Abstract da poster 31 a poster 60

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21 novembre, 2012 - 13:49

 

p31. Valutazione dei temperamenti affettivi in un campione di pazienti affetti da disturbi dello spettro bipolare

E. Di Giovambattista, M. Nardini, M. Marconi, D. Scalella,

W. Roberto, G. Pace, G. Solito, M. Scali

Casa di Cura San Giuseppe-Ascoli Piceno, Provincia Italiana della Congregazione delle Suore Ospitaliere del Sacro Cuore di Gesù

introduzione: scopo del presente studio è stato quello di valutare i temperamenti affettivi in un campione di pazienti affetti da disturbi dello spettro bipolare consecutivamente afferenti in regime di ricovero ordinario presso la Casa di Cura San Giuseppe di Ascoli Piceno. Materiali e metodi: il nostro campione è costituito da 70 soggetti affetti da un disturbo dello spettro bipolare. Del campione totale, 38 soggetti (19 maschi e 19 femmine; età media 42,1 anni ds 12,6) hanno ricevuto una diagnosi di dimissione di disturbo bipolare tipo I (DB I) e 32 soggetti (12 maschi e 20 femmine; età media 48,8 anni ds 11,5) di disturbo bipolare tipo II (DB II) secondo i criteri diagnostici del DSM-IV TR (APA; 2000). Al termine del ricovero (giorni medi di degenza 31,4 ds 10,7) a tutti i soggetti è stato somministrata la Temperament Evaluation of Memphis, Pisa, Paris and San Diego (TEMPS-A) (Pompili et al., 2008) per la valutazione dei cinque principali temperamenti affettivi (depressivo, ciclotimico, ipertimico, irritabile ed ansioso).risultati e conclusioni: i soggetti affetti da DB I presentavano, rispetto ai soggetti con DB II, punteggi medi maggiori nel temperamento ciclotimico (10,5 ds 4,6 vs. 9,5 ds 4,7) ed irritabile (7,4 ds 4,2 vs. 5,9 ds 3,2). I soggetti con DB II presentavano punteggi medi maggiori, rispetto ai soggetti con DB I, nel temperamento depressivo (11,4 ds 3,6 vs. 10,8 ds 3,5) ed ansioso (13,9 ds ,0 vs. 12,8 ds 6,4). Nessuna delle differenze riscontrate, tuttavia, raggiungeva la significatività statistica. Tra i due gruppi non sono state riscontrate differenze rispetto ai punteggi medi del temperamento ipertimico. Nei soggetti con DB II, inoltre, è stata evidenziata una correlazione negativa tra il punteggio medio del temperamento ciclotimico e quello del temperamento ipertimico (p < 0,05). I risultati del nostro studio confermano l’importanza dei temperamenti affettivi nella definizione dei sottotipi clinici dello spettro bipolare.

bibliografia

Di Florio A, Hamshere M, Forty L, et al. Affective temperaments across the bipolar-unipolar spectrum: examination of the TEMPS-A in 927 patients and controls. J Affect Disord 2010;123:42-51.

Gassab L, Mechri A, Bacha M, et al. Affective temperaments in the bipolar and unipolar disorders: distinctive profiles and relationship with clinical features. Encephale 2008;34:477-82

Pompili M, Girardi P, Tatarelli R, et al. TEMPS-A (Rome): Psychometric validation of affective temperaments in clinically well subjects in mid-and south Italy. J Affect Disord 2008;107:63-75.

p32. dimensione cognitiva nella schizofrenia: confronto con un gruppo di pazienti bipolari

G. Di Iorio*, M. Cornelio*, T. Acciavatti* **, S. Marini*,

V. Infante*, N. Serroni**, D. Campanella**, L. Olivieri**,

M. Caltabiano**, V. Marasco**, D. De Berardis* ** ,

F.S. Moschetta**, M. Di Giannantonio*

*Dipartimento di Neuroscienze ed Imaging, Cattedra di Psichiatria, Università “G. D’Annunzio” Chieti; ** Dipartimento di Salute Mentale, SPDC Ospedale Civile “G. Mazzini”, ASL Teramo

L’impairment cognitivo risulta essere una dimensione-chiave della schizofrenia. Deficit dell’attenzione, della working memory e di alcune funzioni esecutive e prassiche sono estremamente diffuse e sufficientemente stabili tra i soggetti schizofrenici.

