ZATTERE AGLI INCURABILI
Una Poesia al giorno toglie l' Analista di torno...
di Maria Ferretti

Anima persa disse il poeta all'analista

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14 gennaio, 2018 - 13:32
di Maria Ferretti
DISSE IL POETA ALL’ANALISTA di Anne Sexton
 
Il mio lavoro sono le parole. Le parole sono come etichette,
o monete, o meglio, come uno sciame di api.
Confesso che solo l’origine delle cose mi turba;
quasi che le parole si potessero contare come api morte in soffitta,
divelte dei loro occhi gialli e delle ali rinsecchite.
Sempre dimentico come una parola sia capace di evocarne un’altra, plasmarne un’altra, finché ho
qualcosa che avrei potuto dire…
ma non ho detto.
 
Il tuo lavoro è controllare le mie parole. Ma io
non lascio trapelare nulla. Lavoro al meglio, per esempio,
quando riesco a scrivere un elogio alla slot-machine,
di quella notte in Nevada: raccontare come il magico premio
arrivò con tre campanelle tintinnanti, sullo schermo fortunato.
Ma se tu dicessi che questo è qualcosa che non esiste,
allora mi sentirei debole, ricordando come le mie mani mi sembravano strane
e ridicole e colme di tutti
quei soldi veri.
 
[da A Bedlam con parziale ritorno, 1960; in “Poesia” 311/2016, p. 7, trad. Cristina Gamberi]
 
 
La tomografia assiale computerizzata è un  inesorabile scansione di immagini scandita dal rumore senza senso e ripetitivo nel tempo.
Stai immobile, non ti puoi muovere, mentre lei scandisce immagine dopo immagine il tuo stato interno.
Le immagini sono questo . Scansioni da cui vedere che cosa è rimasto in noi, delle nostra ossa, delle nostra membra.
La scansione è in solitario.
Scansione dopo scansione ti passa tutta la vita davanti.
Le immagini sono riconoscimento di chi sei  e in quale stato ti trovi.
Le immagini costituiscono l'archivio della nostra identità.
Da lì tracce, ricordi, stati d'esser.
C'è un luogo più di un altro che lascia indelebili i ricordi e le tracce.
Tutto parte da lì per un buon analista.
Tutto parte dalla parte dei matti. Si parte dall'estremo e li c'è la follia.
 La follia ha odore, puzza di paura e aggressività. Ha traccia di assassinio e violenza.
 
L'incontro con l'ospedale psichiatrico è stato un muro con muri.
Da lì dovevo partire.
Da lì capisci che vuoi speranza e possibilità, da lì capisci che il fascino è legge, non godimento mortale.
 Niente di poetico nel troppo di angoscia, niente di poetico nella purezza estrema dello stato angoscioso.
L'alcool quando è puro può uccidere. La gradazione è importante anche nella follia.
La follia allo stato puro non è mai veramente generativa, è solo spreco.


