste. Si badi bene che un tale impegno filosofico a priori preclude la possibilità di modificare la teoria di base anche davanti all'evidenza di una prova empirica contraria. Ed è proprio in questo senso che all'interno della comunità psicoanalitica hanno finito per svilupparsi una serie di rotture non più ricomponibili: non vedo infatti nessuna possibilità di riconciliare la scuola ermeneutica o quella lacaniana con i punti di vista psicoanalitici che aspirano invece a raggiungere lo status delle scienze biologiche.

Sono stati ovviamente i propugnatori della visione scientifico-naturale della psicoanalisi a dover reggere l'urto dell'attacco portato dalla critica epistemologica alla scientificità della disciplina. Grünbaum (1984) ha dimostrato in modo dettagliato che i filosofi che hanno letto la psicoanalisi come un insieme di proposizioni non soggette a confutazione da parte di una verifica empirica, hanno dato in realtà una rappresentazione deviata della teoria psicoanalitica esistente; egli ha però anche segnalato che le più importanti ipotesi freudiane non sono mai state convalidate. In specifico, Grünbaum ha attaccato l'assunto infondato tale per cui l'individuazione di un particolare contenuto mentale sarebbe in grado di convalidare qualsiasi proposizione causale all'interno della teoria psicoanalitica, un punto che nessun commentatore successivo è stato capace di contraddire. Questa critica clamorosa, proveniente in più da un difensore della psicoanalisi, ha svolto un ruolo chiave nel favorire il ripensamento dell'intero edificio teorico psicoanalitico.

Le contestazioni di Grünbaum sono state sostenute da due analisti dalle sofisticate capacità epistemologiche, quali Rubinstein (1997) e Strenger (1991). Quest'ultimo ha anche aggiunto l'importante passaggio tale per cui fintantoché la psicoanalisi vorrà continuare a pretendere di poter costituire un programma di ricerca fertile, il bisogno di validazione dovrà giustamente essere relegato in una posizione di minore urgenza. Questa posizione di Strenger è in accordo con il punto di vista dell'eminente filosofo della scienza Michael Polànyi (1974), il quale ha dimostrato che il progresso scientifico si verifica solo molto di rado come conseguenza di una serie di studi di validazione: al contrario, le nuove ipotesi finiscono per prendere gradualmente il posto delle vecchie perché hanno assunto credito presso una maggioranza dei rappresentanti di una certa disciplina come la migliore spiegazione al momento disponibile per un certo insieme di fenomeni. A questo proposito, la storia intellettuale della psicoanalisi non presenta, in fondo, alcuna differenza con quella delle altre discipline scientifiche.

A dare inizio al ripensamento teorico che ha caratterizzato la storia recente della psicoanalisi è stato il meticoloso lavoro di Rubinstein (ricomposto nel 1997 dopo la morte dell'autore). Pur senza dichiarare in modo esplicito l'insostenibilità del dualismo cartesiano, Rubinstein ha dimostrato che il mentalismo (che al dualismo cartesiano si correla) è di fatto incompatibile con le scienze naturali, poiché le sue proposizioni sono, in ultima analisi, inverificabili. Di conseguenza, Rubinstein ha sposato il punto di vista monista per la soluzione del problema mente/corpo, cioè quello che considera il cervello come un processore di informazioni. L'assunzione di questa posizione comporta la necessità di articolare una serie di proposizioni psicoanalitiche che possano al tempo stesso da un lato adattarsi ai dati osservativi raccolti all'interno della situazione psicoanalitica, e dall'altro conformarsi al nostro bagaglio di conoscenze neuropsicologiche. (In altre parole, Rubinstein si è mostrato implicitamente d'accordo con l'assunto di Grunbaum secondo cui le ipotesi psicoanalitiche necessitano di una validazione extraclinica). Un altro modo per riformulare questa posizione consiste nel dire che la psicoanalisi deve al tempo stesso spiegare un mondo di ragioni personali e un modo di cause organismiche.

Sebbene gli studi sul cervello non ci abbiano ancora fornito, sino a qui, prove sufficienti per impostare in modo completo il programma di validazione caldeggiato da Rubinstein, essi sono già comunque in grado di invalidare molti degli assunti biologici che Freud aveva posto alla base della costruzione della sua metapsicologia. Il punto più importante, a questo proposito, è che il "principio di costanza" postulato da Freud si è rivelato insostenibile. Rubinstein ha dimostrato che dalla constatazione di questa insostenibilità discende la conclusione che il concetto di "energia psichica" non può più essere considerato un concetto biologico valido: e dunque, continuare a farne uso nella teoria psicanalitica significa votarsi al ricorso a una nozione vitalistica, che contrasta con l'impegno assoluto di Freud contro la tendenza a postulare l'esistenza di entità non materiali. Inoltre, l'abbandono del costrutto teorico dell'energia priva la teoria pulsionale della sua base logica e dunque svuota del tutto anche la teoria strutturale freudiana del 1923.

Holt (1989) ha ampliato questa critica della metapsicologia freudiana. Egli ha segnalato che la metapsicologia si fondava sull'assunto erroneo tale per cui il sistema nervoso centrale sarebbe passivo. Holt ha anche dimostrato che Freud non ha mai abbandonato le ipotesi biologiche insostenibili che aveva preso a prestito dai suoi predecessori neurologici, quali ad esempio le spiegazioni puramente quantitative utilizzate per la comprensione del piacere e del dispiacere, che hanno sempre continuato a mostrare la loro presenza nelle sue teorie. Eppure, la maggior parte degli autori psicoanalitici si sono confrontati con la metapsicologia come se questa non avesse nessun collegamento con la fisiologia umana, e in tal modo le prove che permettevano di confutare gli assunti biologici freudiani sono state trascurate per molto tempo.

La sfida alla metapsicologia freudiana avanzata da Rubinstein e da Holt non è mai stata raccolta; nel corso degli anni '70, una serie di altri contributi (G. Klein, 1976; Schafer, 1976; Rosenblatt e Thickstun, 1977) si sono affiancati ai loro nel caldeggiare il ripudio di tali antichi assunti così screditati. Questo collasso del consenso per la metapsicologia ha condotto alla scissione tra coloro che hanno scelto di negare che fosse necessario trovare una base per la psicoanalisi nelle scienze naturali, e coloro che, come Rubinstein, hanno invece cercato di individuare una fondazione neuropsicologica valida per essa. George Klein ha tentato di giungere a una soluzione di compromesso, sviluppando cioè una teoria puramente "clinica" della psicoanalisi, ma neanche a lui è comunque riuscito di eliminare tutti gli assunti biologici dalla sua proposta, come ha segnalato Rubinstein nella sua critica al lavoro di Klein.

Rosenblatt e Thickstun hanno delineato le linee principali di una nuova metapsicologia, centrata sul concetto secondo cui le funzioni mentali consisterebbero fondamentalmente nella comunicazione dell'informazione. L'input informativo attiva una serie di sottosistemi della mente/cervello (in genere senza giungere al livello di coscienza). Le attività cerebrali hanno luogo per mezzo di un meccanismo cibernetico (di feedback) organizzato dapprima per settori, quindi in programmi integrati. Questi ultimi prendono la forma di una gerarchia stabile di scopi personali dell'individuo: allo stesso tempo, quando deve confrontarsi con un fallimento adattivo, il sistema gerarchico è in grado di ricorrere a qualche scelta alternativa a un livello più basso di integrazione. Il modello di Rosenblatt e Thickstun è essenzialmente congruente con lo schema gerarchico che era stati proposto qualche anno prima da Gedo e Goldberg (1973) a partire da una serie di considerazioni cliniche.

