PSICOLOGIA SBAGLIATA

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8 aprile, 2022 - 21:55
È una storia da dimenticare 

È una storia da non raccontare 

È una storia un po' complicata 

È una storia sbagliata 

Cominciò con la luna sul posto 

E finì con un fiume di inchiostro 

È una storia un poco scontata 

È una storia sbagliata. 

Fabrizio De Andrè, Una storia sbagliata. 

 

Nel 1920 Freud, scrisse la Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile, oggi parte della raccolta Ossessione, Paranoia, Perversione. In questo breve scritto, Freud, su commissione di due genitori conformi agli usi e ai costumi dell’epoca, tentò di applicare la tecnica psicoanalitica a una giovane ragazza innamorata di una donna più grande di lei. Lungi dal voler aprire un dibattito sull’omosessualità di genere, il padre della psicoanalisi ribadì come questo non fosse essenzialmente un caso di natura clinica, poiché la ragazza non aveva mai mostrato la volontà di uscire da una condizione di sofferenza (la ragazza non soffriva affatto, anzi) ma era lì su richiesta dei genitori di convertire la sua scandalosa omosessualità, nel senso più pasoliniano del termine, in eterosessualità. Poco prima di iniziare l’analisi, Freud non mancò di avvertire i genitori di come il loro desiderio avrebbe potuto non realizzarsi, poiché chi vi si rivolgeva non era la figlia, bensì loro. In tal senso Freud disse: “è vero che capita tutti i giorni che un marito si rivolga al medico dicendogli: “Mia moglie è nervosa, e pertanto i suoi rapporti con me sono cattivi; cerchi di guarirla di modo che la nostra vita coniugale torni ad essere felice.” Ma abbastanza spesso risulta che questo incarico non può essere assolto, nel senso che il medico non può ottenere il risultato per cui il marito desiderava il trattamento. Non appena la donna è stata liberata dalle sue inibizioni nevrotiche decide di rompere il matrimonio, che in effetti poteva reggere solo a condizione della sua nevrosi. Oppure dei genitori pretendono che si guarisca il loro bambino, che è nervoso e indocile. Per bambino sano essi intendono fonte di gioia e soddisfazione. Il medico può riuscire a guarire il bambino, ma questo, una volta ristabilito, va tanto più decisamente per la sua strada da rendere i genitori assai più scontenti di prima.”1 Insomma, il punto cruciale di questo passo è che ciò che dalla famiglia veniva richiesto di essere etichettato come patologico poiché non conforme alle aspettative sociali, clinicamente e da un punto di vista psicoanalitico non lo era affatto. 


 

Più di cento anni dopo, di psicoanalitico nella odierna psicologia è rimasto ben poco. Oltre ad aver assistito a un processo di medicalizzazione della professione che ha portato a una lenta mistificazione, nonché a una idealizzazione dello psicologo in quanto figura simbolica paterna e perciò istituzionalizzata, si è verificato in sordina un lento processo di svalutazione e degradazione dovuto all’entrata di quest’ultima nelle logiche di profitto/consumo capitalistico. Qualche tempo fa sentivo un collega, anch’egli psicologo, che mi parlava di come imprenditorializzasse la sua professione. Per quanto, così facendo, lui avrebbe avuto più opportunità lavorative, dentro di me c’era una parte che non lo accettava. Si faceva strada una contraddizione. Il dubbio era: avrei dovuto continuare a inseguire acriticamente il percorso di studi/lavorativo confezionato dall’alto facendomi andare bene qualunque sua prassi, o avrei dovuto coltivare una pratica più complessa che di conforme alle logiche di mercato ha ben poco? 

