Terza giornata - Giovedì 7 maggio

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23 novembre, 2012 - 18:44

ROMOLO ROSSI
MUSICA DELL'OGGETTO PERDUTO
 Come si fa attraversala musica ad esprimere un sentimento di fondo che è quella della melanconia e della morte. Eppure sono importanti nella vita dell'uomo, in questo equinozio, forse ilo peggiore degli ultimi cinquant'anni. La depressine è legata alla perdita dell'oggetto, diceva Freud. L'oggetto amato internamente. E la depressione porta alla morte. Come si fa ad esprimerlo allora ? 
Gustav Maler ci è riuscito. Vediamo come ha fatto.
Ha scritto la sinfonia della morte, la quinta sinfonia. E questa sinfonia è presente nel film Morte a Venezia. Il film è tratto dal romanzo di Tomas Mann. Mann aveva un senso di morte interno, con 4 suicidi in famiglia. Lui si è salvato attraverso la sublimazione, la letteratura. Il punto che accomuna Maler e Mann è il film Morte a Venezia. Nel film è presente poi Bogart che agisce tutta la scena con la sua faccia.
I grandi musicisti sono persone che hanno capito quali sono le lunghezze d'onda che hanno capito quali sono le lunghezze d'onda giuste nel cervello.
Tchaikoski
Il primo è una brano triste, La Patetica. L'altro invece è un brano allegro, Arabesque
Qual è il criterio, la legge interna per cui uno sente un brano allegro e un altro triste?
Si potrebbe dire perché uno è più lento e l'altro veloce. Ma non è vero, perché ci possono essere musiche molto veloci ma incredibilmente tristi.
Il timbro è una questione soggettiva. C'è bisogno del nostro orecchio, del nostro cervello e della nostra emotività per poter provare un'emozione ascoltando un brano.
Mann è una persona che ha cercato di associare la lingua alla musica. Nel dottor Faust abbiamo un esempio di questo. Così come lo faceva anche Dante Alighieri. Poteva usare la lingua che voleva, e anch'egli cerca di fare un passaggio dalla parola alla musica. Ma non ci riescono in pieno. Ci riesce meglio l'attore.
E veniamo alla psicoanalisi. L'ipotesi di Kohut che parla proprio della Morte a Venezia. Mann e Maler si sono difesi contro la morte tramite la sublimazione, uno in modo musicale e l'altro in modo cinematografico. Questa sublimazione impediva la morte, la perdita dell'oggetto. L'ipotesi è che nella quinta di Maler si veda la disintegrazione della sublimazione. Infatti Mann fa vedere in successione: la nave che arriva, a Venezia c'è il colera, il protagonista comunque rimane e alla fine muore, ritrovando comunque il suo amore impossibile, omosessuale. L'amore si disintegra quindi. In un abbraccio mortale.
Perché Maler ha scritto due sinfonie che provocano la tristezza tipica della morte? 
La sua vita è caratterizzata da perdite. La madre di Maler aveva partorito 14 figli, di cui 7 morti poco dopo il parto. Poi c'è un' altra perdita nella vita di Maler, la moglie. Non era fedele, invidiava in realtà il marito, e Maler ne soffriva tremendamente. Inoltre sono gli anni in cui muore anche “la piccola pulce”, la sua figlia amatissima e scrive Canto della morte del bambino.
E allora il nostro sistema emotivo ci fa capire, per empatia, che queste musiche corrispondono a dei vissuti di colui che ha composto la musica. Il linguaggio si frammenta, non riuscendo a ricomporre una realtà ordinata. E l'autore si perde in un lunga parte per i violini, e progressivamente si destruttura. Anche nel film c'è una destrutturazione; l'attore progressivamente si perde seguendo ciò che empaticamente sente dalla musica (body sensation). Bion, psicanalista speciale, dice che il body sensation è una “cose in sé”, che nasce da schemi enterocettivi e propriocettivi. Non sono simboli linguistici”.
La grande possibilità che ci dà la musica è di sentire dei sentimenti che il linguaggio non riesce ad esprimere.

