Editoriale
il punto di vista di Psychiatry on line Italia
di Francesco Bollorino

POLITICAMENTE SCORRETTO: ma il problema della psichiatria è il TSO?

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24 aprile, 2017 - 10:23
di Francesco Bollorino

In questi giorni la stampa ha riportato la notizia che il Partito Radicale ha avviato la raccolta di firme per una proposta di legge d’iniziativa popolare per la modifica dell’istituto del TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio).
 
La legge ha come riferimento il nome di Francesco Mastrogiovanni il paziente tragicamente deceduto nell’agosto 2009 in un SPDC del Salento in regime di TSO e dopo tre giorni di contenzione a letto.
 
In sostanza i Radicali puntano a limitare l’uso del TSO e a introdurre maggiori controlli nella legittimità del ricorso a tale pratica.
 
Non entro nel merito delle proposte alcune davvero singolari specie se lette come un “ritardo” nell’attuazione del provvedimento tipicamente connesso con l’urgenza, mi limito a porre l’accento come in tutto il mondo istituti come il TSO esistono poiché PURTROPPO la malattia mentale può anche prevedere la non coscienza di malattia e la necessità di un ricovero CONTRO LA VOLONTA’ DEL PAZIENTE.
 
In oltre trenta anni di pratica psichiatrica svolta anche con regolari turni in Pronto Soccorso quale Psichiatra di Guardia posso dire alcune cose, credo, sul TSO:

  1. Non è MAI capitato che un TSO sia stato considerato tecnicamente inopportuno e conseguentemente annullato.
  2. Non è mai capitato che un paziente in TSO sia deceduto a causa di comportamenti medici scorretti.
  3. Ci sono stati nel tempo alcuni suicidi in reparto sia di pazienti in regime di ricovero volontario sia in regime di TSO per i quali non vi sono state condanne per negligenza dopo le ovvie e giuste indagini della magistratura.
  4.  I TSO rappresentano una quota molto bassa del numero totale dei ricoveri e spesso la proposta non è stata convalidata perché il paziente ha accettato il ricovero volontario una volta giunto in Ospedale
  5. Il TSO può rappresentare "una sconfitta" per la psichiatria nella misura in cui può essere il segno di una difficoltà o incapacità di gestione del paziente ma NON E' SEMPRE COSI' e una analisi del problema dovrebbe portare a valutazioni più complesse da declinarsi caso per caso. Le generalizzazioni non fanno bene mai
  6.  In tutta la mia carriera ricordo solo un episodio in cui la proposta di TSO fatta dal 118 era “sbagliata”: si trattava di una crisi ipoglicemica con confusione mentale non riscontrata a domicilio ma risolta al Pronto Soccorso con un semplice stick e una flebo zuccherata
Detto ciò per chiarezza e onestà intellettuale entriamo nel merito profondo del problema attraverso alcune domande che pongo per aprire si spera un dibattito serio tra i lettori della rivista:
  1. Siamo sicuri che i problemi dell’assistenza psichiatrica in Italia risiedano tutti nella gestione o nel cambiamento delle norme dei Trattamenti Sanitari Obbligatori?
  2. Siamo sicuri che la contenzione fisica (attuata, ovviamente, con tutte le garanzie del caso rispetto alla salute del malato e per il tempo strettamente necessario) sia “più cattiva” della contenzione chimica?
  3.  Gilberto Di Petta in un magnifico articolo nella sua rubrica ha messo il dito nella piaga di problematiche strutturali su cui occorrerebbe ragionare in maniera molto seria
  4.  Siamo sicuri che la soluzione dei “mali strutturali” dell’Assistenza Psichiatrica in Italia si possano affidare ad articoli di legge o non piuttosto alla loro declinazione corretta nella pratica quotidiana e nella gestione delle risorse?
  5. Siamo sicuri che gli abusi e la malasanità si possano risolvere con la legge? O forse è opportuno capire perchè le "buone pratiche" sia così variabili nel tempo e nello spazio?
  6.  Siamo sicuri che la via della privatizzazione nell’assistenza per mere ragioni di contenimento dei costi garantisca un’uniforme, a livello nazionale, qualità dei servizi?
  7.  Siamo sicuri che “non esista” il problema clinico e gestionale della naturale evoluzione cronica di una quota parte delle patologie psichiatriche?
 
Basaglia che da bravo e formato fenomenologo quale era ben sapeva che la malattia mentale PURTROPPO ESISTE; aveva scelto dialetticamente in una precisa fase storica “metterla tra parentesi” sottolineando il peso dell’Istituzione Totale Manicomiale dell’evoluzione processuale dei disturbi come elemento incontrovertibilmente negativo e infausto, da qui a negare l’esistenza del Disturbo Mentale ce ne passa e conseguentemente porsi il problema della Cura è necessario e non si risolve il problema con slogan o affermazioni apodittiche ma immergendo le mani come società non solo come operatori nella “merda” avendo il coraggio di farlo, guardando la realtà, ponendosi delle domande, cercando delle risposte.
 
