Presentazione del Saggio "Il gioco della sabbia La ricerca infinibile" - ASTROLABIO 2020

Share this
26 dicembre, 2021 - 12:37
C.G. Jung considera l’immagine come spazio intermedio tra il sentire e l’idea, tra lo spazio percettivo e quello cognitivo, e dunque anche tra corpo e mente, tra materia e spirito; ed è proprio nel mondo intermedio dell’immagine che si sviluppa e realizza il rapporto tra Io e Sé.
Allora il gioco nella sabbiera, l’opportunità di manipolare e porre in relazione oggetti, terre colorate e acqua, il contatto con la sabbia/madre-terra, assumono il significato di invitare le immagini a emergere. Non semplicisticamente sostituire le immagini dell’analizzando con oggetti e personaggi in miniatura; proporre invece un metodo che provochi le immagini.
Ma possono essere numerose le accezioni cui si riferisce col termine “immagine”. Chi incardina il GdS nello spazio d’analisi intende, con tale sostantivo, immagini mentali, sogni, miti, riproduzioni pittoriche o plastiche, persino suoni; e ancora: immagini singole, la loro stessa figurabilità, il processo che dà forma visiva concreta alle emozioni e agli affetti attivi in quel momento nel giocatore-analizzando. Questo insieme eterogeneo è accomunato dalla possibilità di trascrizione nel milieu comune della percezione.
L’analizzando attraverso il Gioco della Sabbia costruisce una narrazione, un dialogo guidato e mediato dalla corporeità che, come avviene in una conversazione verbale, si articola attraverso pause o, al contrario, sequenze veloci, che mettono in evidenza un ritmo armonioso tra mente e corpo, tra mani che costruiscono e pensiero, tra emozioni e oggetti che vengono disposti nello spazio del vassoio, tra presente e passato; anche tra il sogno sognato e il sogno giocato/risognato nella sabbiera. Il crivo della psiche filtra le immagini affini alla propria individualità e, al contempo, al proprio nucleo di sofferenza col relativo vissuto emotivo, per produrre una raffigurazione complessa. Così la relazione tra le parti dei singoli oggetti nello spazio è lo specchio della totalità della rappresentazione mentale che procede per immagini (appunto simboliche). Si genera in tal modo un nuovo assetto per potersi muovere verso una possibile mutazione degli elementi più statici e ripetitivi.
Quindi l’immagine è una determinata rappresentazione psichica o uno specifico segno che rimanda alla cosa, sia essa presente che assente (appunto attivando la rappresentazione), in un incessante processo di contatto con essa.



