È STATA LEI CHE ME L’HA FATTO FARE! - Recensione a "LA DOPPIA MORTE DI GEROLAMO RIZZO - DIARIO "CLINICO" DI UNA FOLLIA VISSUTA

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5 maggio, 2020 - 08:53
Autore: FRANCESCO BOLLORINO - GILBERTO DI PETTA
Editore: ALPES Roma
Anno: 2020
Pagine: 124
Costo: €10.79

Il rinvenimento da parte di Francesco Bollorino del memoriale contenuto nella cartella clinica di Gerolamo Rizzo, conservata nell’Archivio dell’ex Ospedale Psichiatrico di Quarto (Genova), è all’origine del libro La doppia morte di Gerolamo Rizzo. Diario “clinico” di una follia vissuta, curato dallo stesso Bollorino e da Gilberto Di Petta, entrambi psichiatri, e pubblicato quest’anno dalla casa editrice Alpes Italia.

Il libro è composto da due parti. La prima parte contiene il testo del memoriale di Gerolamo Rizzo, con numerose note esplicative e di commento dei curatori, la seconda parte contiene, come appendici, tre saggi critici collegati per diverse ragioni al testo principale, scritti da tre diverse prospettive: la prospettiva psicoanalitica, la prospettiva criminologica e la prospettiva storico-psichiatrica, ad opera rispettivamente di Rita Corsa, Pierpaolo Martucci e Paolo Francesco Peloso.

Leggiamo nell’Introduzione: «L’idea di dotare l’asciutto, ma ricco di rimandi, racconto di Gerolamo di una base di note dei curatori, di carattere psicopatologico-critico, e di un’appendice corredata di tre saggi connotati da approcci scientifici diversificati, ha il senso di aiutare il lettore, di qualunque provenienza culturale egli sia, a soffermarsi su dei punti cruciali, ad apprezzare certe sfumature che sensibilmente modificano l’esistenza di Gerolamo, facendole prendere la piega inevitabile del suo destino» (Bollorino e Di Petta, 2020, p. XI).
 


 

Nel memoriale è riportata in forma chiara, schematica e letterariamente pregevole – d’altronde chi l’aveva vergato, Gerolamo Rizzo, era un maestro elementare di cultura sicuramente superiore alla media – la cronaca di circa cinque anni – dall’estate 1904 al 1909 – della vicenda umana di un malato mentale, scritta dallo stesso a partire dall’irruzione dei primi disturbi psicosensoriali sino alla perpetrazione di un assurdo delitto di sangue e alla sua fatale, prevista e, forse, augurata conseguenza: il manicomio o il carcere a vita.    

Il maestro Rizzo aveva sviluppato gradualmente un delirio cronico sistematizzato di persecuzione con radicate idee di influenzamento che persone (o gruppi di persone) ostili – che cambiavano, ma erano comunque individuate – esercitavano su di lui attraverso strumenti elettrici immaginari (il macrocacofono, le macchinette Marconi, la telefonia senza fili), che mediante onde speciali (onde Hertz) mettevano in comunicazione bidirezionalmente i suoi pensieri con i pensieri dei suoi nemici.

Il lettore sarebbe tentato di leggere il memoriale di Gerolamo Rizzo come si leggerebbe un testo scientifico, il paragrafo di un capitolo di un manuale di psicopatologia. D’altra parte, lo stile accurato di quel maestro genovese ed il suo modo di raccontare, da cui traspaiono un senso di solitudine, di ingiustizia e, a me è parso, soprattutto di incerta e fragile chiarezza mentale – si vedano, sotto questo profilo, i riferimenti a Ninetta, la donna rifiutata in modo ambivalente, alle allusioni alle pratiche omosessuali e ai genitali femminili, più volte evocati in termini volgari – più che un vissuto di sofferenza e di dolore morale, che desterebbe compassione, sembrerebbero favorire un approccio “scientifico”, difensivo, al testo del memoriale. In effetti, se leggiamo il memoriale di Rizzo come un “giallo”, alla fine rimane oscuro il vero movente dell’omicidio di Don Canessa, l’ignaro e innocente prete, che quella mattina aveva un appuntamento con l’Arcivescovo di Genova. A dire il vero, nei mesi precedenti, durante le crisi Rizzo più volte era stato sentito gridare: «Quella donna mi fa diventare pazzo! Io morirò per lei …», e, quando venne arrestato, poco dopo aver commesso il delitto, dichiarò concitatamente, quasi a giustificarsi: «È stata lei che me l’ha fatto fare!». Ma chi era quella “lei”, a cui si riferiva Gerolamo Rizzo? Era una donna in carne ed ossa – Ninetta, la sorella internata in manicomio da quattro anni, la madre – oppure quella “lei” significava altro?


