PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

Lo straniero malato mentale nella Francia degli anni fra le due Guerre Mondiali (1)

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3 novembre, 2023 - 19:02
di Luigi Benevelli

Fino agli anni ‘50 del XX° secolo la gestione della follia si svolse in universi a parte, autarchici, ai margini delle città, nei quali l’organizzazione e i metodi di trattamento si fondavano sulla nosografia di riferimento scientifico dell’alienista.

John Ward  (Le malade étranger durant l'entre-deux guerres: une double aliénation Médico-administrative, ISIS, Université Paris XIII, 2002) ha studiato negli archivi dei manicomi del Dipartimento della Senna le cartelle dei malati stranieri, non-francesi, interessato a cogliere in particolare quanto lo sguardo dell’alienista fosse condizionato dal nazionalismo trionfante negli anni fra le due guerre mondiali. Dalla sua ricerca risulta che i pazienti stranieri furono vittime di una doppia alienazione: in quanto malati e in quanto stranieri, anche se, non oggetto di pratiche apertamente discriminatorie.

Egli mette a fuoco in particolare gli aspetti del “patriottismo scientifico” e delle politiche di rimpatrio.

I- il patriottismo scientifico
Gli psichiatri francesi si rifacevano in quegli anni alla scuola di Magnan per la quale la patologia mentale ha base organica, è trasmissibile per via ereditaria secondo sia Lamarck (trasmissibilità dei fattori acquisiti) che Darwin. I trattati francesi di psichiatria non prendevano in considerazione nella costruzione delle diagnosi la “razza” del malato straniero o del malato nei contesti coloniali. Secondo De Clerambault, ad esempio, le psicosi (psicosi sistematizzate, demenza precoce, mania, melanconia, paralisi generale, malattia del sonno) erano le stesse negli individui: era semplicemente la forma assunta dal delirio che variava secondo la razza in rapporto al contesto vissuto. Quello che si poteva dire piuttosto era che nei primitivi un lieve trauma psicologico poteva scatenare una psicosi: un Senegalese diventava depresso per il dispiacere di essere rimasto indietro mentre i compagni andavano al fronte a combattere. Era sulla base del “senso comune” che i Senegalesi sono dei primitivi che diventava possibile chiamare “pseudo nostalgia”un sintomo psicotico senza base organica , che avrebbe richiesto un lungo trattamento se fosse stato organico.

Al Congresso degli alienisti di lingua francese di Algeri (1938) il professor Hesnard de Toulon, parlando del fattore etnico affermava che il terreno razziale plasma il comportamento malato, determina le reazioni citando “la straordinaria impulsività dei Senegalesi trapiantati che devoti e legati al comandante o al medico sono capaci, alla minima infezione e alla più debole reazione ansiosa, di atti improvvisi e brutali, di omicidi contro i bianchi che li curano”.

Tale osservazione circa la reattività violenta del colonizzato non scosse per nulla le convinzioni degli alienisti che partecipavano alla discussione che non c’erano dubbi sul valore del complesso dei riferimenti teorici ed amministrativi della Francia, anche quelli adottati in ambiente coloniale.

Il medico comandante Aubin intervenne ad Algeri proponendo tre punti: 1) interesse a organizzare in colonia un’assistenza psichiatrica sulla base della legge del 1838; 2) sviluppo di manicomi e servizi di profilassi sociale sul modello francese e 3) necessità di una formazione scientifica guidata da medici francesi formati sul territorio metropolitano. La “cattedra di assistenza agli indigeni” poteva essere istituita, a condizione di essere posta sotto l’egida di una “doppia specializzazione” a Bordeaux e a a Parigi.

La nozione di senso comune di “razza”, ingombrante per la teoria della causalità universale della malattia mentale, era ridotta a un ruolo di complemento nella diagnostica.

Nel 19° secolo, nell’ambito della teoria della degenerazione mentale aveva preso corpo il progetto di una psichiatria organicista valida universalmente. Tale corrente di pensiero portava in sé la questione dell’eugenetica che condizionò la psichiatria fra le due guerre mondiali. Gli adepti dell’eugenetica condividevano l’idea della ereditarietà dei fattori acquisiti, anche quelli “distimici”, anche ad esempio l’epilessia conseguente all’alcoolismo in generazioni precedenti o la sifilide la cui trasmissione poteva compromettere intere generazioni.

Marie nel 1923 affermava che un quarto dei ricoverati nel suo servizio erano “degenerati ereditari” e che l’ereditarietà restava la causa delle cause nell’alienazione mentale; per questo una profilassi efficace della follia avrebbe dovuto basarsi sull’eugenetica e sul controllo della procreazione, non escludendo quindi azioni coercitive.

Durante gli anni ‘30 una parte della comunità degli psichiatri avvertì i rischi derivanti da tali teorizzazioni, così Henry Ey nel 1937 propone l’apertura di piccoli centri di “psicogenealogia” per lo studio delle basi ereditarie delle malattie, che operassero con il consenso delle famiglie e il vincolo della riservatezza, qualcosa di ben diverso dall’eugenetica tedesca del tempo.

 

Luigi Benevelli ( a cura di)

 

Mantova, 3 novembre 2023

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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