L'invalidazione della teoria pulsionale di Freud ha comportato la necessità di sostenere la psicoanalisi con una nuova teoria della motivazione, una necessità, questa, già riconosciuta da George Klein. Rosenblatt e Thickstun sono stati i primi a sostenere che questa teoria motivazionale doveva conformarsi a un modello cibernetico; secondo il loro punto di vista, gli affetti costituiscono la componente fondamentale del meccanismo di feedback che organizza la gamma delle motivazioni in un "sistema comportamentale". La definizione di una gerarchia di priorità dà luogo a un sistema sopraordinato di controllo che Rosenblatt e Thickstun hanno chiamato "il Sé". (Si veda anche Gedo e Goldberg, 1973; Klein, 1976). Lichtenberg (1989) ha fatto proprie queste proposte e ha compiuto il tentativo di specificare meglio le varie categorie di motivazioni umane innate. Vale la pena di notare che questo suo sforzo ha tenuto ben presente anche il forte invito di Rubinstein circa la necessità di considerare sia le prove psicoanalitiche che quelle neurobiologiche nella formazione della teoria. Lichtenberg ha postulato l'esistenza di cinque sottosistemi indipendenti di motivazioni innate: regolazione delle richieste fisiologiche, attaccamento/affiliazione, esplorazione/asserzione, avversione e sessualità/sensualità. (Secondo Hadley [1992], le prove neurofisiologiche suggerirebbero che la sessualità e la sensualità costituiscono due sistemi motivazionali separati). Nel corso successivo dello sviluppo, entrano sicuramente in gioco anche altre categorie motivazionali.

Lo sviluppo di una nuova metateoria, biologicamente più sana, è stato perseguito anche da una serie di studiosi che hanno cercato di correlare gli sviluppi più recenti delle ricerche sul cervello con i dati psicoanalitici. Levin (1991) ha suggerito che gli ambiti della comunicazione e della cognizione potrebbero essere considerati come due campi intermedi di studio, in coincidenza dei quali i risultati della psicoanalisi e della neurofisiologia possono intersecarsi. Egli ha anche sottolineato che l'acquisizione del linguaggio ha un ruolo organizzativo rispetto allo sviluppo del cervello. Questa intuizione introduce la possibilità di pensare che le modalità pre e protolinguistiche di funzionamento rimangano potenzialmente disponibili per tutto il corso della vita come "modelli inferiori di integrazione" all'interno della gerarchia funzionale. Questi aspetti del repertorio adattivo operano in modo automatico e inconscio, a un livello che risulta meglio comprensibile in termini fisiologici. (Hadley [1989] ha spiegato in questi stessi termini il fenomeno della coazione a ripetere).

Levin ha poi segnalato che l'organizzazione gerarchica del cervello in evoluzione implica che anche il modello psicoanalitico del funzionamento mentale debba a sua volta seguire un principio gerarchico, un punto che, nell'opinione di Levin, sarebbe stato per la prima volta soddisfatto dal lavoro di Gedo e Goldberg (1973; si veda anche Gedo, 1979, 1988, 1996). Il fattore gerarchico sul quale Levin si concentra è quello dei "potenziali-del-Sé-nel-mondo" dell'individuo, la cui mappa originaria viene inizialmente stabilita nel cervelletto per poi essere ritrascritta nei gangli basali e nella corteccia parietale centrale. Giunta lì, la rappresentazione comincerebbe poi a far parte della memoria a lungo termine, e quello sarebbe il punto in cui si stabilisce anche la coesione del Sé.

Le ricerche più recenti sul cervello hanno dimostrato il ruolo delle esperienze infantili nell'influenzamento della strutturazione del sistema nervoso centrale. Schore (1994) ha fornito un resoconto dettagliato di questi sviluppi, in particolare per quel che riguarda le strutture prefrontali cruciali per l'esperienza emozionale e per la regolazione del sistema nervoso autonomo. Attraverso una serie di meccanismi endocrini, queste strutture attivano i centri del piacere e del dolore. Circuiti di feedback che partono da questi centri e da altre strutture formatesi come risultato delle proibizioni materne producono un livello crescente di autonomia nell'autoregolamentazione dei comportamenti. In questo modo, Schore è stato in grado di dimostrare che la neuro-chimica sta alla base della psicologia.

Schore sancisce dunque ufficialmente il punto di vista gerarchico dell'organizzazione neurale, e di conseguenza di quella psichica. Nel suo schema, l'organizzazione del Sé si stabilisce a partire dai 18 mesi di età, quando si rendono disponibili una serie di capacità simboliche significative, l'emisfero cerebrale sinistro acquista predominanza e gli affetti cominciano a operare come segnali. Questa riorganizzazione, per altro, non è sicuramente quella definitiva: Levin postula che l'aumentata integrazione interemisferica, risultante dalla mielinizzazione del corpo calloso (all'età di 3 anni e mezzo), costituisca il punto nodale successivo per lo sviluppo del sistema nervoso centrale. Reiser (1984) concorda con questa visione dell'organizzazione neurale (e psichica) come gerarchia di modalità multiple all'interno della quale è dato di attendersi cambiamenti radicali di stato.

Secondo la Bucci (1997), gli ambiti della psicoanalisi e delle neuroscienze possono avere il loro grado massimo di integrazione sul terreno intermedio della psicologia cognitiva. La Bucci ha proposto un modello dello sviluppo cognitivo congruente con la scienza contemporanea del cervello, esattamente il tipo di ipotesi che Rubinstein aveva così auspicato che la psicoanalisi arrivasse a proporre. In questa gerarchia, la modalità più precoce è quella della processazione subsimbolica, che consiste in canali percettivi paralleli che in seguito possono o meno diventare collegati all'interno del linguaggio. Una seconda modalità, di processazione simbolica mediante immagini e parole, sopravviene dopo che il bambino ha cominciato a deambulare. Una terza modalità si stabilisce poi quando le connessioni tra processazione subsimbolica e simbolica cominciano a organizzarsi, un processo che la Bucci chiama "attività referenziale".

La revisione della psicologia cognitiva proposta dalla Bucci chiama in causa il modello cognitivo implicito nelle precedenti teorie psicoanalitiche, cioè il modello fondato sull'esistenza di un singolo codice comune di base, paragonabile al linguaggio, il che altro non è che la teoria sostenuta in modo esplicito da Lacan (1977). I dati neurofisiologici supportano la posizione della Bucci: esistono infatti dei sistemi separati di memoria per la processazione simbolica e subsimbolica, cioè dei sistemi, rispettivamente, dichiarativi e procedurali. (Questo spiega perché il cambiamento comportamentale è contingente rispetto all'aumento delle capacità procedurali ottenuto tramite misure che devono riuscire ad andare al di là del semplice confronto con contenuti mentali verbalizzabili. Per i dettagli, si veda Gedo, 1995, 1997).

La Bucci considera l'emozione come un sistema di risposta che serve da guida per l'azione, senza dover necessariamente giungere fino al livello di coscienza. Ella segnala che il nucleo della nostra affettività è legato a schemi percettivi non verbali, cioè a ricordi precoci che costituiscono la base del nostro senso del Sé. E dunque, la Bucci ritiene che il compito della psicoanalisi sia quello di produrre un aumento dell'attività referenziale al fine di rendere questi ricordi non verbali disponibili per la processazione verbale. La tecnica standard della psicoanalisi non ha prestato attenzione sufficiente alla necessità di sviluppare modalità differenziate di intervento (che vadano "al di là dell'interpretazione", per usare le parole con cui le ho definite io [Gedo, 1979]) per ogni grado della gerarchia cognitiva. Nei casi di aprassia cognitiva, potrebbe essere necessario assistere il paziente affinché egli possa, per la prima volta, acquisire un codice simbolico utile per confrontarsi con determinate materie (Gedo, 1988).