Psychiatry on line Italia è DA SEMPRE uno spazio LIBERO INDIPENDENTE E NON IDEOLOGICO e per ciò stesso luogo giusto per provare ad aprire un serio dibattito sul futuro della Psichiatria in Italia.
 
Come Editor spero che in tanti colleghi vogliano intervenire sul tema e come Editor metto a disposizione loro lo spazio per pubblicare le loro riflessioni: solo attraverso la polifonia delle esperienze e delle testimonianze forse possiamo come Operatori della Salute Mentale proporre alla Politica delle soluzioni non semplicistiche o magiche di una realtà così complessa.
 
Noi siamo qui in attesa dei vostri contributi.

 
 
 

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Commenti

consiglio la lettura del contributo di Mario Iannucci "Il TSO e la presa in carico. Quando mi vergogno di essere un cittadino italiano, un medico, uno psichiatra"
alla URL http://www.psychiatryonline.it/node/3242

Data la DISTRUZIONE dalla SALUTE MENTALE, data l'assenza di risorse da parte dei Comuni e delle istituzioni sociali, l'ASSENZA di una RETE di PREVENZIONE e poi di una RETE di REINSERIMENTO SOCIALE SCOLASTICO e LAVORATIVO, parlare di TSO serve solamente a prenderci in giro da soli.

Beh sì, mi pare che in effetti andare a ritoccare il TSO non sia proprio oggi la priorità per la salute mentale. Ritoccare come semmai, poi? In questi giorni mi è capitato di rileggere un saggio di Luisa Roscioni che, a proposito della legislazione italiana prima della legge Giolitti, ricorda il risultato della ricognizione di Lombroso e Tamburini del 1891 in questi termini: «una miriade di procedure di internamento che variavano spesso da un manicomio all'altro (…). In alcune Province, come Napoli, Torino, Genova e Caserta era necessaria l’autorizzazione del prefetto in base a certificato medico; in altre, come Novara, Bergamo e Pavia era necessaria quella del presidente della deputazione provinciale, mentre ad Ancona, Reggio-Emilia e Imola quella del sindaco; a Perugia bastava invece l'autorizzazione del presiden¬te della Congregazione di carità, mentre a Brescia e a Messina serviva soltanto il certificato medico; in alcune "case di salute" a Torino e a Monza, era sufficiente la domanda della famiglia, e a Verona, Pistoia, Castelgandolfo, Mantova, Cagliari e Belluno non era prevista nessuna for¬malità, se non un avviso (salvo che a Verona) dell’avvenuta reclusione da far pervenire al prefetto e alla questura». In Toscana invece doveva essere il Tribunale ad autorizzare il ricovero, e così fu poi nella legge 36, perché il ministro Giolitti vedeva in questo una maggiore garanzia per la persona. Ma anche con la garanzia del tribunale, i ricoverati nei manicomi, che erano intorno a 40.000 nel 1904, giunsero a sfiorare i 100.000 negli anni ’60 (un incremento giustificato solo per 1/3 dal contestuale aumento della popolazione). Ma crediamo davvero, allora, che il fatto che ad autorizzare formalmente il ricovero sia il Sindaco, il Tribunale o il Prefetto o chicchessia, cambi gran che? Io non lo credo, e aveva ragione durante il dibattito parlamentare sulla legge Giolitti il deputato e magistrato Lucchini: chiunque sia ad avere la responsabilità formale del ricovero obbligatorio, dovrà ben starsene alla fine del parere tecnico del medico (oggi due medici) al quale sta inevitabilmente in mano la decisione. E possiamo girarla come vogliamo ma a questo non c’è scampo, io credo. O una collettività, e una nazione, si fidano dei loro psichiatri, insomma (e peraltro questi si devono comportare in modo che di loro ci si possa fidare, il che non sempre è…); o se no che li cacci una buona volta e smetta di pagarli. Ma non mi pare che il problema stia davvero in un abuso del TSO; piuttosto, nelle condizioni materiali nelle quali spesso il TSO si realizza (l’incredibile caso Mastrogiovanni insegna). E non tutto mi pare da buttar via, allora, se vogliamo della proposta radicale; salverei per esempio l’idea di estendere al TSO (e perché non anche ai CIE?) la competenza del garante dei detenuti, prevedere cioè che si occupi di tutte le condizioni di restrizione della libertà (e il TSO vi rientra), il che si potrebbe fare modificando la legge istitutiva del garante, non la 833. O, ancora, mi pare evidente che, rispetto alle garanzie previste per il TSO, quelle per la sua proroga, che pure comporta una restrizione più pesante perché più lunga della libertà personale, sono molte meno; meglio, però, che irrigidire inutilmente le procedure formali, si potrebbe prevedere anche per la proroga la convalida da parte di uno psichiatra estraneo a quell’SPDC, magari sorteggiato. Il che, non è una priorità certo, ma male comunque non farebbe, mi pare. Paolo

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