GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Febbraio 2016 I - Confronti

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13 febbraio, 2016 - 13:18
di Luca Ribolini

AMORE AL CIRCO MASSIMO. OSSERVAZIONI SULLE PAROLE SENTITE AL FAMILY DAY

di Maurizio Montanari, lettera43.it, 1 febbraio 2016
 
Come ha scritto J. Kristeva: ‘ se un analista riesce a stare nel solo posto che è il suo, il vuoto, gli è forse possibile intendere e intendersi costruire un discorso intorno a quell’intreccio d’orrore e di fascino che segnala l’incompletezza dell’essere parlante. L’analista è forse tra i pochi testimoni moderni del fatto che danziamo su un vulcano. (…) Può allora egli radiografare l’orrore senza capitalizzarne il potere? Esibire l’abbietto ma non confondersi con esso? Probabilmente no. (..) Mentre altri continuano il lungo cammino verso idoli e verità di ogni genere armati della fede necessariamente giusta delle guerre future, necessariamente sante (..) per me serve il sereno approdo di una contemplazione quando sotto le subdole e levigate superfici delle civiltà metto a nudo l’orrore fecondo che queste civiltà si sforzano di allontanare purificando, sistematizzando, pensando’.
Pensavo a questo, mentre ascoltavo le minoritarie, ma presenti e mediaticamente diffuse, interviste dei partecipanti al ‘Family Day’. Omosessualità intesa come malattia, timore di un alterità (l’amore per il proprio sesso) enigmatica, e per questo perturbante, che si tramuta in paura, fuga. Rabbia. Non si parlava di adozioni, né di bambini, se non in un appendice del discorso relativo alla proposta di legge Cirinnà. Il vero problema, sono ‘gli altri’.
Quegli uomini che amano gli uomini. Quelle donne che amano le donne. Tutto ciò che non è assimilabile attraverso le proprie cooordinate, diventa ostile, untore, nemico.
Ecco allora le indicibili frasi rivolte a ‘quegli altri’
‘ Pervertiti’, ‘ Omosessuale eguale ammalato’. Chi frequenta i transessuali, poi la parte più estrema del peccato. Sapere, statisticamente sapere, che adunate di questo tipo, con la veemenza violenta dei crociati, nascondono l’osceno che cercano di rinnegare, mi da quella che un amico giornalista definì ‘la depressione dell’hacker’. So, vedo cosa si nasconde dietro le pareti scintillanti delle palazzine rinfrescate, ed è un suburbio di miseria, e infrazione, di devianza e perversione. So, ma non posso dire.
Mentre la grande parata dell’omaggio alla ‘famiglia tradizionale’ andava in onda, leggevo su tutti i quotidiani quelle cose che un analista conosce: ogni anno 80.000 italiani si recano all’estero per sfruttare sessualmente il corpo di bambini in quelle terre ove è permesso e regolato. Guardavo le loro bandiere trovavo in filigrano il riscontro delle cifre che la stampa ci consegna, e lo studio amplifica: in quell’arena viene difesa la famiglia tradizionale, dalle crepe della quale fuoriescono coloro che ingrossano le file della prostituzione che rallenta i raccordi anulari, che sono pronti a pagare fior di euro la prestazione di un transessuale. Vedo, ma non posso dire.
 
Segue qui:
http://www.lettera43.it/blog/la-stanza-101-lo-sguardo-di-uno-psicoanalista-sul-contemporaneo/amore-al-circo-massimo_43675232580.htm 

IL CORPO COME NEMICO. L’anoressica soffre in prima persona, ma c’è anche la famiglia che le ruota attorno, sfibrata, confusa, disturbata che necessita di aiuto

di Giuseppe Maiolo, ladigetto.it, 1 febbraio 2016
 
L’anoressia è una patologia grave in crescita e da un po’ di anni interessa non solo le femmine ma anche i giovani maschi. È un tunnel scuro da cui a volte può essere difficile uscire. In adolescenza soprattutto. Perché è in questo tempo travagliato e complesso che si incontra il corpo e i suoi numerosi significati. Non è semplice, anzi sovente si tratta di un incontro sconvolgente perché è un corpo nuovo, sconosciuto, che cambia e si trasforma.
Crescere può essere un’esperienza dolorosa quando il bambino scompare e non è ancora pronto l’adulto, maschio o femmina che sia. A quel punto le trasformazioni fisiche come segno tangibile di un universo che muta rapidamente di forma e di struttura sono difficili. È quel turbolento cambiamento che spaventa, non fa capire più nulla. Paralizza. C’è chi si chiede: «Dove mi porterà questo mio corpo che si allunga e si allarga, che si deforma e diventa irriconoscibile?»
 