Secondo il punto di vista della Bucci, i sintomi, i passaggi all'atto e i sogni costituiscono tutti dei tentativi di processare il significato dell'esperienza umana a un livello non verbale. Ella postula che l'immaginario onirico rappresenti semplicemente uno schema emozionale subsimbolico che viene attivato durante il sonno. Quello che Freud chiamava "lavoro onirico" non sarebbe altro che la modalità standard di processazione subsimbolica; in altre parole, la Bucci nega che i "pensieri latenti" codificati verbalmente possano essere trasformati nelle immagini del sogno (si veda anche Bollas, 1987).

Anche Dorpat e Miller (1992) sono giunti alla conclusione che i dati offerti dalle neuroscienze possano permettere di confutare gli assunti freudiani sulla percezione, la cognizione e la coscienza, soprattutto la equivalenza da lui proposta tra percezione e coscienza. È oramai chiaro che sia la percezione che la memoria sono dapprima costruite e poi continuamente ricostruite. I sogni e le allucinazioni sono avvenimenti neurali: non sono causati da desideri inconsci. Il processo primario, secondo Dorpat e Miller, è una delle scoperte cardinali di Freud che sono state sostanziate dalla neurobiologia: esso è un sistema cognitivo che analizza le interazioni dell'individuo con l'ambiente. In altre parole, questi autori concordano con la Bucci nel ritenere che l'attività mentale del processo primario non distorce razionalmente i pensieri ordinati: essa è semplicemente il codice naturale del cervello destro. Tale attività costituisce un livello di capacità procedurale che viene gradualmente appreso e che , con la pratica, può diventare automatizzato; con la maturazione, essa può porsi alla base del fenomeno della creatività. Se a seguito della loro scissione i processi primari restano invece inalterati dall'esperienza, essi persisteranno allora in una qualche forma arcaica.

Vale la pena di notare che i dati dell'osservazione infantile raccolti dagli studiosi che non si ispirano a nessun punto di vista psicoanalitico, sono perfettamente congruenti con quelli ottenuti dalle neuroscienze e dalla psicologia cognitiva. La sinossi di tutti questi studi offerta da Lichtenberg (1983), descrive il bambino come un essere continuamente attivo, orientato verso l'oggetto e teso alla ricerca di stimoli. Il bambino possiede capacità di adattamento che si conformano a tutto ciò che chi si prende cura di lui è in grado di offrirgli. Nei neonati, i processi che hanno luogo nel sistema nervoso centrale producono gli stati di attenzione, pianto, quiescenza e sonno. La capacità di programmare il comportamento si sviluppa ben prima dell'acquisizione delle capacità simboliche e di riflessione. Questi segni di organizzazione a livello biologico sono sufficienti per confutare le antiche ipotesi evolutive, come quelle di Winnicott, della Mahler o di Melanie Klein, che adultomorfizzavano il bambino. Lichtenberg conclude che il trattamento psicoanalitico dovrebbe essere ridisegnato per confrontarsi con i derivati delle fasi presimboliche dello sviluppo, quali i deficit regolatori di base, i deficit cognitivi, e così via.

Stern (1985) ha utilizzato i dati delle sue ricerche di osservazione del bambino per costruire uno schema gerarchico epigenetico dello sviluppo del senso del Sé. (Questo è l'aspetto soggettivo della "organizzazione del Sé" sottolineato dalla maggior parte degli altri autori i cui contributi sono già stati citati). Stern è anche giunto alla conclusione che tutti gli schemi evolutivi proposti in passato dalla psicoanalisi erano insostenibili perché attribuivano al bambino capacità simboliche (la capacità di avere fantasie). Stern descrive diverse fasi evolutive nel corso dei primi 18 mesi di vita precedenti l'acquisizione del linguaggio, e i derivati di queste prime fasi costituiscono delle componenti importanti del funzionamento dell'individuo adulto. Lungo queste stesse linee, Freedman (1997) ha richiamato l'attenzione sul fatto che i neonati non hanno relazioni oggettuali: essi hanno invece esperienze che coinvolgono altri esseri umani, esperienze che producono cambiamenti nel cervello i quali, a loro volta, funzionano come una "attività mentale inconscia". Per come la mette Freedman, il solo concetto freudiano riguardante lo sviluppo precoce che avrebbe trovato sostegno nella biologia sarebbe quello di bisessualità!

Permettetemi ora di riassumere brevemente la storia della rivoluzione teorica che ho passato in rassegna fino a qui. Essa è sorta come conseguenza della comprensione del fatto che il sistema nervoso centrale è in primo luogo un processore di informazioni, una funzione, questa, che non comporta un trasferimento di energia particolarmente rilevante. I dettagli delle scoperte scientifiche sul funzionamento del cervello hanno così invalidato alcuni dei principali assunti metapsicologici proposti da Freud. In Nord America, la comunità psicoanalitica (va detto a suo credito) ha risposto con prontezza a questi sviluppi abbandonando la metapsicologia che, per quasi un secolo, aveva tenuto insieme la struttura teorica della disciplina.

Ed è stato proprio il problema di trovare un rimpiazzo per la cornice di riferimento biologica stabilita da Freud attorno al 1890 a produrre le recenti spaccature all'interno della psicoanalisi americana. Il modo più semplice per descrivere questo fenomeno è quello di distinguere da un lato i tentativi tesi a delineare un sostituto biologico sostenibile, e dall'altro le soluzioni mentaliste che cercano di confinare la psicoanalisi allo studio dei contenuti psichici. Tra queste ultime, fino a qui mi sono occupato soltanto dell'opzione ermeneutica, poiché i suoi sostenitori hanno espresso in modo esplicito i loro assunti epistemici; esistono anche altre alternative mentaliste che evitano semplicemente questi problemi teorici di fondo e che possono perciò essere discusse soltanto nei termini delle loro conseguenze cliniche. La versione esclusivamente ermeneutica della psicoanalisi è stata esaminata per esteso da una serie di epistemologi psicoanaliticamente informati: c'è un accordo di base tra costoro nel ritenere che il rifiuto ermeneutico dell'affiliazione al campo delle scienze naturali potrebbe portare la psicoanalisi verso una condizione di anarchia intellettuale, per limitarsi a citare solo la più rilevante delle loro critiche.

Se si vuole ricollocare la psicoanalisi su delle fondamenta biologiche modernamente valide è necessario rendere le sue ipotesi conformi con il piano di conoscenze già raggiunto a tutt'oggi dalle neuroscienze, dalla psicologia cognitiva e dall'osservazione del bambino (preverbale). È al tempo stesso ragguardevole e altamente incoraggiante notare come le prove più evidenti espresse da ciascuna di queste discipline risultino del tutto congruenti a una verifica incrociata. Ai fini del loro confronto con la teoria psicoanalitica, è molto importante sottolineare come tutti e tre questi campi di indagine abbiano organizzato i loro dati sulla base di una serie di princìpi evolutivi gerarchici ed epigenetici: ne consegue che sarebbe alquanto utile che anche le funzioni mentali venissero concettualizzate in questa stessa maniera.

