IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Tra equivalenza e implicazione c’è l’afanisi del soggetto

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21 ottobre, 2022 - 13:10
di Antonello Sciacchitano

Parmenide: pensare ed essere sono una cosa sola, cioè si equivalgono. Formalmente, Parmenide sostiene che io sono se e solo se penso e penso se e solo se sono. Per l’ontologia, inaugurata da Parmenide, tra essere e pensiero esiste un doppio legame, che li pone in equivalenza sullo stesso piatto della bilancia.

Cartesio: se penso, sono. Il pensiero implica l’essere, ma non viceversa: l’essere non implica necessariamente il pensiero; a volte lo implica, a volte no. In Cartesio e dopo di lui ci sono soggetti non pensanti che o non esistono o esistono poco. Se non penso, posso essere o non essere, esistere o non esistere, esserci o non esserci. Sappiamo fin troppo bene che Cartesio è tuttora osteggiato dall’accademia filosofica per aver indebolito l’ontologia forte (binaria) di Parmenide dell’essere che è e del non essere che non è.

Freud non conosceva Cartesio; perciò ha il merito di aver trattato in modo originale il caso del non pensiero come pensiero inconscio. Per dirla con Lacan, l’inconscio implica un pensiero dallo statuto pre-ontico in quanto etico; si tratta di una larva di pensiero, che produce singolari effetti soggettivi, cioè un’ontologia sui generis, molto più debole della classica, che ha fatto la fortuna dell’idealismo da Platone a Hegel, variamente declinato in quasi tutte le filosofie. L’inconscio non è ontologico: può o essere o non essere. Perciò non ospita le funzioni logiche della razionalità: né quella del tempo né quella della negazione. In un certo senso l’inconscio è un “pensiero debole”, con un soggetto altrettanto debole, per non dire evanescente; il termine tecnico è “in afanisi”.

Di conseguenza la psicopatologia inaugurata da Freud non è la classica psichiatria dell’io padrone a casa propria, nella logica ontologica del soggetto che dispone in toto del proprio essere. L’Io freudiano è debole, minacciato di continuo dal ritorno del rimosso. Alla fine della 18-esima lezione di introduzione alla psicanalisi, Freud usa la metafora della casa; dice che l’io non è padrone a casa propria. Manca degli strumenti logici della padronanza, a cominciare dal principio del terzo escluso. Non può dire che A implica B o che B implica A, che in logica classica valgono in alternativa. Si deve accontentare della logica più debole di A senza il sostegno di B o di B senza il sostegno di A. È la logica intuizionista, proposta da Brouwer nel 1908 (quando Freud scriveva Totem e tabù) e osteggiata da tanti, da Hilbert a Wittgenstein, forse perché non è una logica binaria, ma ha a infiniti valori di verità (Gödel), in una semantica ordinale o dell’accessibilità alla Kripke. C’è in Brouwer una chiara impronta cartesiana, che gli attirò le antipatie dell’accademia.

Freud ebbe il merito di aver proposto qualcosa di simile a questa logica debole, che chiamava “illogica” nel Compendio di psicanalisi, inedito; non disponeva di termini migliori, dato che non conosceva Brouwer (e viceversa Brouwer non conosceva Freud). Purtroppo i freudiani non hanno familiarità con l’intuizionismo di Brouwer; va escluso Lacan, che citò l’intuizionismo nel seminario Ancora del 10 aprile 1973, a proposito dell’esistenza come costruzione. È passato mezzo secolo ma gli analisti lacaniani non se ne sono accorti, forse perché hanno perso l’imprinting cartesiano del loro maestro.

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