Segue qui:
http://www.ladigetto.it/permalink/51091.html 

LA FAMIGLIA DEL DESIDERIO

di Alessandra Pigliaru, il manifesto, 2 febbraio 2016
 
Vittorio Lingiardi, psichiatra, professore ordinario di Psicologia dinamica alla Sapienza di Roma e, fino al 2013, direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia clinica, ha curato numerose traduzioni, articoli e monografie sul tema dell’omogenitorialità e, più in generale, dell’orientamento sessuale. Lo abbiamo incontrato per porgergli qualche domanda.
In «Citizen gay» (Il Saggiatore) sostiene che serve a poco inchiodarsi tra gli anatemi contro la «famiglia omosessuale» e le varie e automoderate «concessioni alla diversità» in un mondo che è già cambiato, si tratta di aprirsi alla trasformazione. Qual è il nodo simbolico che va sciolto?
L’idea che esista solo un tipo di famiglia e un solo tipo di filiazione. La storia e le geografie culturali ci hanno mostrano che tanti sono i modi in cui gli umani organizzano la loro tendenza a creare legami di attaccamento e continuità. La trasformazione culturale che va assunta è, quindi, non a detrimento delle «forme tradizionali» bensì aggiunge elementi di novità e ricchezza. Tali novità, come dimostrano moltissimi studi scientifici, non producono nocumento psicologico e sociale ma al contrario rinforzano il tessuto affettivo e culturale, introducendo varianti senza danneggiare nessuno.
Come psichiatra e psicoterapeuta, è certo che una regolamentazione che riconosca a gay e lesbiche le unioni e i matrimoni contribuirebbe a «prosciugare la palude, psicologica e sociale, in cui prolifera l’omofobia». Una legge in materia avrebbe dunque effetti positivi ma, come indica, è un contributo e non l’intero. Che cosa si può ulteriormente fare sopra e fuori la legge?
Il mio approccio è quello di avvicinarsi al tema delle famiglie omogenitoriali e, più in generale, al riconoscimento della dignità delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, non solo in una prospettiva legale e giuridica – comunque fondamentale – ma anche con un processo che nasce dall’esperienza quotidiana, dalla reale curiosità – quando la si ha – nel conoscere e osservare vite, desideri e gusti diversi dai propri. Il grande discrimine non è tra maschi e femmine, oppure tra omo ed etero: tutte le esistenze sono attraversate da soglie che variano e differenziano le nostre esperienze.
 
Segue qui:
http://www.iniziativalaica.it/?p=29766 

È NECESSARIO UN CONFRONTO SU CHIESA E OMOSESSUALITÀ

di Christian Raimo, internazionale.it, 2 febbraio 2016
 
Le piazze di SvegliaItalia due sabati fa, quella del Family day sabato scorso: è possibile che l’Italia sia così divisa in due, spaccata in modo lacerante? È possibile che ci sia una contrapposizione tanto assoluta tra due movimenti che chiamiamo con brutta approssimazione “per i diritti civili” e “per la famiglia tradizionale”? Due comunità vaste, trasversali nella società, che si dichiarano entrambe piene di attenzioni per la genitorialità, l’educazione, i figli, così desiderose di difendere le relazioni, i sentimenti, e che però poi si accusano reciprocamente: di perversione e individualismo esasperato da una parte; di omofobia e arretratezza medievale dall’altra. È possibile, mi chiedo ogni volta che il dibattito su questi temi torna al centro dell’agenda politica, che non si sia trovato un linguaggio migliore, una maggiore mutua conoscenza per esprimere il conflitto tra queste due visioni antagoniste? Perché sono di fatto assenti in questo dibattito i cattolici democratici e occupano la scena iniziative come quelle del Pirellone illuminato o il rito delle sentinelle in piedi? Perché per i militanti lgbt spesso la chiesa cattolica è una solo una buffa congerie di stupidi tartufi da antico regime?
Discussione senza passi avanti
Eppure, per fare il primo esempio, a leggersi per intero la prolusione ufficiale che la Cei ha emanato nei giorni passati per voce del cardinale Bagnasco – quella per capirci dove si ribadiva chiaramente che “i bambini hanno diritto di crescere con un papà e una mamma” – si trovano anche varie affermazioni molto progressiste su altri temi, dal reddito di inclusione all’accoglienza ai migranti, su cui probabilmente convergerebbe una gran parte di chi è sceso in piazza con le bandiere arcobaleno. Perché invece sulla trasformazione della famiglia una gran parte della chiesa non è disposta a ripensarsi? Non è solo nel mondo cattolico più retrivo che il dibattito sul rapporto tra chiesa e omosessualità è così poco qualificato. Non esistono, per esempio, inchieste ufficiali, studi scientifici che abbiano fatto scuola, saggi storici di riferimento su cui poter innestare un confronto serio; confronto che quindi comincia ogni volta da capo, alimentato da dichiarazioni estemporanee, sondaggi shock, prese di posizioni personali: ogni tanto c’è un’inchiesta che sostiene che nella chiesa il 30 per cento del clero è gay, qualche sacerdote magari fa coming out, ma la discussione non fa passi avanti. Il catechismo ufficiale della chiesa cattolica recita espressamente che:
“Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che ‘gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati’. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”.
Tutti i pronunciamenti ufficiali della chiesa, dagli ultimi papi fino ai gradi più bassi della gerarchia ecclesiastica, hanno avuto l’arduo compito di ribadire questa posizione, ma al tempo stesso di condannare l’omofobia. Perché, come è scritto nel passaggio successivo del catechismo:
“Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”.
E sembra che tanto basti a chiudere la partita.
Negli ultimi quarant’anni – dall’uscita di due tra i pochi libri che spesso sono citati,The church and the homoxesual di John McNeill (1976) e The church and the homosexual: an historical perspective di John Boswell (1980) – le opinioni si sono polarizzate ancora di più. C’è una parte della chiesa che s’interroga sul tema e tenta un approccio innovativo non solo dal punto di vista culturale, ma anche teologico. C’è un’altra parte che prova intervenire con una pastorale apposita: forme di pedagogia e di psicanalisi di “eterosessualizzazione”. In mezzo, alcune – poche – voci più riconosciute che segnalano l’importanza di un confronto laico. In Italia, in tempi recenti, Enzo Bianchi priore della comunità monastica di Bose o il cardinale Carlo Maria Martini: voci che rischiano di essere alla fine solo testimoniali.
Di fatto, pur essendo una questione così capace di dividere, sembra che a pochi interessi sfidarsi fino in fondo anche su un terreno teorico.
Un problema che riguarda chiunque
Qualche anno fa lessi un paio di libri che non potevano essere più distanti. Il primo, tradotto da San Paolo Edizioni, l’aveva scritto Joseph Nicolosi, fondatore della Narth (National association for research and therapy of homosexuality) e padre della cosiddetta terapia riparativa, una pratica psicologica molto discutibile che permetterebbe agli omosessuali di riacquisire un’identità eterosessuale. S’intitola Oltre l’omosessualità ed è un libro molto utile per provare a comprendere il radicalismo cattolico del Family day senza rubricarlo direttamente nell’idiozia reazionaria. La teoria di Nicolosi – in Italia ha avuto un po’ di pubblicità dalla canzone sanremese di Povia Luca era gay  pare interessare solo i maschi e schematicamente è questa:
“Gli omossesuali soffrono di una sindrome di deficit di identità di genere maschile. È questo senso interiore di incompletezza della propria mascolinità che rappresenta il fondamento essenziale dell’attrazione omoerotica. […] Il cliente spesso capisce che sua madre, se da un lato è stata molto amorevole, probabilmente non è riuscita a riflettere in modo adeguato l’identità maschile autentica del figlio”.
Madri troppo presenti, padri assenti e inadeguati, mancanza di amici dello stesso sesso in grado di aiutare a definire l’identità sessuale: queste le cause, le concause. La terapia secondo Nicolosi funziona cercando di recuperare questi deficit: la rielaborazione delle ferite infantili inferte all’identità maschile, l’incoraggiamento verso un’amicizia maschile che implichi condivisione ma senza attrazione fisica. La terapia si muove all’opposto delle terapie di affermazione gay, ossia dei percorsi di analisi, di consulenza che permettono agli omosessuali repressi, insoddisfatti, problematici, di fare coming out e di vivere in libertà le loro relazioni omosessuali. Se ovviamente alla Narth non diamo nessuna credibilità scientifica, è comunque utile leggere i casi di gay infelici che Nicolosi elenca – uomini sposati che cercano flirt con diciottenni, ragazzi incapaci di costruire legami minimi, mariti dipendenti dalla pornografia e da una sessualità adultera compulsiva, personalità patologicamente introverse. Sembra proprio che il problema di tutte queste persone non sia la loro omosessualità, ma la difficoltà a creare relazioni affettive e sentimentali sincere e durature. Un problema che, come dire, oggi finisce col riguardare un po’ chiunque.
 