Un tale punto di vista epigenetico mette in rilievo l'elemento della disponibilità permanente, lungo tutto il corso della vita, di alcune modalità arcaiche di organizzazione del comportamento rimaste ferme a livelli presimbolici. Stante che, nel corso medio prevedibile di uno sviluppo favorevole, questo nucleo biopsicologico della personalità acquista livelli crescenti di strutturazione quando viene ritrascritto in forma simbolica (una volta che la corteccia cerebrale sia divenuta sufficientemente matura), tutti gli autori che hanno lavorato nel tentativo di integrare la psicoanalisi con le altre discipline biologiche hanno puntato la loro attenzione su questo processo di "organizzazione del Sé", individuando in esso il punto cruciale su cui fondare una teoria psicoanalitica solida dello sviluppo della personalità. Per dirla in altri termini, abbiamo raggiunto un accordo sulla conclusione tale per cui una certa mole di dati provenienti da discipline affini hanno invalidato tutte le ipotesi psicoanalitiche precedenti sul primo sviluppo infantile, evidenziando come esse fossero state dotate di caratteri eccessivamente adultomorfici e patomorfici: il bambino preverbale si è rivelato, di fatto, non paragonabile con l'adulto disturbato.

Discuterò più avanti le implicazioni delle conclusioni teoriche su espresse per la teoria clinica e la teoria della tecnica, non prima, però, di aver passato in rassegna i contributi più recenti che hanno per oggetto questi due temi teorici.

Il Discorso Clinico: 1973-1998

Se confrontate con la rapidità del cambiamento subìto dalla teoria psicoanalitica di base, le proposizioni cliniche della psicoanalisi (e la sua teoria della tecnica) sono rimaste relativamente invariate. Questo dato risulta particolarmente evidente se si sceglie di puntare l'attenzione sulle varie scuole di pensiero che si sono contese il primato nell'arena psicoanalitica. Alcune delle monografie più autorevoli pubblicate in questi ultimi anni dai rappresentanti di questi diversi gruppi che si dedicano all'osservazione della psicoanalisi dall'interno, si sono semplicemente limitate a riaffermare l'ortodossia da sempre prevalente nella tradizione delle singole scuole. Due esempi di particolare rilevanza a conferma di questo fenomeno sono l'edizione aggiornata delle opere della Segal (1974), rappresentante di spicco della psicoanalisi kleiniana, e i contenuti scelti da Lacan (1977) per la presentazione dei suoi scritti al pubblico di lingua inglese.

Si potrebbe dare un giudizio di tenore fondamentalmente simile anche a proposito del modo utilizzato da Brenner (1982) per descrivere la psicologia dell'Io contemporanea, se si eccettua il fatto che Brenner ha comunque preso atto delle obiezioni epistemologiche avanzate nei confronti della metapsicologia freudiana. In conseguenza di ciò, Brenner ha elaborato una teoria clinica che non postula più l'esistenza dell'energia psichica e ha ridotto il suo campo di indagine ai conflitti intrapsichici provocati dai desideri (infantili) di natura sessuale o aggressiva. Pur senza quasi mai negare l'importanza delle vicissitudini pregenitali, la versione brenneriana della psicologia dell'Io risulta, de facto, interamente focalizzata sui derivati della fase edipica. In altre parole, la sua monografia cerca di mantenere le posizioni cliniche tradizionali della corrente principale della psicoanalisi americana, rifiutandosi di prestare attenzione a qualunque possibile contingenza per la cui spiegazione tali posizioni risultino di scarsa applicabilità.

Il fatto che, in pratica, questo riduzionismo sia destinato a portare a conseguenze disastrose è stato documentato in modo esteso da una notevole serie di pubblicazioni che hanno riportato i risultati di ben articolati studi di follow-up(Firestein, 1978; Schlessinger e Robbins, 1983; Wallerstein, 1986). Questi studi presentano i risultati di trattamenti analitici condotti in maniera tradizionale (in una cornice di riferimento riconducibile alla psicologia dell'Io),in tre diverse località (New York, Chicago e Topeka). Tutti e tre mostrano un grado notevole di ottimismo prognostico da parte del terapeuta che ha condotto le analisi in oggetto. Wallerstein, il cui campione comprendeva la proporzione più ampia di pazienti che presentavano disturbi gravi, giunge alla conclusione che l'impiego della psicoanalisi "classica" (cioè dell'analisi che si limita all'uso di una tecnica interpretativa) nei casi in cui siano presenti "indicazioni eroiche" è una scelta poco saggia, e mi limito a usare un eufemismo.

Anche nel lavoro con pazienti chiaramente meno disturbati, il materiale clinico dettagliato presentato in questi studi documenta il raggiungimento di risultati quanto meno deludenti: nel migliore dei casi, si assiste a progressi terapeutici modesti. Schlessinger e Robbins dimostrano che, al follow-up, le problematiche pregenitali irrisolte continuavano a interferire con l'adattamento dei pazienti i cui trattamenti avevano avuto come obiettivo esclusivo l'analisi dei conflitti edipici. In altre parole, l'assunto ampiamente condiviso secondo cui una nuova soluzione dei problemi edipici dovrebbe riuscire a modificare anche le disposizioni pregenitali, si è rivelato insostenibile. Questi autori concludono che gli attributi caratterologici cruciali per l'adattamento hanno la loro genesi in un'epoca evolutiva più precoce di quella edipica. Wallerstein arriva anche ad attribuire alcuni dei risultati clinici più deludenti all'attenzione insufficiente prestata alle tematiche più arcaiche.

Non ci sorprende dunque quasi per nulla che, per rispondere a questa insoddisfazione terapeutica, la generazione psicoanalitica precedente abbia dovuto sopportare la comparsa e/o la crescita di un certo numero di movimenti dissidenti all'interno della psicoanalisi americana. Tra questi, i più influenti sono stati quelli della psicologia del Sé e del punto di vista relazionale. Quest'ultimo combina insieme la cornice di riferimento proposta dalla teoria delle relazioni oggettuali, importata dalla Gran Bretagna, con il nostro orientamento interpersonale indigeno. Gli autori che hanno registrato la storia di questi sviluppi (Greenberg e Mitchell, 1983; Bacal e Newman, 1990; Summers, 1994) ritengono che la psicologia del Sé di Kohut possa anche essere efficacemente compresa come una forma speciale di teoria delle relazioni oggettuali, che riserva un'attenzione particolare alle relazioni con gli oggetti che svolgono funzioni essenziali per l'adattamento dell'individuo e per il suo futuro sviluppo.

Sia quel che sia, la psicologia del Sé non è stata articolata da Kohut, nel corso della sua vita, come un sistema psicoanalitico onnicomprensivo, ma ha ricevuto una tale organizzazione solo nel volume pubblicato postumo nel 1984, dopo la sua morte. In quel testo, Kohut affiancava infine il suo nome a quello degli autori che, prima di lui, avevano già ripudiato la metapsicologia di Freud, pur non arrivando a dirci in modo specifico se pensava di poter sottoscrivere qualcuna delle proposte alternative di assunto biologico. Come risultato di ciò, i suoi seguaci sembrano aver adottato una cornice di riferimento mentalista e una posizione che attribuisce il destino personale dell'individuo interamente agli effetti delle cause naturali. In questo sistema, l'unica fonte di maladattamento è rappresentata da qualche disturbo delle relazioni Sé-oggetto-Sé. Questo concetto ha portato allo sviluppo dell'assunto tale per cui il fatto di fornire al paziente "accettazione empatica" sarebbe di per sé sufficiente per far ripartire lo sviluppo della struttura psichica e, inoltre, per giungere a una ridefinizione degli scopi del trattamento in termini di semplici miglioramenti adattivi, ottenuti mediante l'identificazione con l'analista.