SONO SOLO CANZONETTE
DR. GIORGIO MARIANI

Per la maggior parte di noi la musica costituisce una parte significativa, e nel complesso piacevole, della vita: non solo la musica esterna che sentiamo con l'orecchio ma anche quella interna che suona nella nostra testa.
La musica è emozione, la vita è emozione, la vita è musica.
Fra le varie sessioni congressuali si è deciso di essere presenti a quella dedicata a “Musica e follia” con una relazione dal titolo “provocatorio”: Sono solo canzonette.
Lavoro originale nel senso di portare alla vostra attenzione musiche e testi di canzoni. La canzone è una comunicazione sonora che entra a far parte del vissuto di ogni persona, e in quanto tale, di vitale importanza. Una canzone può aiutare a comprendere meglio chi siamo, il significato del nostro esistere? Possiamo chiederle di renderci migliori, oltre che emozionarci? La selezione che presentiamo riguarda le canzoni e la discografia di quattro cantautori che hanno sicuramente a che fare con il vissuto di tante persone: Rino Gaetano, Vasco Rossi, Giorgio Gaber, Fabrizio De Andrè sono gli autori da noi scelti.
Rino Gaetano
Ma il cielo è sempre più blu 
...chi suda, chi lotta, chi mangia una volta, chi gli manca la casa, chi vive da solo...
Autore di canzoni graffianti e appassionate, paladino del Sud e degli sfruttati, nemico giurato di tutti i politici, è uno dei songwriter di culto della scena italiana. Ha cantato un'Italia grottesca negli anni della tensione e della P38. Dopo la sua morte, le sue canzoni sono state riscoperte negli anni e saccheggiate senza ritegno.
La denuncia sociale celata dietro l'ironia delle sue filastrocche resta ancora oggi attualissima. Per l'ironia e l'intelligenza dei suoi testi, per il suo songwriting schietto e graffiante, Rino Gaetano merita davvero un posto accanto ai più grandi esponenti della canzone italiana. Il suo universo è affollato di santi che salgono sul rogo “vestiti d'amianto”, di donne immaginarie che filano la lana e fiutano tartufi, di cieli blu e di notti stellate, di amabili puttane e detestabili politici d'ogni schieramento. Irride e commuove, con l'anarchica eccentricità dei poeti cantastorie. L'Italia della P 38 e della strategia della tensione, nelle sue canzoni, diventa un paese surreale, diviso tra fiaba e dramma, passioni sentimentali e contraddizioni sociali. Un paese che Gaetano ha sempre amato, ma che quasi mai lo ha voluto comprendere.
Mio fratello è figlio unico
...mio fratello è figlio unico, perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati, malpagati e frustrati, mio fratello è figlio unico sfruttato represso calpestato odiato, e ti amo Mariò...” Vasco Rossi
Siamo solo noi
... generazione di sconvolti, che non ha più santi né eroi. Siamo solo noi...
Sally
...perché la vita è un brivido che vola via. E' tutto un equilibrio sopra la follia...