Segue qui:
http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2016/02/02/chiesa-omosessualita-unioni-civili  

NELLA ‘GUERRA PER LE TERAPIE’ LA RIVINCITA DELLA PSICANALISI. Secondo una serie di studi recenti è più efficace rispetto alla più breve ed economica terapia comportamentale
di Redazione, repubblica.it, 3 febbraio 2016 

Per Sigmund Freud e i suoi seguaci sembra arrivato il momento della rivincita rispetto alla terapia cognitivo comportamentale, largamente diffusa e preminente a partire dagli anni '70, e considerata rapida, efficace e più economica. La 'guerra delle terapie’ che negli ultimi decenni ha accompagnato l'analisi e gli analisti, secondo un articolo sul Guardian, sembra ora essere superata. 

Segue qui: 
http://www.repubblica.it/salute/medicina/2016/02/03/news/nella_guerra_delle_terapie_la_rivincita_della_psicanalisi-132614246/

LA GUERRA DEI SENSI. Le statue coperte e il ricordo di quel periodo in cui oriente e occidente ballavano nell’eros

di Umberto Silva, ilfoglio.it, 3 febbraio 2016
 
Eros governa le umane vicende facendosene beffa e gloria, scatenando derisioni e passioni. Evviva le statue inscatolate, l’ondata di buonumore che hanno suscitato in Italia, in Iran e in tutto il mondo. Altri si sono indignati, hanno visto Roma prona al persiano e furiosamente hanno protestato, e va bene così, un po’ di sana virilità. Un grazie anche a Rohani, la sua parte resta misteriosa, come si addice all’orientale costume. Ringraziamo tutti coloro che si sono prodigati in questa elettrizzante kermesse, e cogliamo l’occasione di salutare con ammirazione il funzionario televisivo che a Capodanno ha preso Crono per il collo. Punirlo? Promuoverlo semmai, una potente hybris l’ha spinto a varcare invalicabili confini.
Ridicolo ora affannarsi a inscatolare in giudiziarie diatribe chi ha inscatolato le statue, anche perché la storia è un’altra: stanchi di essere guardati a vista dai guardiani e dai turistici guardoni, gli dèi e le dee e gli eroi hanno architettato la rivolta e sono scesi per le vie di Roma, accolti dall’occhio fraterno di De Chirico, Savinio e Scipione, il pittore più caro agli dèi, che a sé lo trassero al quarto anno di infuocato lavoro. Gli scatoloni erano vuoti, più si cerca di imbrigliarlo più il desiderio si scatena, come il chador che Oriana Fallaci gettò ai piedi del torvo Khomeini chiedendogli se davvero la considerava una vecchiaccia poco perbene. “E lui mi avvolse in un lungo sguardo indagatore da cui mi sentii spogliata”. E’ il fuoco d’artificio di quando una sublime isteria sfida la protervia di una feroce paranoia, e vince: calpestando il chador l’eccitatissimo Khomeini fuggì via senza voltarsi.
 
