STELLA di Sylvie Verheyede

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2 ottobre, 2012 - 17:17

"Chiedere di abbandonare le illusioni della propria condizione significa chiedere di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni."
K.Marx Introduzione alla critica della filosofia del diritto di Hegel (1843)

 

polit

Stella è una ragazzina di undici anni della banlieue parigina, cresciuta nel bar dei genitori tra adulti alcolizzati "a rischio di cirrosi", biliardo, carte e musica fino al mattino. Il caso vuole che in base al suo cognome Stella venga assegnata a una scuola media di un quartiere lontanissimo dal suo, una scuola frequentata da bambine benestanti e "perbene" che vanno a letto non più tardi delle 8 e 30 di sera, che non guardano la televisione, che hanno tutti i pomeriggi occupati dalle lezioni di danza e pianoforte. I primi giorni di scuola saranno tremendi,la piccola protagonista non riuscirà a scambiare una parola con alcun compagno,verrà presa in giro dalle altre bambine per i suoi vestiti e i risultati scolastici saranno disastrosi. Un giorno all’uscita di scuola però una compagna di classe (Gladys, figlia di uno psichiatra ebreo argentino esiliato) scambiandola per un’altra bambina le rivolgerà la parola e da quel momento il destino di Stella inizierà a cambiare.

‘La classe’ di Cantet e Stella sono certamente film molto diversi: diverso è il periodo storico nel quale sono ambientati (i giorni nostri il primo e gli anni Settanta il secondo), diversa è la modalità del racconto (corale il primo e fortemente incentrato su un solo protagonista il secondo), diverse le storie e il retroterra culturale dei personaggi (nel primo caso immigrati arrivati a Parigi da tutto il mondo e francesi seppure di una Francia del nord emarginata e lontanissima).

Nonostante questa indispensabile premessa,la sensazione uscendo dal cinema è di aver vissuto una storia a bivi come quelle che si trovavano ogni tanto nei fumetti: si parte da una trama comune, ma poi c’è la possibilità di scegliere uno dei due finali proposti dai disegnatori. In questo caso la trama comune che ritroviamo sia nella Classe che in Stella è la difficoltà di crescere nella periferia parigina tra emarginazione e degrado culturale. Il bivio dal quale poi si biforcano i due finali dei film invece è l’occasione di uscire dai propri ghetti sociali e culturali, opportunità concessa a Stella (seppure grazie a una serie di casualità) e negata ai protagonisti della Classe.

L’occasione che Stella ha di frequentare una scuola "d’elite" ha in sé un significato importantissimo che va ben oltre la possibilità di ricevere un’istruzione più valida di quella di una scuola di periferia. Il problema qui non è di ricevere qualche nozione in più di storia o di matematica ma di sviluppare una piena coscienza di sè. Una coscienza che difficilmente sarebbe maturata nel contesto familiare di Stella, con ruoli confusi ed un atteggiamento verso di lei che è un misto di indifferenza e vaghe aspettative di miglioramento sociale nel senso solo materiale dell’espressione. La regista evita gli schematismi e giustamente non descrive i genitori come mostri, ma piuttosto come sconfitti della vita: il padre è piuttosto passivo, intrattiene i clienti e si fa trascinare dalla corrente, la madre sa invece esprimere più chiaramente il suo disagio in diversi modi (iperattività, allegria o tristezza esagerate, un amante, ma anche con discorsi alla figlia più diretti di quelli del marito) pur non riuscendo ad elaborare una coscienza di classe.

Marx nella prefazione a ‘Per la critica dell’economia politica’ scrive: "Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario il loro essere sociale che determina la loro coscienza."

La coscienza che si sviluppa su queste basi non può essere considerata che una falsa coscienza. Questo fondamentale concetto viene ripreso da Erich Fromm nella sua opera ‘Marx e Freud’ : "La persona che sta crescendo è costretta a rinunciare a gran parte dei propri desideri e interessi autonomi e genuini, ad adottare desideri e sentimenti che lungi dall’essere autonomi sono sovrapposti ai suoi dai moduli mentali e emozionali della società". Ma questa coscienza di sé è illusoria perché manca del presupposto fondamentale che è la libertà, che non è concepibile se non assimilando la libertà dell’altro. Sartre nel suo ‘L’Essere e il nulla’ riferendosi alla libertà afferma :"Si tratta per me di farmi essere, acquistando la possibilità di prendere su di me il punto di vista dell’altro".

E’ proprio grazie all’assimilazione della libertà di Gladys che Stella inizia a sviluppare la propria libertà ad esempio scoprendo un interesse "autentico e genuino" per i libri di Balzac e Cocteau. Sono ancora una volta la relazione e l’incontro e dunque il Mitmensch a renderci realmente liberi. Merleau-Ponty nella sua straordianaria ‘Fenomenologia della percezione’ afferma: "Occorre che i Per-Sé - io per me stesso e l’altro per se stesso - si stacchino su uno sfondo di Per Altri- io per l’altro e l’altro per me stesso. Occorre che la mia vita abbia un senso che io non costituisco, che ci sia una intersoggettività, che ciascuno di noi sia un anonimo nel senso dell’individualità assoluta e in pari tempo un anonimo nel senso della generalità assoluta. Il nostro essere al mondo è il portatore concreto di tale duplice anonimato".

Un’amicizia vera,che nasce spontaneamente senza che sia imposta dall’appartenenza a una comune classe sociale è in grado anche da sola di rappresentare, come nel caso di Stella, una chance di cambiamento. Il riconoscersi in uno sguardo che sa accoglierci è un’esperienza che ha in sé una forza e una potenzialità inesauribile, che va oltre il tempo in cui si è realmente insieme all’altra persona.

Amicizia ha in sé il significato di dialogo infinito: che continua anche quando non ci si vede, non ci si incontra, non ci si parla…Nel contesto di ogni sincera amicizia, nella misura in cui sia spontanea e non importa se antica, o recente, rinasce e si sprigiona una scintilla di condivisione e comunione : che poi non si spegne e non si esaurisce. (Eugenio Borgna, Le intermittenze del cuore)

Per concludere torniamo al nostro bivio e poniamoci una domanda: le classi differenziali (che siano per bambini immigrati al fine di velocizzare l’apprendimento della lingua italiana o sulla base di altre esigenze) delle quali negli ultimi tempi tanto si è parlato possono davvero essere uno strumento di integrazione e di crescita?

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