Si autodefinisce provocautore. Sue sono le affermazioni “ Se non ci credi tu non ci può credere nessuno”, e “Io non sono un cattivo maestro. Non sono proprio un maestro: semmai sono cattivo, ma maestro no, non sono un esempio, sono una persona, un uomo. Sono la voce di chi non ha voce, sono la voce della gente”.
In una recente intervista ha dichiarato: “ I concerti mi riempiono e mi svuotano. E' sempre un momento di gioia e divertimento quando sto sul palco, cerco di cogliere solo i lati positivi. I giovani hanno potenza, energia, immaginazione, sono più predisposti di noi ad affrontare le sfide. Sento la responsabilità del mio ruolo”. Ed aggiunge il rocker di Zocca: “e me la prendo tutta (la responsabilità). Sono orgoglioso e fiero, le mie canzoni danno gioia, gli artisti non condizionano, semmai raccontano il mondo, sono i media, giornali e tv, ad influenzare”. “ La canzone è una forma d'arte che va al cuore”.
Il Blasco, così viene chiamato, ha alle spalle trent'anni di “carriera” durante la quale ha prodotto più di 150 canzoni, affrontando temi che parlano d'amore, di giovani, di scene di vita quotidiana, tanto da portare la Pivano a scrivere di Vasco: “le tue mani grondano immaginario collettivo”.
Vasco è un artista autentico; nel tempo ha modificato la sua immagine e, pur sperimentando nuovi percorsi, è rimasto fedele a sé stesso, mostrandosi, così, riconoscibile alla prima nota.
Giorgio Gaber, meglio conosciuto come “Signor G”.
La libertà
...la libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un'opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione...
Le sue canzoni raccontano la psicopatologia quotidiana dell'uomo moderno di fronte ad un mondo da cui si sente escluso (anche per colpa della politica). E' il cantante che, solo sulla scena buia, nel suo teatro-canzone, si muove facendo ondeggiare le braccia con un ghigno tragicomico, ammiccante e finto-ebete insieme. E' quello (il cantante) del “far finta di essere sani” e di “Libertà obbligatoria”, ma non solo. E' evidenziabile una rara coerenza con il repertorio del Gaber giovanile, quello per intenderci, delle canzoni legate alla vita quotidiana di periferia (v. Ballata del Cerutti e Treni a gogo).
Nasce attorno agli anni '70 il Gaber che ci parla ancor oggi con sorprendente energia. Canta non la politica o l'anti-politica ma la psicopatologia della politica malintesa.
E' il cantore della solitudine dell'uomo di fronte alla società dei consumi e degli slogan, dell'incompatibilità tra conformismo ideologico e oggetto critico. 
Un'idea
...Un'idea, un concetto, un'idea, finchè resta un'idea è soltanto un'astrazione. Se potessi mangiare un'idea, avrei fatto la mia rivoluzione...
Gaber è il cantore del rapporto estremamente agonistico tra perbenismo pubblico e coscienza individuale, con l'ipocrisia euforica del “si può”: “Si può, siamo liberi come l'aria, si può, siamo noi che facciamo la storia, si può..” . E' un inno parodistico alla democrazia, dove si racconta la tentazione, tipica di un italiano qualunque, di portarsi via la matita dalla cabina elettorale. E' l'esilarante cultore di cortocircuiti mentali: “Chissà perché non piove mai quando ci sono le elezioni”. Il Gaber tra l'incazzato e il satirico, difficile da incasellare politicamente (come si è tentato ostinatamente di fare), ma facilissimo da collocare sul piano dell' ispirazione poetica: tra Sartre e Pasolini corsaro, tra l'estraneità kafkiana e la solitudine psicotica di Beckett. Canta l'uomo le sue paure indotte, il senso di accerchiamento e l'esclusione rispetto ad un mondo esterno subito come ostile e nocivo: “mi fa male il mondo”.
Il Gaber che ironizza sulle facoltà terapeutiche di uno shampoo
Lo shampoo
... la schiuma è una cosa buona, cometa mamma, che ti accarezza la testa quando sei triste e stanco: una mamma enorme, una mamma in bianco...
C'è tutta l'emergenza di un sintomo minimo che fa affiorare dalla profondità vertigini di angosce represse. E la sanità mentale, illusoriamente riconquistata, per un attimo fuggente, affidandosi ad un oggetto di consumo, alle abitudini vuote o ai luoghi comuni. Il Gaber mai qualunquista e cinico, puntualmente però accusato di qualunquismo e cinismo. Il Signor G che canta con l'agilità del corpo prima ancora che attraverso la sua voce, dalla miracolosa pulizia della dizione, dalle parole scandite e, scondite di qualsivoglia retorica. Pronuncia ferma, tagliente, nel denunciare le ipocrisie di qualunque chiesa, nel fermare un tic, nel parlare d'amore. E, a smentire ogni accusa di nichilismo, l'amore bruciante per la vita, ribadito con forza, sia pure per sprazzi e per epifanie, quando il senso comune sembra esserti contro (cioè sempre). Come quando, sull'autostrada, con il registratore spento, nelle prime luci del mattino, pur sapendo che il mondo intorno va a pezzi, senti salire dal profondo “un'illogica allegria”. Il Gaber politico è, in fondo, solo un equivoco.
Fabrizio De Andrè
Bocca di rosa
...Si sa che la gente dà buoni consigli \ sentendosi come Gesù nel tempio | si sa che la gente dà buoni consigli | se non può più dare cattivo esempio...
De Andrè è il cantore dell'emarginazione e delle minoranze, l'incisività politica del messaggio che ha trasmesso tramite le sue canzoni si nasconde dietro ispirazioni, stili e tematiche piuttosto vari, apparentemente distanti fra loro. L'amore libero e carnale, i quartieri malfamati, i Rom, i Vangeli, la solitudine, l'antimilitarismo sono, per De Andrè, tutte espressioni del rapporto tra l'uomo e il mondo, aventi come soggetto l'uomo. I disagi connaturati alla condizione umanan possono portare l'individuo ad aggregarsi ad altri suoi simili e a formare associazioni, istituzioni, congreghe, Stati: in questo modo passerebbe in secondo piano il raporto umano e si dimenticherebbero sentimenti tipici dell'uomo come la compassione. 
De Andrè ritrova questi sentimenti là dove lo Stato non arriva, tra gli emarginati. Canta, così (instradato dal suo maestro Gerogers Brassens) i diseredati, le prostitute, i ladri: è quella parte della società che, lontana dalle istituzioni, mantiene vivo in sé il sentimeto della compassione. O, più semplicemente, canta persone che, per scelta o necessità, si ritrovano da sole a difendere la loro diversità e, in tal modo, la loro libertà. Il contrasto tra l'individuo e il potere è descritto, così, nelle sue diverse manifestazioni. A cominicare dagli amori non “ufficiali” e ricnonosciuti: quello libertino di Bocca di rosa, osteggiato dall'invidia delle donne di paese, che possono far affidamento sull'autorità costituita; quello giovanissimo di Ho visto Nina volare, minacciato dall'autorità paterna; quello tra un ragazzo ed un'asina in Monti di Mola, rovinato dalla burocrazia fino ad arrivare alla storia narrata nei Vangeli, una donna (Maria), privata della sua infanzia e, poi, della sua maternità dal potere religioso; e un uomo libero (Tito) che a causa della sua indipendenza viene perseguitato .
In un'intervista a chi gli chiedeva se si considerasse un poeta De Andrè rispondeva: “tutt'al più ho fatto un po' di cultura, ho aiutato qualcuno a ricordare Cecco Angiolieri (v. Se io fossi fuoco) e Spoonriver, a ripensare al Maggio e ad un filosofo anarchico di nome Gesù. Ma la poesia, mi rendo conto, è un'altra cosa”.
La Fernanda Pivano dice di lui: “ Quando Fabrizio trasformò in canzoni alcuni brani dell'antologia di Spoon River io, che quel libro l'avevo tradotto e fatto conoscere, vi scoprii cose che non avevo mai notato. E le versioni di De Andrè mi parvero, spesso, più belle delle poesie di Lee Master. Chi, se non un poeta avrebbe potuto arrivare a tanto? Lui d'altronde, poeta grande lo fu anche nel canto, in quella voce calda, narrante, dai barbagli dorati. E nella musica, nei suoni e nei ritmi che si fanno racconto e parola, viaggiando dal liuto della Città vecchia al corno di Carlo Martello, dal bouzoucki di Sidium all'organetto, che contende il passo agli archi, nel delirio pittorico e timbrico di Smisurata Preghiera ( e non importa se, ignaro di essere il musicista che era, lui chiamò a soccorrere quella che definiva la mia balbuzie melodica compositori maiuscoli: Gian Piero Riverberi, il più grande, e poi Nicola Piovani, Ivano Fossati, Mauro Pagani, Piero Milesi. Senonchè suo era quasi sempre il progetto, loro gli ispirati amanuensi.
“Faber è di tutti”, decise la piccola Dori dal cuore grande, consentendo che i funerali fossero, come dovevano, aperti a tutti. Ne risultò, e anche questo era prevedibile, un immenso appuntamento d'amore. Vedevi piangere fianco a fianco, la puttana e il travet, il clochard e l'onorevole, il cantante famoso e il femminiello giunto da Via del Campo
Via del campo
... ama e ridi se amor risponde | piangi forte se non ti sente | dai diamanti non nasce niente | dal letame nascono i fior...
a salutare il Poeta degli sconfitti, il moderno troubadour che aveva annunciato, nella Genova così perbene dei Taviani e dei Siri, come i fiori nascono, più che dai diamanti dal letame. E come amare e comprendere sia forse più difficile, probabilemtne più coraggioso, sicuramente più meritorio che condannare.
Parlando di Anime Salve
Anime salve
“... mille anni al mondo, mille ancora | che bell'inganno sei anima mia | e che bello il mio tempo, che bella compagnia...” 
“... sono state giornate furibonde | senza atti d'amore, senza calma di vento | solo passaggi e passaggi | passaggi di tempo...”