 
Il primo "matto" che incontrai fu un ragazzo di 35 anni che mi consegnò la sua traccia resistente alla vita: la musica.
Una cassetta dei Deep Purple.
Nel suo esser interrotto, la musica il collante.
Il suo sottofondo vitale era avvolto in un nastro. Qualcuno in mezzo ai morti voleva ascoltare.
Io fui punita per questo ascolto.
Ero una giovane tirocinante e, ascoltare un matto senza conoscerlo, era pericoloso per me e per lui.  Se c'è un luogo dove l'orecchio si perde era proprio lì nei padiglioni dell'ospedale psichiatrico.
 I padiglioni dell'ospedale fatti di porte chiuse a doppia mandata.
Lo studio dei dottori era sotto chiave. Mi ricordo la paura, la sensazione che potesse accadermi qualcosa, sempre.
Colleghi senza orecchie, scoppiate nell'assordante silenzio del luogo della follia.
Man a mano che stavo lì la paura lasciò spazio a curiosità e così chiesi al dottore dei dottori il primo incontro con la follia pura: l'omicida.
Lei era sempre seduta, composta, su una seggiola del soggiorno. La seggiola era il suo trespolo. Capelli grigi, occhi grigio verdi, labbra sottili, muscoli facciali perennemente tesi.
 Gesti, sempre gli stessi. Dopo la colazione arrivava e si sedeva li all'angolo e osservava la vita degli altri, dall'alto di un'altra dimensione.
Lei mi inquietava.
Volevo conoscerla, volevo sapere di quella mente che una mattina sotto delirio uscì di casa e camminando portò con se un coltello da cucina.
La voce le disse  che di fronte a lei in quel momento c'èra il diavolo. Un uomo pericoloso di fronte a sé si materializzò e a quel punto non rimaneva che difendersi .
Estrasse il coltello e uccise il primo passante che incrociò. Lui, il malcapitato , che non sapeva di esser il diavolo, se non per esser passato di lì, mori sul colpo.
Come toccare, sfiorare una donna così che porta con se una traccia omicida.
 Come dialogare con lei?
Eppure ci riuscii e fu bellissimo nell'ordine del sublime.
Preparammo il luogo, ci accordammo con gli infermieri, le proposi un colloquio accettò. Semplicemente volevo conoscerla. Ero giovane e impavida. Volevo sapere. Mi parlò di lei e quando le chiesi il motivo della sua presenza in ospedale, mi raccontò con delicatezza disarmante che aveva ucciso un uomo. Si ricordava di quel che era successo. Nessun dolore nessuna colpa, l'atto non era di aggressione ma di difesa.
 Se incontri il diavolo che fai? Il ricordo era lucido come il vissuto. Il delirio anche. Il delirio era un grumo impossibile da sciogliere. Mi disse: so che ho sbagliato e mi dispiace per quell'uomo, ma la tonalità affettiva era inesistente. Qualcosa nel suo pensiero era sopravvissuto ma sterile.
Fu la cosa più semplice del mondo parlare dell'uccisione di un uomo.
Io ho scoperto che gli aspetti più inquietanti sono dell'umano, scopri che è dell'uomo la possibilità di uccidere. Uccidi da sempre per mangiare, per sopravvivere, per difenderti.
L'uomo sa uccidere, parlare e ascoltare. Questa donna mi ha reso quasi naturale questo verbo. Mangi, dormi e.... uccidi.
Noi possiamo uccidere come delirare.
Questo è dell'umano come la follia. La follia è dell'umano tutto.
Io la porterò sempre con me, Daniela e come lei tante anime perse, che li incontrai.
Anime smembrate, con storie sublimi mai ascoltate mai poetate da colleghi senza orecchie.
Feci il doppio del mio tirocinio in quei luoghi di morte e me ne andai non per i matti, ma per i camici bianchi, per le porte chiuse e per dottori senza orecchie e poesia .
La psichiatria non è stata all'altezza del suo compito, alto compito: sollevare le anime perse dalla loro eterna angoscia e accompagnarle in un luogo più sicuro. Me ne andai perché il luogo da me amato era il luogo della non parola.
Andrea Pazienza un fumettista straordinario rende bene il concetto di psicosi o follia: “Tutto, tutto mi fa male ogni parola.”
 Ogni parola risuona, rimbomba nella follia è lì che capisci l'importanza delle parole, la loro tridimensionalità.
Le parole udite possono ucciderti e far uccidere. Le parole son atti. I matti intrecciano le parole secondo una logica che è altra dal mondo. Entrare è difficile, a volte impossibile. Ma a noi è richiesto come in analisi di saper ben ascoltare ed è proprio lì che impari l'arte del silenzio, l'arte dell'accoglienza, l'arte dell'osservare. È proprio lì che il viaggio chiamato uomo deve iniziare. È proprio lì che la cura inizia.
Franco Basaglia lo descrive benissimo nei suoi Scritti,1982:
"Voce confusa con la miseria, l'indigenza e la delinquenza, parola resa muta dal linguaggio razionale della malattia, messaggio stroncato dall'internamento e reso indecifrabile dalla definizione di pericolosità e dalla necessità sociale dell'invalidazione, la follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o che vorrebbe dire".
 

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Come può un poeta amare il luogo della non parola, se la poesia è il luogo per eccellenza della parola? Un bel paradosso, più che una contraddizione.


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