Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

GLI PSICHIATRI NON SANNO RIDERE

Share this
10 febbraio, 2014 - 13:46
di Sarantis Thanopulos
Sul British Journal of Psychiatry è stata pubblicata una ricerca sulla correlazione tra gli attori comici e quattro aspetti di personalità: esperienze inusuali (pensiero magico, credenze nella telepatia e nei fenomeni paranormali, esperienze percettive anomale), difficoltà nel mettere a fuoco i pensieri o distraibilità, elusione di intimità, tendenza verso comportamenti impulsivi e antisociali. Secondo i ricercatori dai dati raccolti emerge un'impressionante somiglianza tra gli elementi creativi necessari a produrre comicità e gli elementi che caratterizzano lo stile cognitivo di soggetti  che soffrono di schizofrenia o di sindrome maniaco-depressiva. La schizofrenia lieve faciliterebbe il pensiero anticonvenzionale; il pensiero maniacale favorirebbe la formazione di originali connessioni umoristiche delle idee.

Questo studio che fa suo lo stereotipo del legame tra psicosi e creatività mostra lo smarrimento d'identità che affligge la psichiatria dopo la rescissione temeraria del suo legame con la psicoanalisi e la fenomenologia. Oggi la psichiatria da una parte appare   appiattita sulla psicofarmacologia e dall'altra parte si trova confinata nello spazio  di una ricerca empirica priva di orientamento e complice di una attività classificatoria ossessiva e sterile. Perduta la propria cultura insegue affannosamente letture del comportamento basate su criteri vaghi e disinvoltamente applicati su campi di esperienza molto dissimili e crea correlazioni e schemi di pensiero che ingabbiano l'esperienza vissuta. La vocazione alla reclusione delle istituzioni psichiatriche è tornata in auge in modi più sottili e pervasivi che nel passato.
La psicosi non è fonte di creatività: è la sua morte. Si continua con perseveranza a scambiare la psicosi con la follia in barba all'esperienza clinica (con la quale molti psichiatri di oggi hanno scarsa dimestichezza). La follia è il ritorno della passione e della creatività (un processo dinamico e non un modo inusuale di pensare statico e caratterizzante una determinata personalità) con cui il soggetto caduto nel vuoto psicotico cerca di riparare la perdita di senso che ha colpito la sua esistenza. Nel pensiero maniacale c'è una dispersione della creatività: la rapidità delle associazioni è tale da impedire la fertilità delle loro connessioni. La mania è un aborto della creatività e l'euforia che produce è una droga interna che, come Freud ha intuito, si basa  sul risparmio psichico ottenuto col venir meno delle inibizioni.
Il risparmio psichico ottenuto con l'eccitazione maniacale, che allontana il soggetto dal coinvolgimento emotivo profondo, è diverso da quello che è all'origine della comicità e trasforma l'energia resa libera in riso. Questo secondo tipo di risparmio non annulla il coinvolgimento ma lo connette (per usare parole di Freud) "allo stato d’animo della nostra infanzia, nella quale non conoscevamo il comico, non eravamo capaci di motteggiare e non avevamo bisogno dell’umorismo per sentirci felici di vivere". La creatività nella produzione della comicità ha a che fare con la libertà di esplorazione e di sperimentazione del gioco infantile la cui riappropriazione da parte dell'adulto favorisce l'elaborazione del lutto. La scoperta del lato comico delle cose non è evasione dal dolore della perdita ma apertura alle possibilità insospettabili di ritrovamento dell'oggetto perduto che la vita offre. Gli psichiatri britannici che hanno cercato la creatività nel luogo in cui essa è negata risentono della fascinazione farmacologica e, senza esserne consapevoli, concepiscono la comicità come droga.

 
 

> Lascia un commento


Commenti

Il profondo intervento fonde due temi (enormi) certo connessi ma non sovrapponibili. Da una parte l'eterno problema dell'identità e del metodo psichiatrico dall'altro la non meno infinita questione della creatività. Attribuire lo "smarrimento d'identità" della psichiatria attuale alla "rescissione temeraria del suo legame con la psicoanalisi e la fenomenologia" suscita, se mi posso permettere per rimanere in tema, un sorriso, se consideriamo che la nostra disciplina nei suoi ingarbugliati legami con le sue radici biologiche, sociali e psico-culturali, una propria identità la cerca da quando è nata. E ritrovamenti miracolosi della stessa non sembrano neppure in vista. Io direi piuttosto che la psichiatria perde spessore quando si appiattisce su una di queste componenti, come periodicamente è accaduto e temo ancora accadrà. A seconda dei gusti si può poi deprecare di più la deriva sociale, analitica, biologica, ma di appiattimento sempre si tratta. E da psichiatra/psicoterapeuta ad indirizzo analitico non posso ad es. che ringraziare le neuroscienze per aver dato una scossa ad un dibattito analitico allora ingrigito ed impigrito. Cortesia che l'analisi restituisce alla neurobiologia apportandole profondità e la ricerca psicologica a quella sociologica e così via. In uno scambio che non è armoniosa fusione di certezze precostituite ma dinamico confronto/scontro critico di saperi, istanze, parti diverse di noi. Il filo conduttore comune è allora tutt'al più quello della riflessione critica, per sua natura triste. Un velo di tristezza (Schelling) accompagna il pensiero e lo rende possibile nella scienza così come nell'esperienza dolorosa e creativa insieme del rapporto terapeutico, ed anche nell'esperienza artistica (Jaspers). Il ché non esclude affatto l'accesso alla libertà del gioco e al riso. E forse ancor meglio al sorriso, quello di chi cerca di accogliere, con la gentile consapevolezza della sofferenza altrui e dei propri limiti, chi gli sta davanti.