De Andrè disse che lo faceva pensare agli “Sppirti Solitari” della nostra società, emarginati ed esclusi come i protagonisti delle storie da lui raccontati tra i Rom delle periferie. Il cantore di Marinella e della Guerra di Piero, di Cantico dei drogati e Don Raffaè, di La cattiva strada e Nuvole ha, attraverso le sue canzoni, fatto crescere e farà crescere generazioni e generazioni, perché non è stato mai un cantante alla moda, in quanto questa effimera, ma è stato e sarà sempre eterno, vivendo insieme all'altro, chiunque esso sia, con le sue canzoni. Concludiamo il discorso su De Andrè citandolo: “Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l'ansia per la giustizia sociale e l'illusione di poster partecipare ad un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane”.
Nel presentarvi questo lavoro si è pensato di poter mettere insieme due percorsi interiori riguardanti il nostro vissuto e le nostre emozioni, ben sapendo che si dovevano fare i conti con il ricordo dell'emozione e del vissuto; con la speranza di aver suscitato in voi emozioni che vi portino al ricordo delle vostre emozioni e quindi al vostro vissuto.
La conclusione è d'obbligo: una domanda e una preghiera:
Non mettetemi alle strette. Sono solo canzonette?

ROMOLO ROSSI
UN PAZIENTE ECCEZIONALE

Il paziente eccezionale è il dottor Dante Alighieri.
Il Professor Rossi immagina un ipotetico dialogo psicoterapico tra Dante (o meglio tra l'opera di Dante) ed uno psicoanalista.
Tutto ha inizio con il racconto di un sogno:
A corollario di un passo della Vita Nova
“a ciascun alma presa e gentil core...”
Beatrice è addormentata in braccio ad Amore, che la ciba del cuore di Dante e piange. L'istanza è aggressiva e cannibalica.
Non ci stupisce che il poema
“...m'ha fatto per più armi macro”
Dunque è inappetente, magro, cenestopatico, ipocondriaco
I Fase: analisi del narcisismo
La psicologia gli interessa poco, a causa del trionfalismo escatologico e dell'integralismo teocratico
“È sicuro di voler parlare di sé con me?”
Domina il narcisismo
Vinca tua guardia i movimenti umani:
Vedi beatrice con quanti beati
Per li miei prieghi ti chiudon le mani.