Nello specifico del Gioco della Sabbia, la visibilità raggiunta nella rappresentazione è d’importanza centrale, perché l’emozione indistinta, che dominava la vita, viene posta di fronte a sé, aprendo una prima possibilità di assimilazione. L’analizzando ha da una parte la necessità di un luogo solido, stabile, che ne eviti sovraesposizioni cognitivo-sensoriali; dall’altra parte egli saggia le proprie capacità di manifestare, occultare, ri-raccontare; il tutto in uno spazio contenitivo, libero e protetto. Analizzando e analista sperimentano una spazialità nuova, verso la quale possono indirizzare gli sguardi. Uno è a fianco all’altro, ascolta, è presente, parla, guarda. Fondamentale è la possibilità che l’analizzando possa rivolgere lo sguardo verso uno spazio-terzo, quello della sabbiera, capace di intermediazione; uno spazio appunto intermedio e quindi di transizione.
La trasformazione vera e stabile avviene in definitiva con l’apporto della riflessione, che è quasi mai un atto impulsivo, ma è un processo attraverso il quale comprendiamo (cum-prehendere) le nostre operazioni e quindi la nostra attività psichica nel suo insieme. La qualità appunto “riflessiva” riguarda la conoscenza delle modalità con le quali esperiamo la realtà nelle sue manifestazioni effettuali e psichiche. È il processo dell’interrogarsi e del darsi risposte possibili e continue che fa prendere coscienza delle modalità stesse del nostro agire, giudicare, progettare. Ecco perché comprensione e raffigurazione risultano entrambe necessarie. La parola, da sola, può risultare distruttiva se non riesce a corrispondere all’esperienza simbolica in atto ed entra inconsciamente a servizio del desiderio o del bisogno dell’analista.
Nel momento in cui l’analizzando decide di andare verso lo spazio-sabbiera, egli abbandona il contenitore rassicurante della poltrona o del lettino; decide, di fatto, di recarsi (e condure con sé l’analista) presso uno spazio di mediazione, di transizione, uno spazio intermedio e potenziale. Egli invita anche l’analista, implicitamente, a guardare non più solo con gli occhi della mente ai propri oggetti interni e alle proprie fantasie, ma a trasformare lo sguardo-pensiero nello sguardo-azione, rivolto verso oggetti concreti, con la possibilità di costruire nella sabbia scene che implicano una relazionalità orizzontale e verticale. Lo fa affiancando l’analista o, comunque, modificando la propria disposizione nello spazio d’analisi, assumendo in quei momenti uno sguardo-prospettiva diverso, spesso prossimo a quello dell’analista, guardando le cose di entrambi.
In effetti, se il processo è attivo, accade quella discesa che attinge a immagini dell’inconscio profondo e alla dialettica Io/Sé. In un’ottica di concreta simmetria analitica, è anche il paziente a invitare l’analista a visualizzare embrionali forme di relazioni, mediate dal rimando di percezioni somato-psichiche, quindi dalla corporeità di entrambi, che entra prepotentemente in gioco e che mette in contatto la diacronicità dei due esploratori che giocano.
Si tratta di un setting che, contrariamente a quanto a volte viene ritenuto, non si oppone alla parola e allo scambio su un piano verbale di emozioni e giochi transferali e co-transferali in analisi. Esso semplicemente affianca il classico setting, aggiungendo uno spazio che, in maniera gestaltica, somma addendi ulteriori alla creatività espressiva della descrizione verbale, cioè elementi che attraverso la sensorialità esprimono in maniera immediata emozioni e affetti, spesso prevenendo, bypassando, arricchendo la semplice comunicazione verbale. Il tutto avviene secondo un processo di complementarità. Gli scaffali, in realtà, contengono le parole della biografia dell'analizzando. Lì è contenuto il sintagma. Da lì e da esso è possibile costruire la narrazione intesa come sistema ordinato (syntaxis), capace di contenere cose-parole autenticamente aderenti al romanzo personale.
Nel volume viene illustrata una ulteriore originale opportunità: poter giocare/risognare un sogno nella sabbiera, ancor prima di averlo raccontato verbalmente (in setting individuale e gruppale). Come per l’autonoma scelta di avvicinarsi alla sabbiera, anche in questo caso l’analizzando può decidere liberamente di raccontare con le proprie parole il sogno o, invece, di giocarlo/risognarlo nella scatola azzurra, ancor prima di averlo riportato verbalmente. Il tutto sotto lo sguardo dell’analista, compagno di viaggio, con l’opportunità di associare, amplificare, occultare, nonché di tentare di riprodurre l’esperienza onirica riavvicinandosi quanto più è possibile proprio alle emozioni notturne e alle sensazioni sperimentate. La gestualità, esprimendosi con una naturalezza maggiore e attingendo a cose e personaggi del mondo quotidiano, risulta certamente più precisa della parola. Scegliendo il determinato oggetto o personaggio tra tanti, l’analizzando opera un’automatica e inconscia associazione; ascolta attraverso lo sguardo, dice attraverso le mani, il gesto e gli oggetti. Per la psiche e la propria complessità, elicitata e spesso esaltata dall’esperienza analitica, il gesto raffigurante non ha una consequenzialità lineare con il pensiero logico; piuttosto è capace di attivare e tenere desta quella meraviglia che è indispensabile per passare dal vedere al guardare.