LE spettacolari chitarre di un mio paziente e i quadri astratti di un'altra, schizoaffettivi, sono creatività pura, ma lui ha smesso da quando lo sto curando e lei cambia stile quando diventa depressa...
Io rido sempre quando ho davanti un maniacale o un ipocamiacale, è il mio metodo empatico di fare diagnosi, parziale ovviamente, in attesa di altre conferme.
La psicosi è tragedia, perfino Aristotele sarebbe stato d'accordo, mentre la depressione è un melodramma inconcepibile prima dell'ottocento, tanto da essere già riconosciuto da sempre come patologia, e poi...di maniacali al potere ne abbiamo avuti tanti, gente che si credeva Napoleone, Nerone o Silvio anche quelli che erano proprio Napoleone, Nerone e Silvio.

La creatività non può essere NEGATA al sofferente psichico, recluso dentro un'idea di morte relazionale, certo incompatibile con l'idea superficiale di creativo che oggi abbiamo dalla televisione e dal cinema, ne è una prova Ada Merini.
Un creativo come Van Gogh o come Gaugin, emarginati come Caravaggio o Haring, mobbizzati come Mozart o perfino impalpabili come Omero e Shakespeare, se non martiri come gli evangelisti, sono tutti decisamente necessariamente altro dalla malattia mentale? Non mi pare.
Follia non è UGUALE a Creatività ma non è certo il suo opposto, anche se un certo grado di creatività è possibile proprio quando non si è omologabili alla massa!
La comicità poi... il folle...l'irresponsabile...il visionario...il sociale...guardatevi il film di Troisi... o troverete malattie mentali o troverete battute comiche divertentissime... le due gestalticamente leggibili nelle stesse scene e parole solamente in uno dei due modi... e rivedendo le scene, solo nell'altro!
In fondo anche la droga... è godimento, e molti pazienti ne fanno questo uso, quando si fanno recludere nei MANICOMI PRIVATI dove fanno sesso extraconiugale...

Il breve e incisivo intervento di Sarantis va letto e meditato, come sempre, con molta attenzione: esso mette in evidenza non tanto, come può risultare da una lettura frettolosa, la continuità tra psicosi e pensiero maniacale, da un lato, e creatività dall'altro lato. Esso mette in evidenza, in realtà, la sostanziale DISCONTINUITA' tra questi due poli, che fa dire all'autore come "la psicosi non è fonte di creatività: è la sua morte", e come la patologia maniacale rappresenta "un aborto della creatività e l'euforia che produce una droga interna". La psichiatria, "perduta la propria cultura", paga il prezzo di una "rescissione temeraria del suo legame con la psicoanalisi e la fenomenologia", cioè con i due saperi capaci, essi soli, di restituirci davvero una piena e corretta percezione del rapporto di contitnuità e di discontinuità tra normale e patologico. Una percezione che ci impedisce di reiterare, in forma ingenua, il vecchio "stereotipo del legame tra psicosi e creatività".

D'accordo con Sarantis sull'opportunutà di superare lo stereotipo Psicosi=Creatività e quindi andare oltre la concezione patogenetica.
Per la Comicità, il discorso è vasto e sfumato... il pensiero va a Freud, che nel saggio del 1905, trattando delle tecniche comuni sia al motto di spirito sia al sogno, ovvero alla figurazione mediante il contrario ed all’impiego del controsenso, scriveva: “Mi riferisco all’ironia, vicinissima all’arguzia, annoverata tra le suddivisioni della comicità”.
Possiamo prenderei questa stretta vicinanza come cauta possibilità di usare in modo provvisoriamente equivalente i termini in gioco.. ?
Sempre ricca mi appare, comunque, la concezione di base, che vede il motto di spirito come maturo meccanismo di difesa, capace di ottimizzare il dispendio energetico cercando e trovando compromessi tra le istanze psichiche.


Totale visualizzazioni: 800