 

Al di là della risposta impossibile a questa domanda, il memoriale riportato alla luce da Bollorino e Di Petta gronda letteralmente di spunti di riflessione su un’ampia gamma di temi. La proprietà di singoli eventi psicopatologici di generare catene di rimandi e ampliamenti tematici conferisce alla psichiatria, come disciplina teorica e come pratica clinica, un fascino particolare.

I tre saggi, che formano la seconda parte del libro, affrontano alcuni di questi temi da tre diversi vertici di osservazione.

Rita Corsa, psichiatra, psicoanalista con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana e storica della psicoanalisi, autrice del saggio Il macrocacofono. Una singolare variante della macchina influenzante di Viktor Tausk, «ci accompagna nel viaggio di scoperta della “macchina influenzante”, evocata da Gerolamo Rizzo nelle sue pagine, e dello sfortunato, tragico ma geniale autore, morto suicida nel 1919, che per primo, proprio negli anni in cui gli avvenimenti raccontati nel memoriale accadono, ne ha parlato: lo psicoanalista slovacco Victor Tausk» (Bollorino e Di Petta, 2020, p. 43).

Scrive Corsa: «La particolare autobiografia di Rizzo, la memoria di un malato di nervi, è un prezioso patrimonio per il pensiero psichiatrico e psicoanalitico e, più in generale, è un’emblematica testimonianza di una forma estrema d’afflizione della psiche umana.

L’opera di Tausk ci ha permesso di trovare una cornice teorica, pressappoco coeva ai fatti narrati, entro cui collocare tale, drammatica, configurazione patologica […]

Nell’articolo di Tausk, ardita indagine del sintomo psicotico d’influenzamento espresso da un indecifrabile aggeggio macchinico dalle proprietà quasi onnipotenti e onniscienti, trova esito l’idea di perdita dei confini dell’Io, di cui Federn diverrà il primo, sistematico teorizzatore» (Corsa, 2020, pp. 64 e 65).

I contributi di Tausk e di Federn costituiscono un riferimento prezioso per quanti sono interessati alla nascita della psicologia dell’Io, una delle linee di sviluppo più interessanti e feconde della psicoanalisi freudiana (Tausk, 1919; Federn, 1952).

Pierpaolo Martucci, professore di Criminologia nel Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e della Traduzione dell’Università di Trieste, è l’autore del secondo saggio in appendice, intitolato Il delitto modernista del maestro Gerolamo Rizzo. In esso Martucci, «con una documentatissima ricerca sulle fonti giornalistiche dell’epoca, offre al lettore uno spaccato di cronaca e criminologia, che consente una contestualizzazione degli avvenimenti raccontati nel memoriale e una lettura avvincente dei fatti narrati e del contesto storico, assistenziale, giuridico e culturale, in cui essi si svolsero» (Bollorino e Di Petta, 2020, p. 44).

Colpisce la ricchezza di contenuti del saggio di Martucci, che in questa recensione sarebbe troppo lungo prendere in esame. Mi limito a segnalare – anche per l’attualità del tema – l’interessante paragrafo dedicato alla presentazione storica del trattamento del reo infermo di mente in Italia nei decenni a cavallo tra il diciannovesimo e ventesimo secolo.