Quando l’individuo riesce a prendere contatto con l’immagine interna, il rapporto tra lui e le emozioni presenti nel campo analitico immediatamente si modifica, con ricadute sul comportamento e sulle relazioni. Esiste una sorta di spazio intermedio, che può essere frequentato solo dal guardare-con, operazione complessa che stimola la relazionalità e la approfondisce sempre più, determina il disvelamento, fuori dal voyeurismo tecnico e interpretante. L’obiettivo è quello di abbassare l’attenzione vigile verso le forme e i contorni, per guardare-insieme contenuti, movimenti, mani che costruiscono e sognano, contatti con la terra-sabbia, differenti livelli di comunicazione verbale che, dalla sintassi al contenuto, alle tonalità, si espongono come su di un piccolo palcoscenico, invitando il terapeuta a recitare con l’analizzando.
Occorre aggiungere che la sabbia è un gioco indistruttibile; la si può bagnare, trattare, impastare, persino far saltare con violenza dal vassoio, eppure la si rivede serena, facilmente riappianabile; può essere facilmente riaggiustata nel contenitore. Ciò viene per contiguità trasferito alle proiezioni sull’analista, che possono essere riprese e appianate attraverso l’analista-sabbia.
Ulteriori variazioni dell’impatto visivo-emotivo accadono quando vengono utilizzate le terre colorate, così come pietruzze o riso di vari colori. Tali materiali si mescolano alla sabbia, determinano sfumature e velature più o meno intense, margini instabili, rinviando a vissuti di contatto primario con le emozioni, a un mondo infero dal forte impatto visivo ma, contemporaneamente, dalla definizione ben meno strutturata, rispetto all’oggetto o al personaggio scelto dagli scaffali.
Da non sottovalutare, inoltre, l’aspetto difensivo della ricerca estetica che può attivarsi nella costruzione di una scena nella sabbiera. Cosa che del resto accade nell’uso difensivo della parola, nel silenzio, negli atti mancati e in tante altre forme espressive, che sono insite in quella dialettica tra opposti (conscio-inconscio, esplicitato-occultato, spregiudicatezza-inibizione) che substanzia lo stesso vivere umano e quindi rientra nella assoluta necessità di attenzione da parte della coppia analitica, alla ricerca di quella che Paul Ricoeur definisce l’ipseità trasformatrice, a fronte della stereotipata e tendenziale staticità emotiva e relazionale della medesimezza[1].
Per Jung è importante il fare simbolico e il Simbolo junghiano si esprime per immagini e per gesti, con una naturalezza che sovrasta la parola e i suoi sforzi di esprimere tematiche e emozioni vicine al Simbolo stesso. Attraverso l’atto della riflessione, successivamente, questa trasformazione può acquisire i caratteri della stabilità. È la riflessione che fa esperire la realtà interna-esterna nella sua concretezza e nella potenzialità precedentemente non espressa. Se prevale un atteggiamento dialettico tra l’Io e le immagini (interne e raffigurate) è più probabile che, più che un’irruzione epifanica, si attivi un di dis-velamento, inteso in senso processuale e dinamico, mai definitivo.
Il ricorso congiunto a queste due forme del pensare consente di far risuonare la parola insieme alle altre forme date dagli altri sensi: vista, tatto, odorato, udito e cenestesi nel suo complesso.
Nel Gioco della Sabbia, attraverso il simbolismo del gesto, dell’oggetto, della sabbia stessa (come elemento archetipico terra/materia), della complessità della scena costruita, viene di fatto inserita nel setting una possibilità per il paziente di amplificare per figuras e per acta, a partire da un sogno, da una fantasia, da un’espressione verbale, dall’impatto visivo con le miniature che l’analista offre alla vista dell’analizzando. È evidente che una tale modalità analitica è ben distante da metodologie e strategie riduzioniste e finalizzate a tradurre in forme standardizzate sogni, fantasie, associazioni libere. Nell’approccio junghiano, e in particolare attraverso il Gioco, la terapia è aperta a una possibilità che non è coartata in sforzi di pensabilità definiti aprioristicamente. La pluralità junghiana, infatti, è riconoscibile sia nella strutturazione della psiche, sia nel costante tentativo, attraverso la terapia, di aprire sempre nuovi spazi di pensabilità, di ricerca, di capacità di esprimersi e di meravigliarsi. Per chi usa il Gioco della Sabbia è ancora più naturale questo posizionarsi in zone della psiche, della relazione, del set, del setting, sempre più mobili, i cui contorni finiscono per essere cornice e quadro, forma e contenuto, in un continuo processo auto-poietico.
In sintesi, la psicoterapia analitica così intesa non è esclusivamente la talking cure; ma non è neppure una sorta di passiva osservazione della fantasmagoria delle immagini prodotte. La parola rimane in mezzo, in una modalità non reciprocamente oppositiva con l’immagine, bensì integrativa, come posizionasse qua e là pietre miliari, fondamentali per costruire strade consapevolmente percorribili ed edifici confortevolmente abitabili.

 

[1] P. Ricoeur (1990), Sé come un altro, Jaca Book, Milano, 1993.

> Lascia un commento


Totale visualizzazioni: 649