Segue qui:
http://www.ilfoglio.it/la-politica-sul-lettino/2016/02/03/la-guerra-dei-sensi___1-vr-137777-rubriche_c336.htm

STEPCHILD ADOPTION: ‘SU CIÒ DI CUI NON SI PUÒ PARLARE MEGLIO TACERE'

di Luciano Casolari, ilfattoquotidiano.it, 4 febbraio 2016
 
Il presidente della Società italiana di pediatria e quello di quella di Psichiatra, sui giornali odierni, vengono citati come esperti che esprimono valutazioni opposte. In realtà leggendo le dichiarazioni dicono la stessa cosa e cioè che allo stato attuale della conoscenza scientifica non vi sono dati sufficienti per affermare che vi siano o non vi siano gravi problemi per un bambino allevato da una coppia omosessuale. Le sfumature interpretative divengono opposte nel momento in cui l’uno per precauzione, in assenza di dati, sembra optare per una limitazione mentre l’altro, per lo stesso motivo per cui non ci sono prove certe, lascerebbe più opportunità. A questo punto rientriamo nell’ambito delle opinioni, della sensibilità e della cultura personale per cui non conta più il fatto che rappresentino due comunità scientifiche ma le caratteristiche emotive e personali dei due individui. Per conto mio seguo la massima di Ludwig Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare meglio tacere”.
 
Segue qui:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/04/stepchild-adoption-su-cio-di-cui-non-si-puo-parlare-meglio-tacere/2432716/
 

CHE IGNORANZA, CONTA L’AFFETTO NON IL GENERE”. Lo psicanalista: “Due madri o due padri non fanno danni”

di Caterina Pasolini, repubblica.it, 4 febbraio 2016
 
“Conta l’affetto, la capacità di prendersi cura di un bambino, non il sesso dei genitori “. Massimo Ammaniti, psicoanalista, professore universitario di psicopatologia dell’età evolutiva, autore di duecento pubblicazioni che analizzano il rapporto genitori-figli, è spiazzato dalle affermazioni di Giovanni Corsello, presidente dei pediatri.
Come valuta i dubbi sulle coppie gay di essere buoni genitori?
“Sono stupefatto dall’ignoranza, vi sono decine di studi americani, inglesi e anche italiani che dicono il contrario. Ovvero che non ci sono differenze nei percorsi di sviluppo, di crescita, di relazione col mondo esterno tra bambini allevati da genitori omo ed eterosessuali “.
 
Segue qui:
http://www.repubblica.it/cronaca/2016/02/04/news/massimo_ammaniti_che_ignoranza_conta_l_affetto_non_il_genere_-132714677/
 

L’AMORE NON È BIOLOGIA

di Michela Marzano, vanityfair.it, 4 febbraio 2016
 
Cos’è la famiglia? Papà, mamma e figli, si sente ripetere in maniera ossessiva in questi ultimi mesi. Come se bastasse avere un papà e una mamma affinché tutto sia bello, tutto sia perfetto, tutto sia giusto. Un’evidenza, insomma. Come se l’amore, quello che dà senso a ogni cosa evitando che la vita scivoli nel vuoto dell’assurdo, fosse la conseguenza inevitabile di un’organizzazione familiare fondata su quello che in tanti chiamano «l’ordine naturale delle cose». Ma che cosa è naturale e che cosa non lo è? Perché la maternità e la paternità dovrebbero essere il frutto della biologia? Da quando in qua la genetica fonda l’amore?
 