Questo influenza in modo determinante le capacità relazionali (“social cognition”) e le prospettive terapeutiche e riabilitative di tali soggetti. Numerosi sono gli strumenti psicometrici e le batterie neurocognitive utilizzate per la valutazione dell’impairment cognitivo nella schizofrenia. Tra le più recentemente validate in Italia, abbiamo la B.A.C.S. (Brief Assessment of Cognition in Schizophrenia). Essa è stata sottoposta a 8 pazienti affetti da disturbo schizofrenico. Il gruppo di controllo è stato rappresentato da 10 pazienti con disturbi dello spettro bipolare. La BACS è stata somministrata a tutti i pazienti in fase stabilizzata di malattia. Nel campione dei soggetti schizofrenici le performances cognitive sono state peggiori rispetto al campione di controllo, con maggiori differenze nella working memory, nella fluenza semantica e nelle funzioni esecutive. I risultati ottenuti sono coerenti con la letteratura corrente, mettendo in evidenza come, soprattutto le performances relative la working memory, ma anche quelle relative le funzioni esecutive e la fluenza verbale, appaiano sostanzialmente più conservate nei pazienti bipolari rispetto ai pazienti con disturbo schizofrenico.

p33. Valutazione nel lungo termine del benessere soggettivo in pazienti ambulatoriali con schizofrenia in trattamento con quetiapina a rilascio prolungato

  1. o risperidone orale, in un setting naturalistico

     

  2. Ferrannini*, G. Montagnani**, G. Trespi**, D. Naber*** e Gruppo di Studio RECOVER

     

*Dipartimento di Salute Mentale, ASL 3 “Genovese”; **AstraZeneca Italia,***Psychiatrische und Nervenklinik, Unversitats-Krankenhaus-Eppendorf, Universitat Hamburg- Germany

introduzione: la schizofrenia è una patologia cronica; il benes-sere soggettivo è un elemento determinante della compliance ed efficacia terapeutica in questa popolazione 1 2 obiettivi: scopo del presente studio (D1443L00039, NCT00600756) è stato valutare il benessere soggettivo nel lungo termine in pazienti ambulatoriali con schizofrenia trattati con quetiapina a rilascio prolungato (QTP- RP) vs. risperidone in un setting naturalistico per un periodo di un anno. Materiali e metodi: allo studio multicentrico, randomizzato, prospettico per gruppi paralleli in aperto, sono stati arruolati pazienti con un primo episodio o che necessitavano di un cambio di terapia per ragioni cliniche (switch da tipico ad antipsicotico atipico o switch da altro antipsicotico). La variabile primaria di efficacia è stata la percentuale di variazione dello score totale calcolata come variazione dal basale perSubjective Well-being under Neuroleptics scaleshort version – SWN-K – 3; lo studio prevedeva inoltre anche una valutazione dei costi economici legati alla patologia. Il range di dosaggio utilizzato è stato: 400800 mg for QTP XP e 4-6 mg per risperidone.risultati: un totale di 798 pazienti sono stati arruolati in 114 centri/13 Paesi (almeno 1 paziente); 65 pazienti sono stati arruolati in 16 centri italiani. Un totale di 430 pazienti (nei primi 6 mesi) e 364 (12 mesi) hanno completato lo studio. L’ultima visita dell’ultimo paziente è stata ad ottobre 2009 e l’analisi dei dati è al momento ancora in corso. Ulteriori informazioni saranno disponibili per la presentazione del poster.

bibliografia

Schimmelmann BG, et al. J Child Ad Psycho 2005.