Tutto questo, tuttavia, non aggiunge quasi niente alla teoria psicoanalitica; al massimo, può costituire un elenco più o meno coerente di linee guida pratiche per la conduzione del trattamento in un'atmosfera umana, accompagnato da un invito a sperare per il meglio. La sua proverbiale semplicità ha probabilmente fatto sì che esso diventasse un sistema popolare, soprattutto tra chi pratica la psicoterapia. Gli psicologi di Sé che scelgono di condurre le loro analisi nella maniera descritta da Goldberg (1978) nel suo manuale clinico, per quanto tali analisi possano essere incomplete alla luce dei nostri criteri abituali, sicuramente non causano alcun danno ai loro pazienti, per non dire che, grazie all'attenzione da loro posta sui temi aventi a che fare con l'autostima, possono anche raggiungere dei risultati significativi in termini di adattamento. La sottolineatura univoca di Kohut sull'aspetto soggettivo della vita mentale ha avuto un effetto salutare nel richiamare l'attenzione dei clinici sulle conseguenze della loro interazione coi pazienti, una prospettiva sulle transazioni psicoanalitiche, questa, che è poi stata popolarizzata sotto l'etichetta di "punto di vista intersoggettivo" (vedi Stolorow e Atwood, 1990).

Il tipo di indeterminatezza che caratterizza la posizione epistemica di Kohut non è affatto inusuale tra coloro che aderiscono all'opzione relazionale. Nessuno dei più importanti rappresentanti di questo punto di vista ha mai articolato un'ipotesi generale sulla natura delle operazioni mentali; quasi, parrebbe, per mancanza d'altro, molti di loro sembrano rientrare in una posizione mentalista: come dice Summers (1994), essi fanno ricorso a una "psicologia pura". Winnicott, ad esempio, si mostrò particolarmente poco propenso a sistematizzare le sue idee, molte delle quali sono diventate moneta comune utilizzata per la proposizione di svariate riflessioni cliniche. Secondo Summers, i contenuti introdotti da Winnicott trascendono, di fatto, il regno delle relazioni oggettuali. A questo proposito, Bacal e Newman (1990) sottolineano l'enfasi posta da Winnicott sullo sviluppo di un "senso del Sé" e sulla possibilità di una scissione tra un "vero Sé" e un "falso Sé". (Vorrei aggiungere anche la sua descrizione di "esperienze transizionali" che coinvolgerebbero soltanto il corpo del bambino per indicare un altro esempio di formazione strutturale che va al di là del contesto relazionale).

Queste considerazioni mettono in dubbio la validità storica del tentativo di Greenberg e Mitchell (1983) di individuare una dicotomia nelle teorie psicoanalitiche, distinguendo tra quelle basate sul sistema pulsione/struttura e quelle da loro definite "relazionali". Nella delineazione della loro tesi, questi autori hanno chiaramente mancato di notare la forte spinta in termini di innovazione teorica rappresentata dalle ipotesi emerse negli anni '70 (da me passate in rassegna nella prima parte di questo scritto), cioè la costruzione di teorie della mente basate sul concetto biologico di organizzazione del Sé. Pur non potendo affatto concordare con il punto di vista storico di Summers, secondo il quale le teorie delle relazioni oggettuali avrebbero funto da veri e propri gradini della scala che ha permesso di giungere alla comprensione della strutturalizzazione del "Sé", credo comunque che questa sua stessa valutazione esagerata sia un indice del fatto che il paradigma relazionale ha oramai esaurito la sua utilità. Persino Mitchell (1988), coinventore dell'etichetta "relazionale", ha cominciato a utilizzare il concetto di organizzazione del Sé, sebbene egli cerchi (a mio avviso erroneamente) di iscriverlo sotto la voce "relazioni oggettuali". Mitchell, tuttavia, comprende bene che la fondazione dell'organizzazione del Sé limita, per conseguenza, la flessibilità individuale: in altre parole, la strutturalizzazione diminuisce l'influenza attuale delle relazioni oggettuali.

Greenberg (1991) si è spinto ancor più in là del suo precedente collaboratore, giungendo sino a ripudiare l'opzione relazionale: egli si è reso conto che le teorie relazionali hanno in comune il falso assunto secondo cui l'attaccamento potrebbe essere stabilito anche senza l'attività di una serie di vettori innati e "pre-esperienziali". Greenberg segnala che un tale assunto corrisponde in tutto e per tutto al postulato illegittimo di un processo biologico: il "bisogno di oggetto-Sé" di Kohut corrisponde al concetto freudiano di Trieb. In altre parole, la psicoanalisi deve possedere una teoria che veda nelle motivazioni endogene un fatto costituzionale (vedi Lichtenberg, 1989).

Deviazioni dal solco delle idee consolidate hanno avuto luogo anche all'interno della tradizione psicoanalitica kleiniana. Già nel 1978, Meltzer si era accorto che la Klein si era sbagliata quando aveva cercato di forzare le sue osservazioni cliniche del tutto nuove nel modello teorico di riferimento di Freud; secondo Meltzer, la maggior parte dell'attività teorica della Klein poteva essere caratterizzata come la promulgazione di un vocabolario esoterico. A suo avviso, le conclusioni cliniche kleiniane sulla scissione, l'identificazione proiettiva, le difese maniacali e la riparazione, costituivano il nucleo centrale e valido del contributo di questa autrice. Seguendo Bion, Meltzer criticava la scelta terminologica "anatomica" che portò la Klein a ipotizzare che il bambino si relazioni con "oggetti parziali"; secondo Bion e Meltzer, la posta in gioco è l'approvvigionamento di funzioni che il bambino non possiede. Sempre seguendo Bion, Meltzer solleva più di un dubbio sull'universalità degli atteggiamenti onnipotenti e onniscienti.

La critica di Ogden (1986) al pensiero della Klein in quanto teorica è ancor più radicale. A suo giudizio, l'attenzione esclusiva della Klein per i contenuti mentali è insufficiente ai fini teorici (cfr. Rubinstein, 1997). Inoltre, Ogden segnala che la Klein ha introdotto una certa quota di confusione nel suo sistema quando ha esasperato i punti di vista dinamico e strutturale. Egli ha poi espresso perplessità anche a proposito della cronologia molto accelerata dello sviluppo psichico prevista dalla Klein, nonché (in modo tacito) a proposito della sua adesione aprioristica all'assunto dell'esistenza di idee innate. Ogden riconosce che, prima dell'epoca del controllo psicologico, i bambini passano attraverso un periodo caratterizzato dalla regolazione puramente biologica del loro comportamento. Infine, egli accenna alla possibilità che la "posizione schizo-paranoide" della Klein possa cristallizzarsi solo come risultato di qualche sviluppo patologico e propone di pensare che la modalità di organizzazione chiamata dalla Klein "posizione depressiva" sia resa possibile dalla costituzione di un sistema mnestico organizzato in maniera sequenziale, e dunque preferisce chiamare questa posizione "storica". Chiaramente, la versione di Ogden della psicoanalisi kleiniana non equivale certo a un'impresa settaria.

Questa determinazione a riconsiderare le ortodossie che sembravano durevolmente stabilite si è manifestata in modo molto diffuso tra una serie di autori che appartengono alle più svariate scuole psicoanalitiche, quanto meno nel mondo anglofono. Questa è la ragione per cui mi spingo ad asserire che, nonostante le conseguenze devastanti di questi diversi impegni epistemici, una forte tendenza ecumenica è andata pian piano prendendo il sopravvento all'interno della psicoanalisi contemporanea. Probabilmente, l'affermazione più cogente della base logica che sta dietro a questo movimento è quella offerta da Levenson (1983, 1995). Partendo dall'osservazione del fatto che schemi interpretativi differenti delle varie scuole psicoanalitiche possono risultare egualmente efficaci, Levenson conclude che le teorie della tecnica che attribuiscono il cambiamento all'influenza esercitata dall'informazione comunicata al paziente non possono essere valide.