Ma come? Tutta la rosa dei Beati, Dio compreso, è riunita in assemblea per ricevere Lui? Lei in qualche epoca della vita può aver pensato di essere l'unico amato dai genitori. E poi emerge la grandiosità narcisistica:
O voi, che siete in piccioletta barca
Desiderosi d'ascoltar, seguiti
Dietro al mio legno che cantando varca
Tornate a riveder li vostri liti:
Non vi mettete in pelago, ché, forse,
Perdendo me, rimarreste smarriti.
L'acqua ch'io prendo già mai non si corse.
Minerva spira, e conducemi Appollo,
E nove Muse mi dimostran l'Orse.

Nel timore che la rifiuti cerca di denigrarmi e di considerare solo sé all'altezza
Pausa teorica: ma se nove muse gli dimostravan l'orse, era forse maniacale?
In verità, l'orse gliela dimostravano davvero, a giudicare dai risultati.
Aiutiamoci con Kohut.
Il narcisismo
Le sue trasformazioni
1 Creatività
2 Umorismo
3 Empatia
4 Narcisismo cosmico.
In tutte egli è maestro.
II Fase: Amore e Ambivalenza verso il padre
Rimozione e trasformazione del desiderio

...se' tu già costì ritto
Se' tu già costì ritto Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto

Ma lei, questo padre cattivo vuole vederlo ovunque
Il diastacco doloroso
Ma Virgilio n'avea lasciati scemi
Di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die'mi

Non sopportava che suo padre andasse a lavorare
Non sopporta forse che la seduta finisca
In braccio al padre: Gerione
Personaggio poliedrico, multicolore, ambiguo e grandioso
La faccia sua era faccia d'uom giusto,
Tanto benigna avea di fuor la pelle, 
E d'un serpente tutto l'altro fusto; 
Due branche avea pilose insin l'ascelle; 
Lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
Dipinti avea di nodi e di rotelle. 
E quella sozza immagine di frodo
S'en venne

Una bella ambivalenza
Io m'assettai in su quelle spallacce;
Sì volli dir, ma la voce non venne,
Com'io credetti: “Fa che tu m'abbracce”

“Avrebbe voluto esser tenuto in braccio dal papà, più che dalla mamma. Vuol essere tenuto sul lettino per superare ogni difficoltà, ma con quanta paura e disprezzo”
Nel fondo dell'inferno c'è l'estremo della sofferenza, il disamore paterno: l'alito di Lucifero congela tutto. Ma bisogna arrampicarsi su di lui.
Com' a lui piacque, il collo li avvinghiai; 
ed el prese di tempo e loco poste, 
e quando l'ali fuoro aperte assai, 
appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia 
tra 'l folto pelo e le gelate croste.

Cattivo certo questo padre, ma lei voleva arrivare alla sua altezza. Sarà perché sto masticando altri, e non lei
Accecamento: inarrivabilità del padre
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t'intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

Viveva suo padre come troppo distaccato, troppo lontano: un modello chiuso, inarrivabile Ha forse paura di non poter arrivare al mio livello?
Ancora sentimenti in contrasto
Amor, ch'a nullo amato...
Ma allora, per la Francesca che ha tradito il marito, non sa se provare tenerezza o severa durezza. Non sa come trattare il problema dei suoi desideri trasgressivi. Lei la perdonerebbe, ma suo padre no di certo.
Libertà va cercando, ch'è sì cara
È strano che una come Lei, coi suoi principi, salvi un suicida: voleva proprio preservarlo ad ogni costo questo vecchio padre, come vuole salvaguardare me ad ogni costo. Anche se crolli, io ti amo lo stesso.
Ma questo padre l'ha fatta grossa!
...tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia". 
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi, 
dicendo: ``Padre mio, ché non m'aiuti?". 
Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno
.
Proprio cattivo questo padre, ma via, lei ci tiene molto a farsi inglobare, mangiare da lui
Veggio in Alagna intrar lo fiordaliso 
e nel vicario suo Cristo essere catto. 
Veggiolo un'altra volta esser deriso, 
veggio rinnovellar l'aceto e 'l fele, 
e tra vivi ladroni essere anciso.

Sarà cattivo, ma è sempre il padre, e guai a chi lo tocca.
Come guai se qualcuno parla male di me, lei solo lo può fare.
Cerchiamo una istanza ancora superiore:
Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio, 
il luogo mio, il luogo mio, che vaca 
ne la presenza del Figliuol di Dio, 
fatt' ha del cimitero mio...

