Tu mi perturbi Considerazioni sulle resistenze a fare i conti con il digitale

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20 febbraio, 2016 - 12:31
In tanti dei discorsi correnti su bambini e adolescenti (ma talora, non fosse altro che per ragioni anagrafiche, sono discorsi anche sugli adulti) il digitale sembra essere vissuto e inteso come un ostacolo al perseguimento di un equilibrato e produttivo rapporto con la realtà, con tutta la realtà, e appare fungere dunque da fattore di rallentamento o addirittura di blocco rispetto al perseguimento di quella pienezza umana che si è soliti far coincidere con la maturità personale e sociale.
Di più: a seguire i ragionamenti lì sviluppati e soprattutto a considerarne il tono, perlopiù disperante e luttuoso, parrebbe legittimo ipotizzare che chi se ne fa promotore trovi legittimo ritenere che senza il digitale il mondo risulterebbe decisamente più trasparente e praticabile.
Chiarisco quest’ultimo passaggio, che tocca un aspetto delicato.
Ho detto che chi pensa così ritiene che senza il digitale le cose andrebbero meglio, ma va chiarito che difficilmente questi arriva a pretendere che ciò avvenga. Così si aggiunge un’ulteriore colore ad un simile atteggiamento: l’ombra di fatalismo di chi, costretto ad ammettere che il digitale c’è, e piace, con tutti gli effetti perversi che inevitabilmente produce, poco ritiene di poter fare per contrastarne l’azione, se non, appunto, agire perché, attraverso opportune iniezioni di realtà, il giovane si tenga il più possibile al riparo di tali rischi.
 
Viene però da chiedersi: su quali basi teoriche poggia questo modo, peraltro molto diffuso, di intendere il rapporto fra digitale e mondo? E cosa c’è di specifico nel digitale che rende inquinato e inquinante tale rapporto?
 
Ho l’impressione che al fondo di tutto ciò ci sia un modo molto sbrigativo di interpretare e praticare il concetto di “virtuale”. In che senso sbrigativo? Nel senso che riconoscendogli lo statuto di ente, di un qualcosa in cui si vedono oggettivate le dimensioni del fittizio, è giocoforza contrapporlo alla realtà.
Ma, chiedo, dal punto di vista concettuale, questo schema è legittimo? È legittimo separare nettamente reale e virtuale?
Aggiungo:
  • i sistemi simbolici di cui l’uomo si è servito fino all’avvento del digitale per fare, comunicare, essere (dalla parola parlata alla parola scritta e stampata, per non dire delle forme musicali e dell’arte visiva nonché del modelli di produzione artigianale e industriale) cosa avevano e hanno di costituzionalmente diverso e di simile rispetto ai sistemi simbolici promossi e/o portati alla luce della frequentazione del digitale?
  • se comunicare via social network è una procedura alienante, per il fatto che porta a dissociare il contenuto della comunicazione dalla soggettività umana e materiale dei soggetti implicati, come non cogliere nella comunicazione via scrittura fisica, sia pure in una misura diversa, lo stesso meccanismo di alienazione?
  • come non vedere che, paradossalmente, in qualsiasi tecnica di retorica verbale, perfino in quella utilizzata in una relazione affettiva per far aderire il o la partner ad una propria scelta, agiscono contemporaneamente, intrecciandosi, ciò che si considererebbe naturale o reale e ciò che si vedrebbe invece come fittizio e alienante?
 
Insomma, i rischi che si corrono, nell’aderire ad un simile automatismo concettuale, è di interpretare tutto e il tutto secondo un’unica dimensione e, aspetto più grave ancora, quello di porsi al di fuori di ogni possibilità di cogliere, nelle pratiche del digitale, ciò che starebbe in continuità con lo sviluppo storico dei sistemi simbolici, dei modi di costruire il mondo e se stessi nel mondo, e ciò che ne rappresenterebbe invece l’elemento differenziante rispetto alle forme consuete.
 
A mio avviso il problema non sta nel digitale ma in ciò che forzatamente gli si attribuisce. Anzi, ho idea che dovremmo non già demonizzarlo ma farcene alleati, perché il digitale ci permette di vedere meglio determinate cose.
 
I media della conoscenza e della comunicazione sono ad un tempo agenti e specchi, inducono e riflettono. Pensare di trattare i media digitali solo da agenti che indurrebbero comportamenti artificiali, poco naturali, significa pregiudicarsi la possibilità di cogliere la parte di natura/cultura che preesiste al loro avvento e che grazie al loro agire assume visibilità.
Per uscire dalla condizione di parzialità concettuale di cui sto dicendo occorrerebbe, io credo, impegnarsi a fare i conti con due non trascurabili ostacoli:
  • la resistenza a mettere in discussione un meccanismo così comodo e di valore apparentemente universale come quello che porta a contrapporre reale e virtuale (e a farlo settorialmente e drammaticamente per il digitale),
  • la difficoltà a conoscere e interpretare la fenomenologia del digitale standone al di fuori o adottando schemi interpretativi che sono coerenti con altri sistemi di conoscenza ed esperienza.
 
