Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Alimentazione e cinema

Share this
12 giugno, 2014 - 16:46
di Matteo Balestrieri

  Negli anni ’40 e ’50 la ricchezza si manifestava attraverso l’abbondanza del cibo. Si ricordi il mito americano di Alberto Sordi che fallisce nell’impresa di rifiutare gli spaghetti in Un americano a Roma di Steno (1954). In Abbasso la miseria! (1945) Anna Magnani, fruttarola arricchita, passa alla carne rifiutando la pasta perché questa è ritenuta rozza e povera. Ma gli spaghetti sono ancora il segno dell’abbondanza in Miseria e nobiltà di Mattoli (1954), con Totò che danza festante su una tavola ingoiando spaghetti e ficcandoseli in tasca. Diversi anni più tardi, nel film Il minestrone (1981) di Citti è rappresentata la lotta per la sopravvivenza alimentare attraverso i toni epici dell’avventura e della follia.
  Ai giorni nostri invece il cibo è oggetto di sospetto, sia per l’abbondanza incontrollata sia per i processi di sofisticazione. Alcuni film si sono occupati di questi aspetti, con risultati contrastanti. Ad esempio, Sette chili in sette giorni (1986) è una becera satira sulle cliniche dimagranti, le false diete e i farmaci anoressizzanti. Super Size Me (2004) è invece un graffiante documento di denuncia sullo stato della salute alimentare negli Stati Uniti e sui meccanismi che la governano.


  L’alimentazione ha poi un ruolo nell’equilibrio familiare. Ne La famiglia di Scola (1987) si assiste al contrasto generazionale tra la madre che ordina la trippa e la figlia che mangia un consommé limpido. In Mangiare, bere, uomo, donna (1994) il regista Ang Lee fa ruotare le vite sentimentali di un padre e delle sue figlie attorno al cibo e ai suoi reconditi significati affettivi.

  Un altro modo con cui il cibo entra nel cinema è quello della metafora. Le associazioni cibo-sesso o cibo-morte, spesso mischiate tra loro, sono presenti in diverse opere. Nella Grande abbuffata (1973) Ferreri utilizza la sovrabbondanza di cibo per rappresentare l’autodistruzione della nostra società, gravata da troppo benessere. In un altro suo film, La carne (1991), è la stessa protagonista che viene mangiata dal suo amante, così che mangiare equivale a un’incorporazione mortifera. L’ossessione che lega il cibo al sesso e alla morte è poi rappresentata fino all’eccesso nello straordinario Il ladro, il cuoco, sua moglie e l’amante (1989) di Peter Greenaway. Invece, nel delicato Delicatessen (1991) di Jeunet l’amore di due giovani riesce a battere la strategia, collegata al binomio cibo-morte, ordita dal padre della giovane.
  Vi sono poi film dove l’alimentazione mette in luce alcuni aspetti psicopatologici. Per esempio, in Ricette d’amore (2001) i tratti ossessivi di una chef trovano realizzazione nella direzione della cucina di un rinomato ristorante. In Qualcosa è cambiato (1997) il disturbo ossessivo di Jack Nicholson si esprime nella scelta e nel controllo dell’alimentazione.

 I veri Disturbi del Comportamento Alimentare trovano spazio in una non sempre eccelsa filmografia, dove l’anoressia nervosa è il disturbo più rappresentato. In Primo amore (2004) di Garrone, il comportamento anoressico è intrapreso per compiacere un amante. Il film-tv Briciole (2005) descrive in modo didascalico i sintomi della malattia, le dinamiche familiari e gli inefficaci tentativi di terapia. Il più recente Maledimiele (2012) ripropone in maniera pedissequa e piuttosto inconcludente i comportamenti di un’anoressica (abbuffate, vomito, esercizio fisico) e le assenze affettive genitoriali. Nello sferzante Dolce è la vita (1990), Mike Leigh dipinge invece un caustico ritratto della classe lavoratrice inglese, all’interno del quale una ragazza esprime la propria rabbia adolescenziale con abbuffate e condotte di eliminazione. Nel dramma sentimentale La Merlettaia (1977) di Claude Goretta l’anoressia è il segno della resa di una ragazza di fronte a una delusione amorosa e alle difficoltà della vita.
Il film-tv Per amore di Nancy (1994) racconta la storia di una ragazza anoressica che senza apparente motivo inizia a respingere il cibo, nasconde il proprio digiuno ai genitori e rifiuta l'aiuto dei medici. Nel lungometraggio In carne e ossa (2008) due genitori alto-borghesi insoddisfatti chiamano nella propria villa uno psichiatra per curare la propria figlia, venticinquenne anoressica. L’ospite sconvolge i fragili e ipocriti equilibri familiari, che necessitano in realtà della presenza della malattia della figlia. Nel film A passo di danza (1999) la durezza della preparazione in un prestigioso istituto porta un’aspirante ballerina ad un’anoressia che progressivamente deteriora la sua salute. Lo stesso ambiente è protagonista nel film Il cigno nero (2010), dove è messa in scena la rivalità tra due ballerine di danza classica. La protagonista s’impegna strenuamente, attraverso un ferreo controllo sul proprio fisico, per risolvere la personale battaglia interna collegata all’emancipazione da una madre repressiva. Le conseguenze saranno però uno sviluppo allucinatorio e persecutorio, che la porterà all’autodistruzione.

  Sul versante bulimico, dopo aver ricordato alcune commedie che hanno per protagonisti personaggi obesi che vengono rivalutati (Grasso è bello del 1988, Amore a prima svista del 2001), sono da sottolineare le abbuffate della bulimia, testimonianza di una desolante sconfitta nella Venere di Willendorf (1996). Nel film Pomodori verdi fritti – Alla fermata del treno (1991) particolarmente incisiva è la continua e incontrollata assunzione di cibo di Evelyn, signora depressa di mezza età che cerca di compensare un vuoto esistenziale e la percezione di insufficienza personale.
 In Ragazze interrotte (1999), Daisy è una ragazza autolesionista e bulimica per il trauma di essere costretta ad un rapporto incestuoso con il padre. Nel Diario di Bridget Jones (2001) le abbuffate di Bridget sono la manifestazione di uno scoramento reattivo alle sconfitte relazionali ed esistenziali, in parte assimilabili a un disturbo da alimentazione incontrollata.

> Lascia un commento



Totale visualizzazioni: 148