Vorrebbe che io colludessi con Lei per attaccare il padre: un super-padre, insomma. Ma non rischia così di confondersi?
III Fase: e ora, la mamma?
Era già l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core 
lo dì c'han detto ai dolci amici addio; 
e che lo novo peregrin d'amore 
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more 
Fiorenza, dentro della cerchia antica...
Si rompe del montar l'ardita foga 
per le scalee che si fero ad etade 
ch'era sicuro il quaderno e la doga...

Da dove viene questa nostalgia? Sarà la mamma?
Ah la mamma. ........ Avrebbe voluto arrivare a lei, che le alleviasse ogni fatica e ogni incertezza.
arriva' io forato ne la gola, 
fuggendo a piede e 'nsanguinando il piano. 
Quivi perdei la vista e la parola
nel nome di Maria fini', e quivi 
caddi, e rimase la mia carne sola.

Ecco un doloroso, mortale, antichissimo ricordo della mamma.
Ma che mamma era? Quanti contrasti!
Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d'eterno consiglio

Non sa decidere cos'era la mamma, tutto e il contrario di tutto.
Tutte le donne eran la stessa cosa, una serie di donne che passano l'accudimento suo di mano in mano ma che desiderano andarsene
Vengo dal luogo ove tornar desio Qual si partìo Ippolito d'Atene per la spietata e perfida noverca, tal di Fiorenza partir ti convene Parla di una mamma fredda, o morta, o matrigna.
Sarà un problema di contatto corporeo
forse non pur per lor, ma per le mamme, 
per li padri e per li altri che fuor cari 
anzi che fosser sempiterne fiamme.

Senza vedere la mamma non c'è felicità piena, neppure in Paradiso.
Ecco perché ipocondriaco, anoressico, macro
Se t'ammentassi come Meleagro
si consumò al consumar d'un stizzo,
non fora”, disse, “a te questo sì agro...”

Ecco, ora è chiaro, cosa c'è sotto: la terribile Altea. Temeva lo facesse lentamente morire, abbandonandolo, perché amava di più gli altri. Per questo ha cercato di sostituirla col padre, o con me. Ci sarà riuscito?
A giudicare da l'amor, che muove il cielo e l'altre stelle può darsi di sì.
Oltre non si può andare: il senso di misura
ma or convien che mio seguir desista 
più dietro a sua bellezza, poetando, 
come a l'ultimo suo ciascuno artista.
ma perché piene son tutte le carte 
ordite a questa cantica seconda, 
non mi lascia più ir lo fren de l'arte
Sul sogno
Qual è colui che sonniando vede,
che dopo 'l sogno la passione impressa
rimane, e l'altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visione, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.

Non osiamo più parlare.

