CUORE DI TENEBRA
Viaggio al termine della psichiatria
di Gilberto Di Petta

TENERA E' LA NOTTE...

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4 settembre, 2018 - 16:24
di Gilberto Di Petta
Il guardiano più forte è piazzato ai cancelli del nulla
F. S. Fritzgerald
 
Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino
F. S. Fritzgerald
 
Notte del primo settembre. Sabato. La pioggia ha sferzato l’asfalto dell’asse mediano, allagando le carreggiate. Sono giunto in reparto guadando il fiume Mekong. Penso che stanotte il cicalino del telefono tacerà. Quando gli elementi infuriano, l’emergenza psichiatrica tace. Il collega mi dà le consegne e si avvia. La squadra che monta si affaccenda intorno ad un demente, attendendo una pizza che non arriva mai. Sono rientrati quasi tutti dalle vacanze. Non hanno voglia di uscire. Il tempo è brutto. Sono stanchi. E’ un’inflazione di pizze da asporto. Fanno tutti la stessa cosa, quando non escono: pizza a casa. Ora la pioggia tace, ma il cielo gonfio di nembi fa sperare comunque in una notte tranquilla. In una tenera notte presaga di autunno. Dopo tutta l’afa sofferta, l’aria fresca che sale dal mare è un balsamo per l’anima.
 