Segue qui:
http://www.vanityfair.it/news/italia/16/02/04/michela-marzano-amore

MAMMA E PAPÀ SONO FONDAMENTALI. LA PAROLA AGLI ESPERTI

di Paolo Ondarza, it.radiovaticana.va, 4 febbraio 2016
 
Prosegue la discussione al Senato sulle unioni civili, mentre è acceso il dibattito nella comunità scientifica. Il presidente della società italiana di pediatria Corsello ha parlato di “possibili danni per i figli in una famiglia omosessuale”. Di diverso avviso il presidente della società italiana di psichiatria Mencacci secondo il quale” ciò che conta è la capacità affettiva dei genitori. Paolo Ondarza ha intervistato il prof. Alberto Villani, vicepresidente della Società Italiana di Pediatria:
R. – Non sono stati condotti degli studi sufficientemente numerosi e lunghi per poter esprimere un parere definito. Va ribadito però che il professor Corsello, presidente della Società Italiana di Pediatria, ha detto quello che credo sia importante dire, ossia che va salvaguardata la figura del bambino; come pediatri non possiamo da un lato dire, ad esempio, che l’allattamento materno svolge un ruolo fondamentale e poi negare il ruolo della madre. Quindi la madre non può essere importante solo quando allatta o solo quando c’è la gestazione. Da anni ormai, grazie all’epigenetica si è ben compreso che un individuo è quello che è sua madre prima ancora di concepire l’individuo. Quindi è chiaro che nella formazione, nella crescita di un bambino, il ruolo materno e il ruolo paterno sono fondamentali.
D. – E che cosa dire per quanto riguarda la figura paterna?
R. – È difficilmente comprensibile la posizione del presidente degli psichiatri per il semplice fatto che quando un bambino presenta un disturbo del comportamento la prima cosa che viene fatta è il colloquio con i genitori ai quali quasi sempre viene spiegato quello che è il ruolo genitoriale, il ruolo materno, il ruolo paterno e come deve essere impostato il rapporto con il bambino. Quindi per molti dei comportamenti che non rientrano nella norma, il bambino non viene affidato direttamente al terapeuta, ma il primo passaggio fondamentale è proprio il colloquio con i genitori e il chiarire quelli che sono i compiti di ognuno dei due nel processo educativo.
D. – Quindi lei si sente di ribadire la necessità di una figura maschile e femminile, di un papà ed una mamma, per la crescita di un bambino?
R. – Questo senz’altro. Questa è sicuramente la condizione ottimale. Se poi si passa ai casi eccezionali, quelli a cui si fa riferimento, come ad esempio è meglio un bambino accudito con amore in questa situazione piuttosto che un bambino maltrattato in quest’altra, non è questo ciò che è interessante appurare. Noi dobbiamo prevedere per il bambino quella che è la sua situazione ottimale. Quindi senz’altro esiste un ruolo paterno, un ruolo materno, esiste anche addirittura una genetica diversa e innegabilmente questo ha un valore. Questo non significa che come pediatri noi non dobbiamo sempre farci carico di tutti i bambini indipendentemente dalla loro razza, dall’indirizzo politico, da tutti i fattori: come pediatri noi dobbiamo avere amorevole cura del bambino ed offrire a lui il meglio.
D. – Ritiene che all’interno del dibattito, chiaramente acceso, delle ultime giornate si stia tenendo conto dell’apporto della ricerca scientifica?
R. – Bisognerebbe conoscere nel dettaglio tutti i passaggi e tutto ciò che sta avvenendo. Quello che è certo è che non viviamo in una società, e questo non solo in Italia ma direi in molti Paesi, in cui il bambino abbia il massimo del rispetto. Quindi dire che molte delle cose che vengono fatte anche in un Paese civile come l’Italia siano prioritariamente nell’interesse del bambino onestamente ciò non mi sembra che accada. Come pediatri invece abbiamo tutto l’interesse che l’interesse del bambino prevalga sugli altri interessi.
Ascoltiamo ora l’opinione dello psicanalista Giancarlo Ricci, autore del libro “Il padre dov’era. Le omosessualità nella psicoanalisi”.  L’intervista è di Paolo Ondarza:
R. – C’è una differenza tra il concetto di bambino e di figlio. Il “bambino” è piuttosto un oggetto d’amore, un oggetto pensato, progettato, desiderato. Il rischio è che, appunto, nelle coppie omogenitoriali sia considerato un oggetto. Altra cosa è il “figlio”, cioè qualcuno che si situa in un processo di filiazione, che è una filiazione simbolica, rispetto alla quale l’amore è necessario, ma non è sufficiente, nel senso che, certamente, un bambino deve crescere sano e, affettivamente, in una struttura particolare, ma – ripeto – il figlio è un’altra cosa.
 
Segue qui:
 
http://it.radiovaticana.va/news/2016/02/04/mamma_e_pap%C3%A0_fondamentali_per_bambino_secondo_esperti/1205956
 

LA “RIVINCITA DI FREUD”, AD ESSERE ONESTI, NE È L’ENNESIMA SEPOLTURA. Il 7 gennaio è uscito sul Guardian un articolo del giornalista Oliver Burkeman intitolato “Therapy Wars: Freud’s Revenge”. Come dice il titolo, il lavoro parla di una rivincita di Freud, anzi di una vendetta. Vendetta nei confronti di chi o di cosa? Della terapia cognitivo-comportamentale (TCC) che per tutto l’articolo si aggira come lo spettro dell’antagonista

di State of Mind, linkiesta.it, 4 febbraio 2016
 
La terapia cognitivo-comportamentale negli ultimi decenni ha ottenuto –prima tra le psicoterapie- il rango di cura scientificamente fondata ed empiricamente efficace. Questo status si è spesso accompagnato a una velata e anche esplicita critica verso la psicoanalisi, considerata una terapia di dubbio valore scientifico e di non provata efficacia. Critica in parte fondata e in parte semplicistica, critica dapprima dei soli terapisti cognitivi e poi diffusasi nell’opinione pubblica. Nell’articolo si accenna a come nel Regno Unito la terapia cognitivo-comportamentale abbia ottenuto una vera egemonia scientifica e culturale, egemonia che ha trovato il definito sigillo istituzionale nel programma Improving Access to Psychological Therapies (IATP) che dal 24 agosto 2008 ha permesso la diffusione del trattamento con terapia cognitivo-comportamentale nel servizio sanitario pubblico inglese. L’obiettivo, sostanzialmente raggiunto, era di formare 3.600 operatori sanitari che fornissero servizi per 900.000 persone. Anche di questo successo inglese della terapia cognitivo-comportamentale occorrerebbe parlarne a fondo, e lo faremo in un altro articolo.
 
