Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

La realtà sulla scena

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28 marzo, 2016 - 12:38
di Sarantis Thanopulos

Due settimane fa la Royal Opera House di Londra si è scusata con il suo pubblico per gli effetti di turbamento che potrebbero avere sugli spettatori atti sessuali e di violenza (inclusa una scena di stupro) che la regista Katie Mitchell aveva inserito, di sua invenzione, nella rappresentazione di “Lucia di Lammermoor”.
Fiona Maddocks, critico del “Guardian”, ha espresso un netto dissenso: “L’arte non deve mai scusarsi. Intrattiene e fa divertire. Inoltre, shoccando porta nella consapevolezza. Mostra aspetti della vita dai quali preferiamo allontanarci.”     
Già, ma volgere altrove lo sguardo può essere espressione di sensibilità o di pietà e non di indifferenza, come l’insistenza nel vedere può scadere nel voyeurismo e/o nel sadismo.
L’arte non ha motivo di scusarsi, ma l’intento di shoccare non è artistico se fallisce l’obiettivo di trasformarci, se lo shock preclude la consapevolezza piuttosto che favorirla.
Lo scorso Dicembre, sempre sul “Guardian”, Tom Sutcliffe, giornalista nel campo delle arti, ha fatto delle considerazioni interessanti sul film “Amore” del regista francese Caspar Noé.
In questo film, in nome della franchezza nell’arte, ci sono scene di sesso reale, tra cui un rapporto a tre e un’orgia. Secondo Sutcliffe, l’effettività dell’atto può essere, in alcuni casi, incompatibile con il realismo: “la pornografia, che feticizza la realtà di quello che mostra, e disperatamente irrealistica”.   
Winnicott, nel 1949, rispose negativamente alla lettera di una signora che chiedeva il suo sostegno alla costruzione di bambolotti dotati di genitali. Terminò la sua risposta con un certo sarcasmo : “La conclusione logica di un simile ragionamento [la piena somiglianza di un bambolotto con un bambino] sarebbe quella di fare un orsetto che morde davvero, se uno lo stuzzica
Per il bambino è importante che il bambolotto non sia la perfetta imitazione di un essere reale. La perfezione dell’imitazione del corpo può essere utile per una conoscenza anatomica, ma questo tipo di conoscenza, che va bene per gli studenti di medicina, è disturbante per il bambino piccolo che usa il bambolotto come oggetto di gioco.
Il giocattolo deve mantenere sempre una distanza dalla cosa reale (anche il più perfetto dei trenini non è un treno vero). La distanza serve al bambino per evitare un puro adattamento alla realtà e costruire un proprio modo di immaginarla, interpretarla e trasformarla.  
Il realismo nell’arte, il mettere sulla scena i “fatti reali”, non riproduce la cruda verità: lo smascheramento delle illusioni che fa del disincanto un adattamento. Aumenta la tensione interna nel dato reale fino a destabilizzarlo, lo destruttura e lo rende accessibile alla soggettività interrogante, sperimentante.
Per la rappresentazione della realtà sullo schermo del cinema o sul palcoscenico del teatro, vale ciò che ha detto Aristotele per la tragedia greca: è imitazione d’azione che non riproduce i fatti nel loro effettivo accadimento, ma nella loro potenzialità: come potrebbero accadere.
Nelle tragedie i fatti cruenti non venivano direttamente rappresentati sulla scena. Si riteneva, con ragione, che il troppo vedere, la cosa brutalmente esplicita, producesse sconvolgimento puro senza possibilità di trasformazione (katharsis) del mondo interno dello spettatore. La rappresentazione realistica di uno stupro o la visione di un rapporto sessuale realmente consumato, crea un ingorgo delle emozioni, un’eccitazione che ottunde il pensiero.
L’arte non guarda nella stanza dei genitori o dell’obitorio.
Crea ponti tra il visibile e l’invisibile, ciò che non è percepibile ad occhi aperti.
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