Nelle stesse ore un uomo si allonta da casa. Si chiama Pablo. Ha 57 anni. Scivola via silenzioso, per andare a comprare le sigarette. Lascia moglie e figlio, semiaddormentati davanti al televisore. Vaga da un pezzo, ormai, senza meta. Calza sandali di cuoio, un jeans celeste stinto di chiazze bianche, una t-shirt. La sua vita e nulla più. Il vento comincia ad essere pungente, ma Pablo non lo sente. Passando davanti ad un bar compra tre birre grandi, le fa mettere in una busta di plastica. Riprende il suo cammino. Riesce a muoversi senza che le bottiglie, dentro la busta di plastica, facciano il minimo rumore. Per strada non c’è nessuno. Cammina, senza quasi volerlo, verso il mare. Ogni tanto uno sbuffo di pioggia lo costringe a passarsi le mani per i capelli folti, di ricci morbidi, argentati. Gli occhiali sono appannati, ma non li pulisce. E’ assorto in un mondo interno, chiuso l’orizzonte in una coscienza crepuscolare che gli consente solo una feritoia. Arrivato alla battigia, dove la strada finisce, nota una panchina, messa lì da chissà chi, quasi in attesa che un’onda la sollevi, e si ferma. E’ ad un capolinea. Il suo capolinea. Si siede di fronte al mare. Sosta un attimo. Poi dispone le birre, una accanto all’altra, alla sua destra.  Alla sua sinistra poggia il pacchetto di sigarette con l’accendino. Non ha altro, né portafogli, né cellulare, né documenti. I suoi gesti sono misurati. Neanche adesso si deterge gli occhiali. La pioggia va e viene, ad ondate, ma non se ne cura, la sua attenzione si concentra sul mare. E’ grosso, si gonfia a mano a mano che la notte entra. La massa nera spumeggiante si approssima. La luna di tre quarti è coperta dalle nuvole. Il rumore delle onde è ipnotico. Le luci intorno si spengono. I suoi piedi sono adesso lambiti. La sua solitudine è assoluta. Potrebbero essere, quelli, gli ultimi istanti. Le ultime birre, l’ultima sigaretta. Eppure non sente alcun peso nel petto. Anzi, con il passare del tempo quella costrizione che lo ha spinto ad uscire si risolve. Fa saltare con l’accendino di plastica, con un colpo netto, i tappi delle birre e alterna, per un tempo interminabile, una lunga sorsata ad una sigaretta. Con la luna coperta, da lontano la sua presenza è segnalata solo dalla brace della sigaretta. Come un vecchio faro. Di cui nessun navigante coglie più il bagliore.  
In reparto sono quasi le 23. Squilla il campanello. Speriamo nelle pizze. Invece è il compagno ubriaco di una donna ricoverata nel pomeriggio, che a tutti i costi vuole riprendersela. Come maschi siamo io ed Egidio. L’uomo è nervoso, confuso. Potrebbe aggredirci da un momento all’altro. Cerchiamo di spiegargli che la compagna sta dormendo, che non possiamo dimetterla. Intanto ho chiamato la guardia giurata. Le infermiere lo aiutano ad aprire un malmesso e maleodorante trolley arancione. Dentro ci sono biscotti, bottiglie di aranciata, biancheria ed effetti personali. La discussione va avanti per un po’. Quando entra la guardia giurata dà segno di conoscerlo.  Sentiamo che forse si è convinto. Lo rassicuriamo che daremo tutto alla compagna e ci prenderemo cura di lei. Gli prometto che lunedì sarà dimessa. Mi stringe forte la mano, mi chiede il mio nome nonostante io ce l’abbia scritto sul petto. Gli chiedo il suo. Mi risponde :”Nessuno”. Quando il novello Ulisse esce prendiamo respiro. L’adrenalina è salita. Adesso dobbiamo calmarci. Mi fumo un sigaro fuori, prendendomi tutta la brezza che sale dal mare. Poco dopo arriva il ragazzo delle pizze. E’ l’onomastico di Egidio. Un pezzo di pizza semifreddo e un pezzo di babà rischiarano la notte. Ogni tanto fuori lampeggia. Qualche chiacchiera ancora. Poi i ragazzi vanno a cambiare il “vecchio” demente. Sono preoccupati perché non è tanto reattivo. Lo siedono sulla sedia, lo lavano, lo rimettono a letto cambiato e pulito come un bambino.  lo mi avvio nella mia stanza. Sulla branda sono agli ultimi capitoli di un romanzo di Carofiglio, ”Le tre del mattino”, regalatomi da un mio paziente ostinato cercatore di verità. Questa notte è perfetta per finirlo. Ma non sono tranquillo. Dopo un po’ mi rialzo. Prendo il martelletto dalla borsa, il martelletto da riflessi che era di Bruno Callieri, la pila tascabile, rientro in reparto. Chiamo Egidio, viene anche Daniela. Voglio rivedere il “vecchio” (ha solo dieci anni più di me). Egidio gli scopre i piedi. Riposa, girato dal lato sinistro. Sembra un apostolo nel suo sudario. Con le chiavi gli disegno un semicerchio sotto le piante dei piedi. Gli alluci e le dita flettono, e gli arti accennano subito a ritirarsi. I ragazzi sospirano di sollievo Dopo che lo scopro fino al bacino, gli arti superiori si muovono autonomamente, in difesa. Gli guardo le pupille. Il vecchio emette delle grida soffocate. Daniela dice che ha dolore dovunque lo si tocchi.  La notte demenziale lo sta ingoiando. Ci congediamo. I minuti passano, la lettura del libro va avanti. Ma anche il sonno è passato.