Segue qui:
http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2016/02/04/la-rivincita-di-freud-ad-essere-onesti-ne-e-lennesima-sepoltura/23837/
 

VIAGGIO INTORNO A UNA CLINICA PRATICA E «SITUAZIONALE». «Oltre le passioni tristi» del filosofo e psicoanalista Miguel Benasayag edito da Feltrinelli

di Niccolò Ninisivoccia, ilmanifesto.info, 5 febbraio 2016
 
In un certo senso, il nuovo libro del filosofo e psicoanalista argentino, ma da anni residente in Francia, Miguel Benasayag – Oltre le passioni tristi, appena pubblicato da Feltrinelli (pp. 155, euro 18) – inizia dove finiva, dello stesso Benasayag insieme a Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi (pubblicato sempre da Feltrinelli nel 2004); e non soltanto per l’evocazione contenuta nel titolo (peraltro assente nel titolo originale, Clinique du mal-être). Ne costituisce una prosecuzione, un approfondimento, a partire dal medesimo paesaggio psicosociale di riferimento: vivevamo allora e continuiamo a vivere oggi, secondo Benasayag, in un’epoca nella quale uomini e donne, e soprattutto i giovani, sembrano essere divenuti incapaci di affrontare la complessità del mondo, di accettarne le implicazioni e le conseguenze, e le crisi sociali ed economiche esplose negli ultimi anni hanno perfino aggravato, ed è comprensibile, i disagi e le sofferenze. La vita fa sempre più paura, il futuro è sempre più una minaccia anziché una promessa; e questa paura, questa incombenza hanno generato sempre più solitudine.
Dal suo osservatorio di clinico pratico oltre che teorico, Benasayag vede dunque persone sempre più isolate non solo dagli altri ma anche da sé stesse, e sempre più votate a coltivare ideali individualistici e materialistici, come se solo questo potesse offrire rimedio o almeno conforto: «nella crisi attuale, che è crisi dei fondamenti della cultura – scriveva già dieci anni fa Benasayag – l’homo oeconomicus supplisce alla mancanza di senso con l’economia, che diventa per lui il senso della vita e per la vita». L’epoca delle passioni tristi individuava una soluzione possibile – vale a dire una possibile direzione di cura, dal punto di vista della psicoterapia, ma anche una possibile forma di resistenza personale, rimessa a ciascuno – nell’immaginazione di orizzonti diversi, nei quali all’utilitarismo si sostituisse la gratuità dell’essere e del fare: dovremmo imparare, suggeriva Benasayag, a seguire il nostro destino quale che sia, non nel senso di accettarlo come fatalità bensì nel senso di impegnarci a diventare ciò che siamo davvero. E la ricostruzione dei legami con noi stessi, concludeva L’epoca delle passioni tristi, è l’unica possibile strada verso la creazione di nuovi legami con gli altri e con l’esterno.
Esattamente da qui ricomincia Oltre le passioni tristi: dalla constatazione che, dieci anni dopo, siamo invece ancora più rinchiusi dentro le nostre individualità, al punto che le nuove sofferenze psichiche sono diventate ormai ontologiche a tutti gli effetti. Distrutta ogni interiorità, venuto meno ogni legame con le parti più profonde di noi stessi e con il mondo che abitiamo, oggi non sappiamo quasi più chi siamo e cosa vogliamo, e nulla più ci tocca e ci riguarda.
 
Segue qui:
http://ilmanifesto.info/viaggio-intorno-a-una-clinica-pratica-e-situazionale/
 

LA TRAPPOLA NARRATIVA DI IN TREATMENT. Il (bel) programma di Sky tra Castellitto e la psicanalisi

di Francesco Specchia, liberoquotidiano.it, 5 febbraio 2016
 
Gli psicologi -specialmente i lacaniani, i gesuiti della psicanalisi- mi fanno paura dal vivo, figuriamoci in tv, dove la fisima diventa dramma e il dramma diventa pathos. E dunque diffido assai di Sergio Castellitto, antieroe di In Treatment nei panni dell’analista Giovanni Mari (dal lunedì al venerdì, Sky Atlantic HD ore 19,40); ossia di un uomo dallo sguardo liquido, immerso nei tumulti del cuore, separato dalla moglie, con una figlia che non lo perdona («questo è l’ultimo abbraccio che ricevi da me finché non torni a casa», dice la ragazza, e mantiene la parola), stanziale nel salotto di casa trasformato in studio-bunker contro le bombe atomiche dei pazienti. Pazienti che sono vari e avariati. Per dire.  Un bambino obeso devastato dal divorzio dei genitori che non vuole più «dormire dal padre separato»; un ingegnere accusato di disastro ambientale che si tiene più stretto il cappotto che i figli («è cachemere, le cose preziose è meglio tenerle sott’occhio»); una studentessa d’architettura che non riesce a pronunciare la sua malattia ma la scrive, tremando, sul taccuino.