Levenson propone una spiegazione alternativa, e cioè che il fattore terapeutico di base sia intrinseco a qualche procedimento che tutte le scuole psicoanalitiche possiedono in comune, e precisamente, che siano le regole semiotiche della psicoanalisi (cioè a dire, il processo stesso di comunicazione che ha luogo nella situazione analitica) a costituire lo strumento che spiega l'influenza svolta dall'analista. Questo comporta, allo stesso tempo, che la patogenesi abbia luogo come conseguenza del mancato sviluppo di capacità semiotiche e cognitive nel corso dell'infanzia; e dunque, il compito terapeutico della psicoanalisi sarebbe quello di correggere la confusione che permane come lascito delle vicissitudini intervenute durante l'infanzia. Levenson definisce correttamente la psicoanalisi come un metodo tramite cui raggiungiamo delle conclusioni valide sulle funzioni della mente, un metodo svolgendo il quale il paziente acquisisce capacità cognitive e semiotiche che sino a quel punto gli erano mancate (vedi anche Gedo, 1988). Da tutto questo consegue che, sino ad oggi, il successo analitico è dipeso dall'abilità mostrata dall'analista nello schivare l'influsso delle teorie scorrette che tentavano comunque, sulla base della loro validità presunta, di dirigerne l'attività.

Punti di vista come questo hanno finito gradualmente per permeare la letteratura psicoanalitica sui fattori terapeutici di base. Per esempio, Friedman (1988) ha denunciato le qualità irrealistiche delle antiche teorie della tecnica, indicando i punti deboli sui quali si è cercato di stendere un velo pietoso tramite il suggerimento dell'esistenza di qualche livello di "alleanza" che avrebbe luogo tra i partecipanti all'impresa analitica. Friedman segnala che questi concetti trovano qualche giustificazione nel fatto che l'apprendimento ha luogo in modo ottimale quando si situa nel contesto di una relazione positiva. La sua personale teoria della tecnica assegna importanza equivalente a tre diversi ruoli terapeutici che all'analista tocca di ricoprire: quello di lettore, quello di storico e quello di operatore. In quanto lettore, l'analista coglie la gestalt delle narrative del paziente (cfr. Schafer, 1992); in quanto storico, opera una ricontestualizzazione del significato degli avvenimenti menti passati del paziente tramite le sue ricostruzioni (vedi anche Wallace, 1983); in quanto operatore, l'analista funge da modello, educatore e oggetto di attaccamento.  È il ruolo dell'analista in quanto operatore che è stato trascurato dalle precedenti teorie della tecnica, ed è la delineazione dei parametri adeguati di tale ruolo a costituire il compito più urgente che attende la psicoanalisi clinica.

In un lavoro che aveva l'intento di affermare il primato tecnico dell'interpretazione del transfert (nel "qui e ora"), Gill (1982) ha di fatto dimostrato l'insensatezza di tutte le scelte tecniche basate sulla non responsività dell'analista, fondate razionalmente sull'idea illusoria che in tal modo si sarebbe quasi potuto azzerare il rischio della "contaminazione" del transfert. Gill mostra come, dato che niente di quello che accade nella situazione analitica possiede un significato transferale agli occhi del paziente, non ci sia nessuna speranza di evitare tali reazioni semplicemente rifiutandosi di impegnarsi in attività operazionali. In altre parole, Gill ha persuasivamente concluso che l'inazione da parte del terapeuta non equivale certo alla neutralità: non c'è nessuna speranza che l'analista possa essere trasformato in uno "schermo bianco". Gill conclude che la miglior politica possibile è dunque semplicemente quella di comportarsi in modo umano.

Credo che l'esposizione più dettagliata e consistente della varietà e della fondazione logica dei diversi interventi operativi sia stata offerta dai miei stessi scritti (Gedo e Goldberg, 1973; Gedo, 1979 e passim), ma resisterò alla tentazione di fornire qui un resoconto di quei miei lavoro. (I lettori interessati possono consultare Gedo, 1997b, capp. 15 e 18; si vedano anche Rodgers, 1994; Shane e Shane, 1994). Voglio, tuttavia, differenziare la teoria della tecnica da me proposta da quella di Pine (1990), che è stata talvolta interpretata erroneamente come un'ipotesi paragonabile a quella avanzata da me. Pine si affianca alle mie posizioni quando ripudia il punto di vista tradizionale, prevalente nella psicoanalisi americana, ma prosegue poi sottolineando l'importanza soltanto di quegli interventi che Friedman ha contraddistinto come utili per allargare la gamma di scelta di narrative guida alle quali è necessario, per il terapeuta, prestare attenzione. (Pine nota acutamente che l'attenzione esclusiva per una, o al massimo due, di queste narrative ha caratterizzato la quasi totalità delle fazioni ideologiche che si muovono all'interno del nostro campo). Pine, però, non auspica l'introduzione di nessuna misura che vada "al di là dell'interpretazione", e neppure indica alcuna regola che faciliti la transizione necessaria per spostare l'attenzione terapeutica da una narrativa guida a un'altra.

A mio giudizio, l'argomentazione migliore a sostegno della necessità di operare un cambiamento di rotta nella nostra attenzione tecnica è stata avanzata da Gardner (1983), che ha ridefinito il processo analitico ideale come un processo caratterizzato da un lavoro di "autoindagine assistita" [assisted self-inquiry]. Gardner vuole dire che l'elemento centrale dell'efficacia analitica è rappresentato dal fatto di aiutare il paziente a diventare padrone dei metodi di autoindagine, e non dalla delucidazione di qualche contenuto mentale particolare. Il successo analitico deriva comunque in modo contingente dalla possibilità di concentrare l'attenzione su temi di contenuto che risultino tollerabili per entrambi i partecipanti. L'analista può aiutare il paziente a esplorare queste tematiche prestando attenzione non soltanto a questi contenuti, ma anche alla forma assunta dall'interscambio comunicativo. Secondo Gardner, il processo analitico è inevitabilmente un processo all'insegna del confronto tra le soggettività dei due partecipanti. (A mio modo di vedere, questa è la migliore esposizione dell'importanza dell'intersoggettività che è dato di trovare nella letteratura psicoanalitica). L'implicazione di questo cambiamento di attenzione all'interno del trattamento è che la conclusione dello stesso risulta fattibile nel momento in cui il paziente ha imparato a eseguire la propria autoindagine senza aver più bisogno di aiuto.

Gardner ha anche segnalato le costrizioni epistemiche al cui peso la psicoanalisi si trova esposta in ragione del suo formato diadico: da un lato, l'analista è in grado di aiutare il paziente a scoprire soltanto ciò che egli analista ha già avuto la possibilità di scoprire riguardo a se stesso; dall'altro, la relazione analitica porta inevitabilmente al centro dell'attenzione i tratti del funzionamento del paziente all'interno di una situazione caratterizzata da una fondamentale reciprocità. In altre parole, l'analisi non è particolarmente ben congegnata per la delucidazione delle condizioni che si verificano in una condizione di solitudine: ne consegue che l'acquisizione della capacità di autoindagine risulta peculiarmente cruciale al fine di permettere al paziente di occuparsi per suo conto delle tematiche collegate con gli stati di solitudine, in genere dopo la conclusione del trattamento.