Vorrei aggiungere, però, un’altra notazione, suggeritami dal passaggio in cui Martucci riporta il pezzo di cronaca, apparso sul quotidiano genovese Il Lavoro del 13 febbraio 1932, sull’uccisione di Gerolamo Rizzo ad opera di un altro internato del Manicomio di Quarto: «L’altra mattina verso le 6.30 l’ex insegnante elementare si alzò da letto per recarsi nel gabinetto di decenza. Quando stava per uscire si trovò di fronte al Francesco Merlati che, con gli occhi fuori delle orbite, gli si avventò contro atterrandolo e poi gli fu sopra colpendolo al capo furiosamente con i tacchi delle grosse scarpe con cui i ricoverati sono calzati. Avvenne uno scempio: lo sventurato Rizzo ebbe la testa letteralmente schiacciata dai rabbiosi colpi di tacco» (Martucci, 2020, p. 85).

Con questa morte ebbe fine il calvario di Gerolamo Rizzo, pazzo assassino di un sacerdote, col capo schiacciato da un altro sventurato, il giovane Francesco Merlati, il “paranoico mistico”, che forse, in quel frangente, si identificò con la Vergine Maria che schiaccia la testa del serpente, simbolo del peccato.

Il libro curato da Bollorino e Di Petta termina con il saggio di Paolo Peloso, psichiatra e storico della psichiatria, intitolato La follia e la città: i reciproci travisamenti e la tragedia. Con questo contributo, interessante e ricco di notizie, Peloso «ci conduce, attraverso una ricerca puntigliosa e illuminante, dal memoriale ai “fatti” (comprese le “immagini” dei protagonisti) accaduti nella rappresentazione dettagliata che ne fanno i cronisti, in uno spaccato/intreccio di vita, di dolore, di urla e di silenzi, di solitudine, soprattutto, le cui tracce son ancora visibili oggi non soltanto nei documenti ma pure nei vissuti» (Bollorino e Di Petta, 2020, p. 44).

Uno dei vissuti più penosi dello psicotico è, forse, quello di sentirsi solo, isolato, in un mondo che non lo capisce, che lo ignora o lo considera solo per fargli del male. Il maestro Rizzo pensa che l’unico modo per salvarsi è darsi la morte, suicidarsi. A nulla erano servite le richieste d’aiuto all’amante, alla famiglia, allo Stato, a un collega, alla Chiesa. Richieste fatte, per lo più, telepaticamente o tramite onde elettriche.

L’idea del suicidio, così come, forse, quella di essere l’oggetto di persecuzione era, comunque, legata al sentirsi vivo. Il ricovero in manicomio contribuì sicuramente a ridurre al lumicino la coscienza di esistere in Gerolamo Rizzo. Ci avrebbe pensato il Merlati, ignaro strumento del destino, a spegnere definitivamente la luce.

Vorrei concludere la recensione di questo libro, nato da una cartella clinica, con alcuni ricordi – o, per meglio dire, associazioni libere – legati a certe cartelle cliniche, che ebbi tra le mani nel lavoro svolto in ospedale psichiatrico negli anni prima della legge 180.  

Per sette anni – dal 1971 al 1978 – ho lavorato negli ospedali psichiatrici. In uno di essi fui assegnato al reparto maschile di medio-lungodegenza (a dir la verità, più lunga che media). Il reparto ospitava un gran numero di pazienti, non ricordo quanti precisamente, ma erano sicuramente più di cinquanta. Ogni paziente aveva la sua cartella, nella quale erano riportati i suoi principali dati personali. Nelle cartelle più vecchie c’erano anche la foto, che ritraeva il paziente all’ingresso in ospedale, e, a volte, anche i suoi dati antropometrici. Ovviamente c’erano molte note, molti esami di laboratorio, molti documenti di vario genere. Ma il mio ricordo più vivo, oserei dire più triste, va a quelle cartelle, non poche, che contenevano delle pagine particolari, ognuna delle quali corrispondeva ad un anno di degenza e in ognuna delle quali trovai, vergate in bella scrittura e di traverso per occupare la maggior parte dello spazio disponibile, notazioni quali “invariato”, “il solito delirante allucinato” e altre di questo tono, che ho dimenticato perché il tempo ha fatto sì che le rimuovessi. Anni e anni, cinque, dieci, forse di più, della vita di quei pazienti testimoniati da poche, fredde, apparentemente distaccate parole, scritte forse solo per ottemperare a qualche scrupolo medico-legale.

