Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

Se è lei che uccide lei

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18 febbraio, 2014 - 10:33
di Sarantis Thanopulos
Una donna di 35 anni ha ucciso la sua compagna di 34 anni con un colpo di pistola durante il sonno per motivi di gelosia.

Cristina Gramolini della segreteria nazionale di Arcilesbica ha espresso la preoccupazione che questo caso isolato di femminicidio compiuto da una donna possa favorire la sensazione che "nulla cambia tra la coppia tradizionale, in cui predomina la guida maschile, e una situazione diversa". Tutti i fraintendimenti sul femminicidio e alcune sue interpretazioni ideologiche (ad esempio l'opinione che sia l'espressione di una violenza insita nel maschio) derivano dal fatto che è pensato come una malattia mentre in realtà è solo un (terribile) sintomo.
L'uomo diventa il carnefice della donna e un rito sanguinoso va a ripetizione in scena (senza peraltro che ciò faccia uscire gli spettatori dalla loro cecità) quando un'alterazione grave è avvenuta nella regolazione sociale della relazione del desiderio.
La femminilità -il desiderio in posizione di "ricezione" che ci fa destrutturare per accogliere l'altro dentro di noi- è ferita nella relazione erotica in modo proporzionale allo sfruttamento dell'altro nelle relazioni di scambio e alla precarietà della nostra posizione nel mondo. La ferita della femminilità provoca un suo disinvestimento cautelare che altera la maschilità -il desiderio strutturato in posizione di "erezione" per far breccia nell'oggetto desiderato. La priva del suo complemento necessario  e la perverte in autoreferenzialità "fallica", un'organizzazione psicocorporea difensiva e rigida come un pene che soffre di priapismo e ha perso la capacità di coinvolgimento e di godimento.
Questa perversione della componente maschile del desiderio, che si diffonde in entrambi i sessi e in tutti legami erotici, eterosessuali e omosessuali che essi siano, sposta la percezione della malattia, di cui in realtà è l'espressione vera, sulla femminilità interna e combatte il suo ritorno.
Questo ritorno (spesso provocato da un rifiuto che attiva un senso di mancanza) destabilizza il soggetto fallico (perché mette in crisi le sue pretese autarchiche) e può portarlo a uccidere l'oggetto desiderato per sopprimere la parte ricettiva di sé.
Se l'oggetto desiderato distrutto è tipicamente la donna e se a uccidere la donna è tipicamente l'uomo e non la donna è perché il fantasma fallico universale che sottende il femminicidio tratta l'opposizione  del fallo alla femminilità come un'opposizione dell'uomo (che ha una sessualità più compatta) alla donna (che ha una sessualità più libera).
Un uomo che uccide una donna soddisfa più appropriatamente la domanda di conservazione del fantasma fallico nelle dinamiche sociali inconsce.
C'è una maggiore pressione sull'uomo di incarnare una domanda sociale di uccisione della femminilità e ciò rende il femminicidio compiuto da donne più improbabile ma non impossibile.  

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Commenti

Ringrazio l'autore e l'interpretazione.
Un singolo caso fa notizia.
Non c'è modo in Italia però di fare studi epidemiologici paritari perchè non viene chiesto l'orientamento sessuale nella prassi anagrafica se non per il test Hiv, con l'affetto che gli studi italiani sono solo sui sieropositivi, tutti maschi, giacchè le lesbiche non hanno mai preso per via sessuale l'Aids.

Ognuno ha una sua opinione sulla violenza che produce il femminicidio. Per me è un reato, in cui la psicoanalisi può aiutare ma non deve cedere al narcisismo chiamando malato l'aggressore, almeno finchè la legge conterra il pregiudizio sulle capacità di intendere e di volere, che andrebbero a suo beneficio, come nel caso dei pedofili.
Posso solo aggiungere che gli studi internazionali ci dicono che le aggressioni nella coppia lesbica sono frequenti, ma non denunciate a causa dello stigma omofobo, mentre gli omicidi delle persone transessuali, che pure rientrano nella logica del femminicidio, a mio avviso, avvengono più spesso da parte di clienti che già ne abusano come prostitute.
Anche per gli omosessuali in passato era così, basti pensare al celebre omicidio a Trieste di Winkelmann o dele sempre più rare aggressioni nei luoghi di 'battouage' oggi sempre meno frequentati grazie alla diffusione capillare dei locali gay e delle lotte per la visibilità.
Gli studi internazionali, avvengono nei Paesi occidentali generalmente più avanzati in tal senso, e dimostrano un gradiente di violenza nella copoia, peggiore per le transessuali, poi per le lesbiche ed ormai minimo per i gay.
Proprio ieri un mio amico si lamentava delle continue aggressioni che subisce a napoli dove c'è la prostituzione gay di migranti anche minorenni, perchè lui, invece, là cerca l'amore, gratuitamente!


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