Segue qui:
http://www.liberoquotidiano.it/blog/francesco-specchia/11875547/La-trappola-narrativa-di-In-Treatment.html?refresh_ce
 


BRUNO: “IL MALESSERE È DIFFUSO E I SOCIAL SONO LA GOGNA”. Lo psicoanalista: “Spesso pesa un’assenza genitoriale. Ma a quell’età tocca alla scuola la funzione educatrice”
di Eleonora Capelli, bologna.repubblica.it, 5 febbraio 2016
 
“Io credo che il fenomeno del bullismo sia in aumento, ma credo anche che dovremmo chiederci di che malattia siano il sintomo questi casi che sempre più spesso vengono alla luce. Il malessere sociale va affrontato insieme, senza giustificare in alcun modo per questo gli atti oggetto di denuncia”. Così lo psicoanalista Walter Bruno, che ha lavorato come psichiatra per venti anni nelle istituzioni bolognesi e oggi esercita in pratica privata, analizza il fenomeno portato alla luce dai casi di cronaca.
Dottor Bruno, come si può spiegare la dinamica del bullismo a scuola, e quale ruolo possono avere i genitori?
“Alla base di questi atti, che manifestano sempre una rabbia che si sfoga su una vittima indifesa, ci sono, per me, genitori assenti. L’assenza si può manifestare in tanti modi: può essere un’assenza materiale, ma anche l’assenza di punizione, l’incapacità di dire dei no. Il fatto di diffondere dei filmati con atti violenti significa una sola cosa: affermare la propria esistenza, anche se in negativo”.
 
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SE LA MAESTRA È VIOLENTA. «Oggi ti faccio del male, stai zitto, ti metto fuori al freddo, sei duro come il muro, vai a piangere in bagno, con te non ci parlo»

di Giuseppe Maiolo, ladigetto.it, 6 febbraio 2016
 
Parole violente che anche quando non si accompagnano a gesti, azioni e maltrattamenti fisici, colpiscono e feriscono come lame taglienti. L’abuso è già lì nella violenza delle minacce, nell’intimidazione. A volte sono ancora più forti e devastanti le paure che suscita l’adulto con quel suo dire persecutorio e svalutante che uno schiaffo. Eppure accade che una maestra di un asilo nido a Pisa le pronunci o le usi con i bambini come strumento «educativo» e poi le accompagni da percosse quasi a sottolineare la forza del suo potere.  Succede. I maltrattamenti si realizzano e si sviluppano, purtroppo, ancora con troppa frequenza.
 
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QUANDO LA LEGGE È AMMANETTATA AL GODIMENTO. THE HATEFUL EIGHT DI QUENTIN TARANTINO

di Pietro Bianchi e Marco Grosoli 
1.    Di Tarantino si è sedimentata nel corso degli anni un’immagine inoffensiva, debole, disimpegnata e sostanzialmente conservatrice. Il refrain è noto: Tarantino sarebbe la summa della distanza ironica postmoderna; uno di quelli che ha tolto al cinema la possibilità di dire qualcosa sul mondo al di là dello schermo. Si sente dire spesso che il suo cinema parlerebbe solo di altro cinema, in una sorta di inter-testualità dispersiva e centrifuga. Tutto può essere un’immagine o una citazione, tutto può essere qualcosa e nello stesso tempo anche qualcosa d’altro. Non è più possibile credere ad alcuna verità e tutto sommato non ce ne deve nemmeno più importare nulla perché l’unica cosa in cui vale la pena credere veramente è il divertimento immediato (o meglio, il godimento, ma come vedremo Tarantino capovolge il senso di questa massima proprio in The Hateful Eight). Un’immagine è un’immagine è un’immagine. Non è forse vero che uno dei passatempi preferiti dei fan di Tarantino è quella di andare a cercare le citazioni nei suoi film? Come se il mondo, ridotto a immagine e simulacro, non fosse fatto da nient’altro che da cinema. Come se l’unica emozione possibile fosse quella, davvero “piccola”, della risata sardonica di chi coglie una citazione di Carpenter.
Bisognerebbe ricordarsi di quello che dicevano di lui agli inizi della carriera. Persino un critico attento e colto come Jonathan Rosenbaum all’uscita di Pulp Fiction nel 1994 si lamentava del presunto “cinismo dello sguardo” del regista di Knoxville e del fatto che “se non riuscite a capire se [la chiacchiera dei personaggi dei suoi film] sia una critica ironica oppure una celebrazione compiaciuta dell’americanismo, è proprio perché lo stile di Tarantino è quello di cavalcare entrambe le posizioni”.[1] In realtà questa doppiezza sta solo nell’occhio di chi guarda perché Tarantino ci ha sempre abituato all’esatto contrario: cioè a prendere assolutamente seriamente il suo cinema. O per meglio dire, a prenderlo alla lettera.
Perché di molti personaggi dei suoi film noi ignoriamo pressoché tutto, anche se li vediamo disquisire di questioni apparentemente frivole come il sottotesto di Like a Virgin di Madonna, dell’opportunità di dare la mancia alle cameriere o della differenza tra un Quarter Pounder with Cheese e un Royale with Cheese? Non certo per una compiaciuta poetica del margine o della “debolezza” dell’immagine, o ancora peggio per un elogio della leggerezza o del divertissement. Semmai il contrario. Più fedele alla lezione di Freud che a quella del postmoderno, Tarantino ci ha sempre detto non tanto che la verità non esista più, ma che non la si possa trovare né nella centralità psicologica né nell’adeguamento alla realtà (l’evento in sé della rapina de Le Iene, non viene mai mostrato) ma nell’idiosincrasia sintomatica, nel dettaglio eccessivo e sopra le righe, o nel frammento di godimento. È nel sintomo apparentemente marginale che vi è la porta d’accesso alla verità. È là dove si trova la defaillance che possiamo trovare il luogo del soggetto della visione.
 