Anche in un altro ospedale psichiatrico lavorai per un certo periodo nel reparto maschile di lungodegenza. Ne ho il ricordo come di un contenitore, il contenitore di vite umane, infelici e “mancate” per ragioni diverse: erano schizofrenici, paranoici, oligofrenici, epilettici, alcolisti indementiti. Ognuno di quei pazienti era portatore di una diagnosi, di una terapia, e di una divisa ospedaliera dalla taglia imprecisata. Nella maggior parte dei casi non era possibile ricostruire la storia della loro malattia né tanto meno la loro storia personale. Molti avevano un comportamento “adeguato” (utilizzare questo aggettivo un po’ mi imbarazza): quasi mai uno scatto, una protesta, un gesto aggressivo, un sintomo “diverso”, che determinasse un interessamento particolare da parte degli infermieri o dei medici. Tuttavia, quello che ricordo con particolare sconforto è di aver trovato in molte delle cartelle cliniche, vecchie e sbocconcellate, le lettere che i parenti di alcuni di quei pazienti negli anni avevano inviato al direttore dell’ospedale affinché al loro congiunto “internato” fosse concessa la dimissione dall’ospedale o, almeno, un periodo di permesso a casa. Il direttore dell’ospedale aveva negato sia i permessi che la dimissione. Per prudenza, potremmo arguire oggi, per sicurezza, per la tutela dei pazienti e, soprattutto, dei loro parenti. Ad ogni modo ricordo che quasi non credetti a ciò che avevo letto.  

Perché, nel riportare questi ricordi, ho usato termini quali tristezza e sconforto? Credo perché ciò che oggi mi sembra triste e sconfortante è il fatto che io, giovane psichiatra che aveva scelto di lavorare nei luoghi dove si curava la follia, pieno di energia e di voglia di cambiare un certo modo di trattare i malati di mente, allora subivo quello stato di cose e, in qualche misura, lo accettavo come un fatto ineluttabile, quasi rappresentasse il destino immodificabile di alcuni esseri umani, che, pur non essendo morti fisicamente, lo erano vivendo.

La lettura del memoriale del maestro omicida Gerolamo Rizzo mi ha riportato alla memoria le esperienze, che ho sopra ricordato e che, difensivamente, avevo messo da parte alienandole dalla mia coscienza. Il libro di Bollorino e Di Petta mi ha aiutato a recuperare un aspetto della mia storia professionale – e personale –, con la quale non ho ancora fatto del tutto i conti. Credo che la lettura di questo libro possa essere di aiuto, magari per motivi diversi, anche ad altri lettori, che mi auguro saranno numerosi.

 

 

ALTRE RECENSIONI ON LINE DEL VOLUME:
Giovanni Martinotti
Sergio Mellina
Luigi Benevelli
Massimo Lanzaro

BIBLIOGRAFIA

 

 

Bollorino F., Di Petta G. (2020), La doppia morte di Gerolamo Rizzo. Diario

         “clinico” di una follia vissuta, Alpes Italia, Roma.

Corsa R. (2020), Il macrocacofono. Una singolare variante della macchina

         influenzante di Viktor Tausk, in Bollorino, Di Petta, 2020.

Federn, P. (1952), Ego Psychology and the Psychoses, Basic Books, New York; ed.

         it.: Psicosi e psicologia dell’Io, Editore Boringhieri, Torino 1976.

Martucci P. (2020), Il delitto modernista del maestro Gerolamo Rizzo, in

Bollorino, Di Petta, 2020.

Tausk V. (1919), Über die Entstehung des “Beeinflussungsapparates” in der

Schizophrenie; ed. it.: Sulla genesi della “macchina influenzante” nella schizofrenia, in V. Tausk, Scritti psicoanalitici, Casa Editrice Astrolabio, Roma 1979.

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