Sono il primo a riconoscere che non è cosa facile: si tratta di compiere uno sforzo nella direzione di un cambio di paradigma, e di farlo infrangendo un luogo comune che sembra avere dalla sua il conforto di dati di ricerca.
 
Per un verso ci si deve impegnare a cogliere nel virtuale non già un entità quanto un processo: un movimento, dunque, che non allontana dalla realtà ma, al contrario, la potenzia, ampliandone la portata, come è per tutto ciò che lo sviluppo dei sistemi simbolici ha portato e porta all’esperienza individuale e collettiva di uomo; e nessuno potrà negare che la facilità di accesso e di uso delle strumentazioni digitali (non solo per ciò che sono sul piano fisico ma anche e soprattutto per quel che sono su quello mentale e della sensibilità) sia una delle sue ragioni della sua fortuna.
Per un altro versante, decisamente più impegnativo, e per il quale nessuna osservazione che non sia partecipante potrà considerarsi legittima, ci si dovrà interrogare su ciò che differenzia l’apparato corporale, mentale, affettivo, relazionale posto in movimento e portato alla luce dai meccanismi del digitale e della rete rispetto a quelli consueti.
 
Non ci si può girare attorno. La reversibilità dei processi (e dunque la messa in discussione, dal di dentro di una concezione spiraliforme e reticolare del tempo e dello spazio, dell’univocità delle procedure lineari), l’iterazione e l’integrazione tra i codici (suono, immagine, scrittura assieme, in una chiave ad un tempo ricettiva e produttiva, al di fuori delle tradizionali gerarchie, anche di potere), lo spazio di intermediazione tra sistemi (che tradizionalmente si intendevano come diversi e solo parzialmente comunicanti tra di loro e che oggi si trovano ad agire assieme).
 
Non c’è discorso che tenga, sul selfie come sul cyberbullismo, se non all’interno di una coraggiosa presa in carico degli elementi di complessità e problematicità portati alla luce dal digitale, in particolare per quanto attiene alle idee di realtà, di naturalità, di umanità.
 
Ma, me lo si lasci dire, non si potrà venire a capo di questi due impegni di elaborazione se non si saprà dare risposta all’interrogativo su ciò che di “perturbante” (in senso freudiano) c’è nel rapporto che tanti osservatori non partecipanti stabiliscono con la componente di realtà resa manifesta dai processi della virtualizzazione digitale.
 
Per uno sviluppo di alcuni dei temi qui trattati, coerente con il tipo di considerazioni che ho qui proposto, rimando all’e-book di Ornella Martini, Dare corpo. Idee scorrette per una buona educazione, appena uscito nella collana di e-book #graffi di cui sono responsabile (https://ltaonline.wordpress.com/graffi/dare-corpo/). Lo si trova in tutte le librerie digitali. Perché, chiederete forse, se è un saggio rivolto ad adulti, lo si rende disponibile solo in versione digitale? La risposta sta in quanto ho sostenuto fin qui, vale a dire nella necessità, per noi tutti, di superare censure e resistenze concettuali riguardo al contributo che digitale e rete forniscono al processo di costruzione di una realtà che è anche la nostra realtà.
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Per storia / caso / scelta mi sono trovata ad avere a che fare già negli anni "70 con i calcolatori elettronici (così si chiamavano allora i mega dispositivi IBM) e da allora ho constatato via via le resistenze ed avversioni che questa tecnologia è andata suscitando. Sottoscrivo in pieno l'articolo di Maragliano e credo sarebbe stimolante farci carico dell'indagine proposta: capire "ciò che di “perturbante” (in senso freudiano) c’è nel rapporto che tanti osservatori non partecipanti stabiliscono con la componente di realtà resa manifesta dai processi della virtualizzazione digitale." Negli anni "70 e seguenti le tecnologie in questione suscitavano i fantasmi di una progressiva emarginazione dell'uomo dal lavoro, uomo via via sostituito dalle 'macchine'.... Dall'avvento dei personal computer (anni "90 in Italia) si è iniziato a individuare patologie internet / correlate e ad attribuire alle I.C.T. la solitudine del soggetto umano... e questi sono soltanto brevi e parziali esempi. Negli ultimi anni il campo è divenuto anche il territorio in cui si dipanano apocalittiche ipotesi di uomo ridotto ad insetto, travolto nello 'sciame' dei social network e sempre più asservito alle mire del mercato e della psicopolitica...
Visioni non equilibrate dalla adeguata messa in luce dei vantaggi e delle opportunità offerte. Trovo inquietante che le visioni tecnofobe siano diffuse anche tra chi dovrebbe avere - per costituzione e professione - una apertura al nuovo... In grande sintesi credo che le 'tecnologie digitali' costituiscano uno schermo su cui proiettare le proprie personali paure; uno schermo che non può rispondere e che pertanto si presta bene a vedersi addossare colpe... mentre è l'Uomo che esita ad assumersi le proprie responsabilità nell'utilizzo...


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