Prendendo le distanze dal narcisismo di cui viene investito chiunque intraprenda il percorso di studi che porta a tale professione, ci si potrebbe accorgere che lo psicologo non è né un Dio e né un ciarlatano. Una mia professoressa all’università ricordo che disse che chi sceglie di intraprendere tale percorso ha spesso qualcosa nella propria vita che vuole risolvere. Dunque, con l’inizio degli studi in psicologia si spera più o meno consciamente, di trovare delle risposte ai propri conflitti. Il problema è che per lungo tempo si resta delusi. Questo è un fatto riscontrabile tra e fuori i rapporti di colleganza. Tra questi vi è la corsa ansiosa a superare l’esame, fuori ci si inizia a vedere allo specchio con l’abito della futura professione. Detto in altri termini, l’ansia che ha dato origine a tale scelta è spostata sull’esame da superare, a sua volta mascherata dal traguardo narcisisticamente appagante di diventare psicologo. Superato lo scoglio dell’università e investito ufficialmente di tale carica, si entra nel mondo. La sua prima richiesta è che tu produca. Cosa? Benessere. C’è una pandemia? Serve lo psicologo. C’è una guerra? Si mandi uno psicologo. Meglio se come volontario. Povertà, criminalità, bambini iperattivi, ansia? Psicologo, psicologo, psicologo, psicologo. Non importa come tu lo faccia, la società che ti ha formato a tue spese, da te chiede questo, deve poter alleviare le proprie colpe e soprattutto guadagnarci. Intanto, presa la laurea, ci si ritrova senza un soldo, con dei conflitti probabilmente ancora irrisolti e un mondo che per continuare a funzionare ti chiede di metterci una pezza senza che tu ti faccia troppe domande sulle cause. Chi vuole iniziare, non potrà non pubblicizzarsi, il lettore deve sapere che la concorrenza è tanto aspra e sanguinosa quanto sottaciuta e coperta dal velo dell’umanizzazione. Società, aziende, onlus, fondazioni ma anche molte start-up ad hoc, oggigiorno forniscono un lavoro in cui figura lo psicologo. Per le prime, lo psicologo clinico è essenzialmente un medico salariato che si occupa di ciò che ostacola la produzione (anziani, disabili, autistici, ecc.), per le seconde, sventolando lo stendardo del progresso, qualcuno che lavora per risolvere i mali sociali in convenientissimi pacchetti mensili. Entrambi stereotipi ed entrambi imprenditori a cui importa poco o nulla del benessere. E qui si è giunti alla contraddizione emersa precedentemente. Come può non essere conflittuale l’essere psicologi e imprenditori, insomma dei self-made-man del benessere, in un contesto sociale le cui regole sono decise da mercati a cui interessa tutt’altro che la singolarità?  

A questo punto non sorprenderà se la psicoanalisi sia divenuta retorica soppiantata da farmaci e approcci ben più pragmatici e pedagogici. Eppure, sempre quest’ultima risulta più urgente che mai. In un mondo al collasso, portare nei discorsi quotidiani e condividere visceralmente i propri vissuti, i propri pensieri, le proprie angosce, la propria rabbia, le proprie frustrazioni, le proprie ansie, senza che queste vengano mascherate di volta in volta da un tornaconto sociale narcisisticamente più appagante, significa iniziare a rompere la bolla della paura con tutta l’escalation iperstizionale delle sue profezie autoavveranti. A fine analisi non c’è cura ma un soggetto che inizia a immaginare qualcosa che per lui sembrava impossibile, un soggetto pronto a riappropriarsi di un futuro non più distopico ma possibile e aperto alle infinite contingenze del proprio desiderio che solo a posteriori qualcuno ha chiamato cura. Ma, ahimè, la caratteristica spesso dissidente del desiderio non piace ai genitori. E ciò che fa soffrire è anche ciò da cui risultava inconcepibile separarsi, per questo reintrodurre la pratica psicoanalitica, nonché la dissidenza nella quotidianità potrebbe essere un’ultima pratica chance per quello che se per la maggior parte può sembrare la fine del mondo, per altri è solo la fine di un mondo così come lo si è sempre concepito, conosciuto e protetto. 

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