NICOLETTA GOSIO
ALI PER SCRUTARE GLI ABISSI

E' nel senso del confronto e della possibilità di messa in discussione del nostro sapere, che questo intervento si rivolge allo sguardo della poesia, e più precisamente a quanto da questo incontro può scaturire rispetto al tema fondamentale delle emozioni e dell'affettività. Qualsiasi discorso in psichiatria sui rapporti fra poesia e psicopatologia non può a mio avviso non porre come premessa il riconoscimento del contributo della fenomenologia, magistralmente sviluppato da Borgna in testi dove l'analisi dei vissuti e delle condizioni emozionali delle esperienze psicopatologiche, delle ragioni del cuore, è tematizzata attraverso vere e proprie preziose antologie della parola poetica. Questo è un piano del discorso imprescindibile, al quale si deve rendere conto, ma cosa può dirci poesia quando, parlando di emozioni e affetti, al linguaggio dei vissuti accostiamo quello dei loro percorsi genetici, delle matrici anche biologiche, e del nostro approccio? Nell'incontro fra forme della conoscenza è possibile rintracciare proprio nel poetico, un ambito per definizione extrascientifico, un richiamo alla complessità dell'intreccio fra ragioni del cuore e cuore delle ragioni, fra emozioni, cognizioni e pensiero, mente ed esperienza, e al rispetto del rigore e dell'obbedienza a parametri vincolanti. Precisione, rinvio, origine, definiscono e delimitano il movimento, la dinamicità della poesia; le articolazioni fra significato, senso e segno (condizioni generative fisiologiche) costruiscono la psicopatologia, le combinazioni che noi costruiamo ci dicono qualcosa sui nostri modi della conoscenza, su come trattiamo primi piani e sfondi, luminosità e abissi.
“ La nostra pienezza si compie lontano, nello splendore degli sfondi. Dove è volontà e movimento. Dove si narrano storie di cui noi siamo titoli in ombra ... Noi siamo là, mentre qui, in primo piano, muoviamo avanti e indietro”.
(R.M.Rilke, Appunti sulla melodia delle cose, 1898).
L'ombra, la pienezza dell'ombra, è la materia dei poeti e la nostra, e forse uno dei motivi per cui ne dobbiamo parlare insieme sta nel fatto che oggi le patologie del nostro tempo sono caratterizzate dalle interruzioni dei percorsi delle emozioni verso una pienezza della vita affettiva. Patologie in sintonia col mondo in cui viviamo, dove gli affetti perdono sempre più parole, progredisce un culto delle emozioni da “sbloccare, liberare esprimere, ricercare, consumare” che, rinunciando alla complessità dei tragitti, trasforma il corpo vissuto in un mero apparato recettoriale, nell'esaltazione di ciò che si prova rispetto a ciò che si spiega, in un vero e proprio collasso degli affetti sulla emozionalità, del sentimento sulla sensorialità. In poesia si sono espressi originariamente la religione e il mito, ai grandi poeti dobbiamo in egual misura verità sull'uomo e bellezza, e se la poesia è stata una cosa sola con la filosofia fino a Platone che le separa, il connubio tra “pensiero poetante” e riflessione critica è talmente stretto che il tema della verità della poesia ha attraversato tutto il pensiero filosofico, da Aristotele a Kant, Spinoza, Nietzsche, la fenomenologia, Merleau Ponty e tutta l'ermeneutica, sia che a quel pensiero la poesia sia stata subordinata o, viceversa, assurta a vertice dell'attività conoscitiva come “linguaggio del vero”, come in Heidegger, quando afferma che “ogni meditante pensare è poetare, ogni poetare è un pensare. Pensiero e poesia si coappartengono” (“In cammino verso il linguaggio”), mentre Gadamer abbatte ogni barriera. Ma è un connubio che va oltre l'incontro fra mondi portatori di saperi differenti, è un legame che poggia sul fatto che, come è stato detto, “la poesia possiede il suo oggetto senza conoscerlo, la scienza e la filosofia lo conoscono senza possederlo”. 
Poesia stessa lo dice: “Tutte le lettere che potrei scrivere/Non saranno mai belle come questa-/Sillabe di velluto-/Frasi di seta,/Abissi di rubino, mai scavati,/Nascosti, labbro, a te-/Immaginala come un Colibrì-/E che or ora abbia libato-me” (E.Dickinson). 
E' per questo potenziale esplicativo della grammatica emotiva e dei processi di formazione del pensiero che non c'è sapere della nostra “famiglia” che non si sia rivolto alla poesia:Freud, Jung, Jaspers, ma tutta la psicoanalisi, la psicopatologia fenomenologica, le scienze cognitive e ora anche le neuroscienze, il cui ingresso in campo ha anzi riacceso l'interesse per il linguaggio poetico.
Pieno di merito, ma poeticamente, abita/L'uomo su questa terra ...” (F. Holderlin in M.Heidegger, “Saggi e discorsi”,1954). 
Questi versi nella loro forza evocativa si prestano ad esprimere l'enigmaticità dell'interrogativo sul posto che il poetico occupa nella nostra mente e la pluralità delle chiavi di lettura fornite dalle nostre discipline, dove ogni interpretazione, di fatto legata alle diverse concezioni della mente, ha colto una verità del poetico, ne ha valorizzato qualche caratteristica. “ La poesia non è alcun luogo concreto sulla carta geografica dell'immaginario e della mente dell'uomo. Essa è, piuttosto, come un meridiano: una linea ad un tempo verissima e inesistente che indica una direzione attraverso molti territori” (P.Celan, Il meridiano, 1960). 
Canto d'emergenza di pensieri/ nato da un sentimento,/ che ha/ dei nomi svegliati dal canto/ non molti,/spinoso,/così, inconfondibile,/ dalla macchia di duro fogliame,/sporge con loro; a te/ incontro,/spinoso,/vaga/un piccolo morire”. (P.Celan, Sotto il tiro di presagi, 1967).