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UNIONI CIVILI, GALIMBERTI VS ADINOLFI: “NON SIETE CREDENTI, MA GUERRIERI DELLA FEDE”. “SIAMO PACIFICI”

di Gisella Ruccia, tv.ilfattoquotidiano.it, 8 febbraio 2016
 
Scontro concitato in più atti tra il filosofo Umberto Galimberti e il direttore de La Croce Mario Adinolfi, durante Fuori Onda, su La7. Il dibattito è innescato dal dietrofront di Beppe Grillo che ha invocato per i parlamentari la libertà di coscienza sul ddl Cirinnà. Adinolfi si arroga il merito di aver contribuito a questa “posizione lucida di Grillo”, come lui stesso la definisce, grazie alla mobilitazione delFamily Day. Galimberti non è d’accordo: “La strategia di Grillo non è per niente strana: quando i problemi della gente vanno in mano ai politici, allora smettono di essere problemi della gente e diventano strumenti per farsi la guerra tra di loro. Quella di Grillo non è una posizione lucida, come dice Adinolfi” – continua – “ma è veramente oscura e brutta. Peraltro, spesso la coscienza non è una parola bella. Basti pensare ai medici che in libertà di coscienza non fanno gli aborti. I medici sono funzionari della salute pubblica, devono rispondere a una società, non alla loro coscienza, che è un cerchio troppo ristretto. E’ semplicemente un soggettivismo che non è in grado di risolvere problemi oggettivi e i problemi della gente“. Si scatena la polemica, quando Adinolfi interrompe più volte il filosofo, che sbotta: “E la smetta di interrompermi, abbia pazienza, lo so che è una sua tecnica. Sono svantaggiato anche di fronte alla prepotenza dei cattolici, sono tutti svantaggiati quando diventano così aggressivi”. Galimberti dissente anche dal leader radicale, Marco Pannella, ospite in studio, applaudito invece da Adinolfi: “Quali sarebbero le prove scientifiche a cui dovremmo sottoporci? Vedere i bambini che crescono con 2 donne o 2 uomini si ammalano, sono traumatizzati, diventano psicopatici? Questo bisogna verificare? Scherziamo? Ma cosa tiriamo in ballo la scienza che non ha nessuna possibilità di essere verificata in ambito psichico?”. Gli animi si riscaldano nuovamente quando si discute di utero in affitto. Galimberti perde la pazienza, di fronte alle interruzioni di Adinolfi: “Io coi cattolici non parlo più”. “Questo si chiama dibattito” – controbatte il giornalista cattolico – “Anche noi spesso subiamo le sue ire“. La discussione si sposta poi sul contestato tweet di Roberto Formigoni e sulla legge anti-omofobia, definita “liberticida e allucinante” da Adinolfi. Galimberti osserva: “Il tweet di Formigoni? Dimostra che nella stanza dei bottoni ci sono persone volgari e dei bevitori, per usare il linguaggio dell’osteria. Formigoni così lascia vedere di che natura è fatta la sua anima, quale delicatezza lo caratterizza e che qualità comunicative possiede.E’ un vero disastro. Dovrebbe essere sanzionato“. Galimberti ha un nuovo scontro con Adinolfi e sottolinea: “Essendo stato a scuola da Karl Jaspers, lui mi ha insegnato che esistono i credenti e i militanti della fede. Voi siete militanti della fede che badate più alla guerra che al contenuto del problema che vi sta davanti. Non si guerreggia per le proprie idee, ci si confronta“. Il giornalista replica: “Lei doveva vedere le famiglie del Family Day: gli striscioni, le persone, non c’era neppure una parola di astio verso qualcuno. Era un popolo platealmente pacifico e clamorosamente mite“. “Lei non si affidi alle masse. La militanza nella fede si chiama intolleranza“. E sul pellegrinaggio dei fedeli per la salma di Padre Pio a Roma aggiunge: “Questi sono i cascami della religione. La religione e la fede sono manifestazioni di interiorità, non di adunate e di devozioni esasperate. Una fede che si affida ai miracoli non è una fede, è semplicemente una superstizione, una religione infantile”.
 
Al link il video:
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/02/08/unioni-civili-galimberti-vs-adinolfi-voi-guerreggiate-non-siete-credenti-ma-militanti-della-fede-siamo-pacifici/477595/ 

I più recenti pezzi apparsi sui quotidiani di Massimo Recalcati e Sarantis Thanopulos sono disponibili su questo sito rispettivamente ai link:
http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4545
http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4788
 
Da segnalare anche la rubrica
"Mente ad arte, percorsi artistici di psicopatologia nel cinema ed oltre, di Matteo Balestrieri al link 
http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4682
 
 
(Fonte dei pezzi della rubrica: http://rassegnaflp.wordpress.com

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