Alle 3 del mattino il cicalino mi sveglia. La luce è accesa e il libro giace sul mio petto aperto. La collega del PS è netta : un uomo ha tentato il suicidio in mare. Devi venire. Riesco a dirle di fare l’esame tossicologico sulle urine prima che riattacchi. Mi riprendo e mi avvio. Agli infermieri non dico niente. Fuori il vento piega le cime dei pini e il cielo è squarciato da lampi. Ma sento ancora il tepore e la tenerezza di una notte estiva. E’ l’estate che muore, che esala il suo ultimo sospiro. I corridoi sono deserti. La collega mi mostra gli esami di sangue. Ha fatto anche la TAC. Tutto negativo. Tracce di alcol. Mi dice che c’è anche la moglie. Che il paziente è stato trovato dal figlio quasi in uno stato di trance, con le gambe semisommerse dall’acqua. La moglie è preoccupatissima e chiede il ricovero. Mi riguardo gli esami, la gammaGT non c’è. Mi dice la collega che non la fanno di routine. Mi leggo il referto della TAC. Effettivamente sembra tutto a posto. Mi avvio in corridoio. Un uomo giace in fondo, adagiato su una sedia a rotelle, solo. Con il capo reclinato sul petto. Vado diretto verso di lui, lo chiamo per nome. Alza la testa. Ci guardiamo. Mi presento, gli tendo la mano. Poi gli chiedo di seguirmi. Cerco una stanza dove fare un colloquio. L’unico posto è la stanza dell’isolamento. In fondo al corridoio del PS. Faccio strada, accendo le luci, lo invito ad entrare. La stanza è disadorna. C’è solo un lettino da visita e una sedia. Pablo si stende sul lettino, con lo sguardo fisso al soffitto. Io prendo posto accanto a lui. Sembra quasi un setting analitico. Mi sorprendo. Avevo sempre pensato che il setting analitico fosse quanto di più innaturale per un incontro. Immaginavo che il paziente si sedesse a bordo del lettino, con le gambe penzoloni, invece si lascia andare supino. Non dico nulla. Aspetto che le parole fluiscano da sole. Siamo in una zona del PS fasciata dal silenzio. Quello che io ho chiaro, da subito, da dopo averlo guardato in faccia, è che non voglio ricoverarlo. Ho solo un letto libero tra il ghanese psicotico e il vecchio demente. Durante il colloquio apprendo che Pablo fa il segretario nella sezione cittadina di un ex partito politico di maggioranza. Ha conosciuto anche il giovane giornalista con la Mehari trucidato dalla camorra anni fa. Accenniamo a quegli anni, alla guerra tra i Gionta e i Nuvoletta.  Mi dice che alcuni anni l’alcol e la depressione lo tengono in ostaggio. Che non vede via d’uscita. Come si convince un uomo a non morire? Non lo so. Lo ascolto. Le sue parole sono un profluvio. Non parlava neppure con se stesso, da anni. La sua malinconia, come scrive Kierkgaard nel suo diario, non gli consentiva più di dare del “tu” a se stesso. Gli dico che abbiamo una unità di alcologia, e che sono proprio io lo psichiatra che si occupa di dipendenze. “E la depressione?” Mi chiede. Questa domanda mi sorprende. Mi incoraggio. Un filo di speranza. Gli dico che la cura per la depressione la cominciamo subito. A volte mi sorprendo di quanto siano potenti le parole ed i silenzi. Di quanto la medicina delle magnifiche sorti e progressive abbia lasciato indietro le parole, i gesti, i silenzi. Cosa ho fatto, stanotte, se non dare un pezzetto della mia notte ad un uomo per il quale questa avrebbe dovuto essere l’ultima. Stringergli la mano, guardarlo con fiducia, condividere con lui la crisi di senso del mondo. Evocare il giovane eroe della Mehari. In fondo, pensavo, i suicidi vanno incontro al destino. Pensavo che più o meno la stessa età di Pablo doveva avere Fabrizia Ramondino, che ne “L’isola riflessa” racconta il suo tentativo di suicidio a mare, per sfuggire alla morsa dell’alcol e della depressione. E pensavo a Virginia Woolf che, più o meno alla stessa età di Pablo, con le tasche piene di pietre si lascia andare nell’acqua fredda del fiume Ouse. Pablo è rimasto, invece, sulla panchina, emettendo la debole luce delle lucciole. Grazie alla quale il figlio lo ha trovato. Stanotte il suo appello disperato ha trovato un aggancio. Il suo dolore si è manifestato. Ha urlato con la risacca del mare, con la voce delle onde. Non ha incontrato l’indifferenza.  Entra la moglie di colpo. Ci sorprende. Non so da quanto parlavamo. Le offro la mia sedia ma non si siede. Rimaniamo in piedi io e lei. Pablo rimane disteso. Spiego le cose alla moglie. Con calma. Il setting è ancora più strano : io e la moglie in piedi, Pablo steso sul lettino. La signora è un’insegnante di liceo, mi dice che ha fiducia nei servizi pubblici.  Che hanno disperatamente bisogno di una mano. Li accompagno dalla collega per le dimissioni. Prescrivo una terapia antidepressiva. Quando lo saluto gli poggio una mano sulla spalla. Il suo corpo lo sento caldo. Spero che anche la mi amano lo sia. Lo aspetterò mercoledì mattina al SerD. Esco. All’improvviso il corpo basso dell’SPDC mi appare, con le sue finestre, profilato all’orizzonte, come la nave dei folli descritta da Brandt. “Si vede sorgere d’un tratto la sagoma della nave dei folli, e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari. Perché, dalla vecchia alleanza dell’acqua con la follia, è nata un giorno, e proprio quel giorno, questa barca?” Non ho imbarcato quest’uomo, stanotte. Sento che dovevo dargli una chance. L’ultima cartuccia di autostima. Che avrebbe pensato di sé, tra il ghanese e il demente, privato di cintura, di cellulare, di ogni effetto personale? Penso, come scriveva Virginia Woolf, che in fondo stanotte deve avere avuto, ad un certo punto, un istante di grande pace, e che questa è la felicità. Stanotte la morte e la follia non lo hanno voluto. Mi chiedo sempre come sia possibile che un percorso umano vada ad incenerirsi senza poter essere intercettato prima. Che nessuna parola trovi un ascolto. Nel mondo globalizzato che corre. Uno psichiatra qualunque di turno e un posto nella nave dei folli è il meglio che questa magnifica civiltà può offrire a chi ha il cuore pieno di parole che non ha mai detto? Torno alle ultime pagine del mio romanzo. E all’ultima ora di sonno.     . 
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