Fianco a fianco con queste modificazioni dei punti di vista sugli aspetti terapeutici di base, una serie di contributi più radicali (Ehrenberg, 1992, Gedo, 1979, 1993; Jacobs, 1991; Modell, 1990; Rosenfeld, 1987; Searles, 1986) hanno aperto la via a un movimento verso un consenso circa la necessità di assumere una nuova teoria della tecnica. Anche il modo in cui Gray (1994) ha ridefinito la teoria tradizionale all'interno della psicologia dell'Io fa capire in modo esplicito che l'approccio utilizzato da questa corrente psicoanalitica classica può essere ritenuto adeguato soltanto quando ci si confronta con le "nevrosi" (intese nel senso più stretto possibile; si veda anche Gedo e Goldberg, 1973), o, per meglio dire, soltanto con i transfert edipici. Influenzato dal lavoro di Gardner, Gray afferma che le resistenze non dovrebbero essere scavalcate, ma piuttosto analizzate in modo funzionale, cioè al fine di capire sempre meglio il modo in cui opera la mente del paziente. Anche Gray auspica che si compiano sforzi sistematici per promuovere la crescita delle capacità di autosservazione del paziente, usando una modalità francamente educativa, comprendente fin anche il ricorso a dimostrazioni, da parte dell'analista, di come dovrebbe svolgersi tale operazione.

Diversamente da Gray, gli altri autori di cui qui stiamo discutendo non ritengono che l'analista possa completare con successo il suo lavoro se la sua attenzione rimane focalizzata esclusivamente sulle vicissitudini edipiche. Per esempio, Searles segnala in modo documentato il fatto che tutti i suoi pazienti hanno risposto al trattamento analitico (cioè allo stile specifico con cui egli lo conduce) sviluppando dei transfert arcaici che egli chiama "borderline". Quando sopravvengono questi stati regressivi, la comunicazione all'interno della situazione analitica non può più avere luogo in modo efficace se la si mantiene confinata all'uso del linguaggio, che è la modalità tipica del processo secondario. Nel tentativo di superare queste complicazioni, la Ehrenberg, la cui monografia è strettamente limitata alla discussione di punti pragmatici, delinea una serie di regole pratiche applicabili al lavoro analitico. Il suo algoritmo (cfr. Levenson, 1983) comprende l'invito a prestare un'attenzione marcata alla semiotica non verbale, il monitoraggio della soggettività dell'analista e l'impiego delle reazioni controtransferali come dati utili per la definizione delle aspettative reciproche del paziente, la forte coloritura affettiva della comunicazione, l'evitamento dei passaggi all'atto distruttivi da parte di entrambi i partecipanti, e l'assunzione di responsabilità per quanto riguarda l'individuazione di una soluzione utile al superamento delle impasse terapeutiche.

Trovo molto incoraggiante la considerazione del fatto che a questo consenso tecnico tuttora crescente portino il loro contributo una serie di analisti che derivano la loro formazione da una vasta gamma delle tradizioni prevalenti nella cultura psicoanalitica dell'epoca precedente a quella che è qui in esame. Ecco quindi che Jacobs (uno psicologo dell'Io) riecheggia, col suo pensiero, molte delle raccomandazioni proposte dalla Ehrenberg (un'interpersonalista), ed entrambi mostrano un accordo piuttosto allargato con le posizioni di Rosenfeld (un kleiniano). Ritengo, inoltre, che il consenso che mi sembra di cogliere tra questi diversi autori sia già stato articolato in modo esteso nei miei stessi scritti aventi per oggetto la teoria della tecnica. Ancora, la teoria della tecnica da me proposta è del tutto congruente con quella di Modell. Quest'ultimo definisce il succo dell'azione terapeutica come la ritrascrizione della ripetizione transferale delle esperienze traumatiche nei termini di nuovi significati, e come l'eliminazione della scissione nell'organizzazione del Sé. Modell ritiene che lo snodo centrale del trattamento sia la rieducazione affettiva, che porta a un migliore padroneggiamento ottenuto tramite ripetizione e ricontestualizzazione. In altre parole, per spiegare la psicopatologia Modell pone l'accento sulle tematiche biologiche, piuttosto che non sui contenuti mentali. Ne deriva che il compito della terapia consiste nell'acquisizione di nuove capacità psicologiche.

Conclusione

L'ampia rassegna, sin qui presentata, delle monografie psicoanalitiche più significative prodotte dall'ultima generazione di autori, sembra suggerire che le attuali differenze teoriche all'interno del campo paiano in realtà basarsi su un disaccordo fondamentale circa l'individuazione della metodologia più appropriata ai fini del raggiungimento della conoscenza. La più rigida di queste dispute epistemiche è quella che contrappone coloro che indicano come centrale il bisogno di empirismo a coloro che invece seguono un percorso prevalentemente razionale. Il primo gruppo concepisce la psicoanalisi come una branca delle scienze naturali; gli autori del secondo, viceversa, ripudiano in modo esplicito tale appartenenza, oppure si limitano a riconoscerla in modo superficiale, dando comunque priorità all'approfondimento di qualche dottrina filosofica. A differenza delle scienze naturali, le discipline che impiegano un'epistemologia razionalista mancano di una griglia di standard condivisi che confermino la validità della disciplina stessa; di conseguenza, le scuole psicoanalitiche che aderiscono al razionalismo possono mantenere i loro punti di vista in modo aprioristico, prescindendo da qualunque tipo di prova empirica che possa nel frattempo venire alla luce.

Una simile impervietà al confronto con i dati freschi (soprattutto quelli che provengono dalle fonti extracliniche) ha caratterizzato un gran numero di tradizioni psicoanalitiche che considerano la metapsicologia freudiana, vecchia di un secolo, non come una teoria scientifica oramai confutata, ma come una filosofia della mente che mantiene tuttora una sua affidabilità. Un punto di vista di questo tipo è particolarmente evidente nel caso di Lacan, le cui innovazioni sono state esplicitamente basate sul lavoro di alcuni filosofi, tra cui ad esempio Hegel e Heidegger. A mio giudizio, questo fenomeno riesce a spiegare anche la perdurante adesione, da parte di molti kleiniani e mahleriani, alla metapsicologia del 1890, sebbene tali autori non abbiano fornito alcuna giustificazione filosofica che dia ragione della loro scelta di campo.

E' invece più difficile comprendere la recente emergenza di una scuola di pensiero (esclusivamente) ermeneutica all'interno della psicoanalisi, dato che lo sviluppo di questa corrente è stato indubitabilmente precipitato dall'invalidazione della metapsicologia freudiana ad opera dei dati forniti delle moderne neuroscienze. E tuttavia, proprio questo fatto ha portato un certo numero di autori a concludere che la psicoanalisi non è una scienza naturale: con la loro adozione di un punto di vista puramente ermeneutico, questi autori hanno cercato, dal quel momento in poi, di liberarsi completamente dell'obbligo di prestare orecchio alle eventuali presentazioni di nuovi dati empirici. Come ben più di un epistemologo ha già dimostrato, una tale decisione filosofica non può che condurre a uno stato di anarchia intellettuale, dato che non fornisce a chi la intraprende nessuna base logica su cui fondare la scelta tra spiegazioni diverse in reciproca competizione.

Tra gli autori che hanno contribuito in modo più attivo al discorso psicoanalitico, la stragrande maggioranza ha optato per l'affiliazione della disciplina alle scienze naturali e al metodo empirista già appoggiato dai molti epistemologi che si interessano a loro volta di psicoanalisi. Tra le fila di questi autori, tuttavia, si segnala un'ulteriore divisione a proposito del problema mente/corpo, che porta la schiera a dividersi tra monisti e dualisti. Nessun epistemologo psicoanalitico aderisce alla posizione dualista, e neppure nessuno psicoanalista si è spinto a sostenere apertamente una posizione così fuori moda, ma molti di questi ultimi trascurano comunque in modo patente tutto ciò che non siano i contenuti mentali: in altre parole, costoro, di fatto, fanno ricorso a presupposti eminentemente mentalisti. Tra i testi che ho passato in rassegna in queste pagine, ritengo di poter classificare come mentalista il lavoro della quasi totalità degli autori che fanno riferimento alla scuola relazionale (compresi gli psicologi del Sé).