Un canto, processo che diventa linguistico, che lega pensieri, sentimenti e nomi che affiorano dal “dentro”, da una spinta del corpo, che traccia una linea nel proprio movimento fra i “molti territori”, della mente e del mondo esterno, fra le trasformazioni storiche e le variazioni culturali che, come hanno rilevato Vernant e Detienne, plasmano la mutevolezza dei sentimenti, i significati e i sensi nella loro collocazione storica, entrano nel dinamismo di questo movimento, meglio, di questa azione che è la poesia. L'analisi del linguaggio poetico, condotta attraverso le parole dei poeti stessi, l'esame delle chiavi di lettura proposte dalla neurobiologia su un possibile isomorfismo del poetico con il mentale nella predominanza filogenetica e ontogenetica del “cervello destro”, a cui guardano anche tutte quelle correnti psicoanalitiche che mirano a toccare i punti germinativi dei nostri processi mentali e che richiamano una possibile funzione della musicalità poetica per raggiungere il livello sensoriale e ristabilire connessioni con il mondo emozionale sono i punti messi in discussione di fronte a quelle patologie dove il misconoscimento degli affetti equivoca proprio sulla sensorialità delle emozioni. Il richiamo al paradigma della complessità, proprio della poesia, alla peculiarità della sua prassi che sta nell'utilizzo di tutti i segni nella inclusività di un percorso creativo che ha una sua precisa architettura, ci mostra le separazioni nella compenetrazione dei differenti livelli, sa dire nel frammento, anche in un verso o in una parola soltanto.
Interroga allora le nostre narrazioni, rimettendone in discussione la continuità e la tendenza a includere le discontinuità, i salti, le matrici del nostro pensare e del nostro sentire. Ci costringe, proprio per la sua vicinanza tanto a queste matrici quanto agli esiti più raffinati delle loro elaborazioni, a mantenere una attenzione vigile alla distanza fra funzioni che riguardano la costituzione dell'esperienza e la sua ridescrizione. La poesia ci dice, ci mostra, che la mente, tra “emergenza” del pensiero e dell'affettività, ed esigenza di messa in parole del senso, è una continua creazione estetica, la messa in opera di quella grandissima e necessaria “finzione” che è il racconto di noi a noi stessi. Non sappiamo ancora abbastanza dell'intreccio fra cognizioni ed emozioni, ma quello che il “meridiano” della poesia suggerisce è che l'emozione, quali che siano gli schemi percettivo-senso-motori che ne definiscono la sensorialità, nella sua forza coesiva come in quella disgiuntiva, è sempre un rinvio, allude a una storia, è la storia di ciò che la domanda incontra e interpreta, l'emozione è, come dice M.Nussbaum, di per sé narrativa, un movimento che intreccia la costruzione estetica e quella interpretativa di sé. La poesia mette in luce la dimensione per così dire richiedente “dell'emergenza” come dei tragitti che l'emozione compie per strutturarsi in sensibilità affettiva, e suggerisce che ciò che si arresta nell'emozione assente non è il livello sensoriale, ma la trama motivazionale, la dimensione narrativa dell'emozione. 
E' l'immaginario che in una costante dialettica con il mondo esterno “conferisce il primato allo spazio figurativo, introducendo processi esplicativi spaziali e topologici ... lo spazio è il luogo della nostra immaginazione ... il sensorium generale della funzione fantastica” . “La poesia non colpisce i sensi, ma l'immaginazione”, diceva Pascoli, e forse ancora una volta hanno ragione i poeti. La poesia intercetta, anche grazie al potere evocativo della musicalità, le emozioni lungo la strada, e ancora una volta ci dà una indicazione importante, questa volta sulla differenza che intercorre fra risonanza e consonanza, sulla distanza che intercorre fra una immagine allo specchio e ciò che in essa vi cogliamo, una distanza coperta dalla soggettività mobile del sentire, dove, ed è ancora una poetessa a dircelo: “Solo ciò che è umano può essere davvero straniero” (W. Szymborska, Salmo). 
La ipervalorizzazione del livello della sensorialità delle emozioni rischia di adombrare l'originaria costituzione della domanda, del ruolo che l'immaginario gioca nella trama del vissuto, e che può giocare nelle alterazioni delle capacità di ascolto delle emozioni. E , in definitiva, quello che la poesia ci dà, proprio all'ascolto, di sé e della follia, quello che arricchisce il racconto è, come dice Gargani, la capacità di “vivere le alternanze di silenzio e di parola piena, di emozioni, di razionalità”, per poter continuamente ridescrivere, mantenendo aperta la storia. Nel nostro mondo, dominato da immagini non più coagulate intorno a organizzatori di senso, una cultura dove, forse non a caso, anche la poesia abbandona sempre più la metafora, avvicina il proprio linguaggio a quello della prosa, di molto ascolto, di molta capacità di cogliere il frammento, di molta immaginazione, di molto spazio mentale, di molte parole, di molti significati da ridare alle emozioni, hanno bisogno le nuove forme della follia, e di molta attenzione agli abissi di silenzio, quelli sui quali la poesia si sporge e ci insegna a stare in bilico senza pretese di svelamento, segnalando i limiti al dicibile, lasciando che ciò che non può, e non deve, parlare, taccia. 
E che venga, piuttosto, avvicinato da quell'altro grande campo che è il linguaggio non verbale, che veicola a sua volta significati e attraverso questi raggiunge le emozioni. In apertura si è ricordato che la poesia è anche in un gesto, e nella prosa poetica de “Il piccolo principe” Saint-Exupery ci narra il potenziale poetico del gesto, nella richiesta della piccola volpe al principe di essere addomesticata: 
“ Se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano...”. 
Allora il principe accettò di addomesticare la volpe, e lo fece seguendo le sue istruzioni, senza parlare, sedendosi ogni giorno un po' più vicino a lei,
“ E quando l'ora della partenza fu vicina: 
“Ah!, disse la volpe, ... piangerò.
"La colpa e' tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"E' vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E' certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".

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