La mia personale convinzione si colloca sulla scia del punto di vista predominante, cioè della posizione monista riguardo alla questione mente/corpo e della classificazione della psicoanalisi nel campo delle scienze biologiche. Sebbene io preferisca non giustiziare le posizioni alternative, segnandole col marchio dell'insostenibilità, credo comunque di collocarmi tra il novero degli autori che hanno scelto la migliore opzione disponibile, nel senso che essa è l'unica il cui utilizzo può consentire alla psicoanalisi, in quanto corpus di conoscenze, di progredire facendo uso di prove empiriche derivate sia da fonti cliniche che extracliniche. Diversamente da quanto riesce alle discipline che incamerano ricche stimolazioni informative dalle scienze affini, il punto di vista mentalista isola la psicoanalisi dalla neurobiologia, e le scuole che aderiscono alle epistemologie razionaliste liquidano le potenziali sollecitazioni provenienti da tutte le altre discipline.

In quanto componente delle scienze biologiche, la psicoanalisi contemporanea era destinata a trarre vantaggio dall'evoluzione della biologia teorica; similmente, Freud era stato molto sollecito nell'incorporare all'interno della psicoanalisi le concettualizzazioni di Hughlings Jackson sull'organizzazione gerarchica del cervello. L'ultimo concetto della biologia che è entrato a far parte del discorso analitico è quello delle proprietà di organizzazione del Sé dei sistemi complessi(vedi Gedo, 1979; Dorpat e Miller, 1992; Modell, 1993). Modell ha giustamente affermato che il mantenimento dell'organizzazione del Sé è una priorità biologica vitale; questa è la spiegazione funzionale per i fenomeni che la psicoanalisi ha considerato sotto la voce "coazione a ripetere". L'organizzazione del Sé costituisce dunque un concetto paradigmatico per un punto di vista biologico del funzionamento mentale. Tale struttura si stabilisce gradualmente sulla base dei ricordi delle esperienze precoci (schemi di azione piuttosto che non rappresentazioni d'oggetti), e giunge a completamento con l'aggiunta degli schemi concettuali del Sé-nel-mondo. Weiss e Sampson (1986) propongono di chiamare gli schemi disprassici "credenze patogene". Dorpat e Miller leggono il transfert come l'organizzazione dell'esperienza attuale nei termini degli schemi preesistenti: in parallelo, la resistenza sarebbe la tendenza a conservare l'organizzazione del Sé, e il trauma sarebbe la disorganizzazione che consegue all'incapacità di operare tale conservazione.

Modell ribadisce che è per mezzo dell'organizzazione del Sé che ciascun cervello diviene poi unico. Per metterla in un altro modo, gli schemi che sono organizzati in un "Sé" sono essi stessi autocreati. Questo è un punto fondamentale contro la trasformazione della teoria psicoanalitica in una "psicologia bipersonale"; è un punto che viene riecheggiato anche dall'enfasi con cui Modell insiste sulla privatezza del Sé e sull'importanza delle esperienze solitarie ai fini di uno sviluppo autonomo. Sono i ricordi di attività positive (piuttosto che non gli oggetti interni benevoli) a permettere al bambino di progredire da solo. Da ciò consegue che il fattore terapeutico della psicoanalisi deve essere l'acquisizione di nuove capacità procedurali, ottenuta mediante le azioni compiute nella situazione analitica.

Infine, Levenson (1983) afferma correttamente che una teoria basata sul concetto di organizzazione del Sé può soddisfare simultaneamente le tre richieste fondamentali che ogni adeguata cornice di riferimento psicoanalitica deve ottemperare: tale teoria può infatti riflettere in modo accurato l'organizzazione del sistema nervoso centrale, può dare ragione di un punto di vista gerarchico della regolazione del comportamento e può mappare le funzioni mentali come se appertenessero a una rete.

Confido che le conclusioni suesposte mi abbiano permesso di far capire con chiarezza che l'avanguardia intellettuale della nostra professione, nell'ultimo quarto di secolo, ha alterato la psicoanalisi con la stessa drasticità con cui la chimica fu trasformata quando poté progredire dal livello di concettualizzazione molecolare a quello atomico. (Uso appositamente questa analogia: la psicoanalisi ha ancora moltissima strada da percorrere anche solo per avvicinarsi al grado di maturità scientifica della chimica contemporanea!). Allo stesso tempo, bisogna ammettere che la stragrande maggioranza di coloro che praticano la psicoanalisi hanno prestato pochissima attenzione ai movimenti di questa avanguardia, continuando a compiere il proprio lavoro clinico nella maniera appresa durante gli anni della formazione. E questo stato di cose è perfettamente naturale: un tale contrasto tra accademici e clinici è tipico di quasi tutte le discipline che si occupano di salute.

Sarà dunque la prossima generazione di psicoanalisti quella che si dovrà dimostrare capace di mettere in pratica la lezione appresa dal recente passato. Per il momento, comunque, molti studiosi hanno grandi difficoltà a separare il grano dal loglio della nostra letteratura di riferimento in continua espansione; a questa difficoltà consegue che questi studiosi, con tutta probabilità, confinano le loro letture agli autori che rientrano in una singola tradizione, oppure, peggio ancora, si ritrovano a farsi trascinare da una qualche moda corrente.  È dunque urgentemente necessaria una rivalutazione ponderata della gamma più vasta possibile dei diversi contributi disponibili. Poiché a qualunque storico capita inevitabilmente di ritrovarsi a covare un qualche tipo di pregiudizio, sarebbe necessario dare vita a versioni alternative della storia intellettuale della passata generazione che si è mossa nel nostro campo.

Solo un adeguamento agli standard scientifici potrà rendere possibile l'articolazione di una teoria della tecnica collegata in modo razionale con quanto già sappiamo a proposito delle funzioni mentali (adattive e maladattive), sia sulla base delle osservazioni cliniche che su quella dei risultati provenienti dalle discipline affini. Il compito più impegnativo che attende la prossima generazione di psicoanalisti consisterà dunque nell'abbandono di quelle tra le nostre procedure tradizionali le cui basi logiche (ampiamente dimenticate) siano state invalidate dalle prove concrete provenienti da queste fonti.

Riassunto. L'autore presenta un'ampia rassegna delle monografie psicoanalitiche più significative prodotte dall'ultima generazione di autori; da ciò sembra emergere che le attuali differenze teoriche all'interno del campo si basano su un disaccordo fondamentale circa l'individuazione della metodologia più appropriata ai fini del raggiungimento della conoscenza. La più rigida di queste dispute epistemiche è quella che contrappone coloro che indicano come centrale il bisogno di empirismo a coloro che invece seguono un percorso prevalentemente razionale. Il primo gruppo concepisce la psicoanalisi come una branca delle scienze naturali; gli autori del secondo, viceversa, ripudiano in modo esplicito tale appartenenza, oppure si limitano a riconoscerla in modo superficiale, dando comunque priorità all'approfondimento di qualche dottrina filosofica. A differenza delle scienze naturali, le discipline che impiegano un'epistemologia razionalista mancano di una griglia di standard condivisi che confermino la validità della disciplina stessa; di conseguenza, le scuole psicoanalitiche che aderiscono al razionalismo possono mantenere i loro punti di vista in modo aprioristico, prescindendo da qualunque tipo di prova empirica che possa nel frattempo venire alla luce.

 

*Questo saggio compare come capitolo conclusivo del volume Psychoanalysis, 1973-1988, New York: The Other Press. Traduzione di Fabiano Bassi

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