2 Naber D, et al. Acta Psy Scand 2005:111(Suppl 427):29-34.

3 Wehmeier PM, et al. Prog Neurop Biol Psychiatry 2007;31:703-12 (Studio Sponsorizzato da AstraZeneca).

p34. Valutazione dello stato di benessere bio-psico-sociale nell’approccio integrato in riabilitazione psichiatrica: l’esperienza del gruppo “albatros” di palermo

A. Francomano, M. La Placa, A. Guella, D. La Barbera

Dipartimento di Biomedicina Sperimentale e Neuroscienze cliniche, Sezione Psichiatria, Università di Palermo

introduzione: la valutazione degli interventi si rende particolarmente necessaria in contesti riabilitativi in cui gli approcci, multidimensionali e polispecialistici, tendono ad assorbire risorse professionali ed economiche crescenti e possono risultare condizionati dall’autoreferenzialità dell’équipe dei curanti nella descrizione dei livelli di funzionamento e di qualità della vita raggiunti dagli utenti. Scopo dello studio è valutare l’efficacia di un approccio multimodale (psichiatrico, psicologico, riabilitativo), mirante all’acquisizione e/o riacquisizione di uno stato di benessere biopsico-sociale, associando a metodologie eterovalutative specifiche ed integrate strumenti di autovalutazione per i pazienti. Materiali e metodi: lo studio prende in esame una popolazione di 15 soggetti facenti riferimento alla dimensione dello psicoticismo schizofrenico afferenti al gruppo terapeutico-riabilitativo “Albatros” attivo presso l’UO di Recupero Funzionale e Trattamenti Integrati in Psichiatria dell’AOUP di Palermo. Lo studio prevede la somministrazione in due tempi, ad intervallo semestrale, delle seguenti scale di valutazione: Quality of Life Enjoyment and Satifaction QuestionnaireLife Skills Profileconclusioni: dai primi dati in possesso, tenuto conto delle valutazioni cliniche e di enpowerment sociale di ciascun soggetto, si registra la coerenza tra la valutazione del team multiprofessionale con l’autovalutazione degli utenti. Ciò testimonia un incremento dei livelli di life skill e della soddisfazione generale nei settori delle abilità quotidiane utili a favorirne un eventuale inserimento socio-lavorativo.

bibliografia

Endicott J, Nee J, Harrison W, et al., Quality of Life enjoyment and Staisfaction Questionnaire: a new measure. Psychopharmacol Bull 1993;29:321-6.

La Barbera D, Francomano A, La Cascia C. Cento fiori nel giardino – Apporti teorici, interventi terapeutici e nuove prospettive nella riabilitazione psico-sociale. Milano: FrancoAngeli 2007.

Zizolfi S. La versione italiana del Life Skills Profile (LSP), uno strumento per la valutazione del funzionamento e delle disabilità dei pazienti schizofrenici. EPS 1997;6:196.

p35. teoria della Mente, cognizione morale e qualità della vita nei disturbi psichiatrici

A. Geraci, M.S. Signorelli, C. Concerto, E. Battaglia,

M. Cottone

Policlinico Universitario di Catania, U.O.P.I, Psichiatria

introduzione: in letteratura carenti sono le informazioni inerenti alla relazione tra la qualità della vita (QoL) e la cognizione sociale e morale di pazienti affetti da patologie di interesse psichiatrico. L’ipotesi prevede la possibilità che i deficit nella cognizione sociale e morale alterino la QoL. Obiettivo del nostro lavoro è indagare la relazione tra i processi cognitivi sottostanti alle funzioni neuropsicologiche e alla cognizione socio-morale per valutare la correlazione con la QoL in relazione alla vita sociale delle popolazioni psichiatriche. Materiali e metodi: il campione è composto da: gruppo sperimentale 1: outpatient, in remissione, con diagnosi di: a) schizofrenia (n = 20), b) depressione (n = 20), c) disturbo bipolare (n = 20); gruppo di sperimentale 2 composto dai familiari dei pazienti (di primo grado); gruppo di controllo (n = 20). È pre-vista valutazione psichiatrica e assessment di base con SCID, CGI, PANSS, MADRS, MRS, Ham-D. Inoltre, l’assessment prevede per tutti i gruppi una valutazione sulla qualità della vita percepita, uno screening neuropsicologico, una batteria sperimentale di compiti di Teoria della Mente (ToM) e di cognizione morale. risultati: i risultati, in via preliminare, confermano che deficit nella ToM e nel giudizio morale alterano in maniera significativa la QoL, correlando con alcune funzioni neuropsicologiche.

bibliografia

Brüne M. Theory of mind and the role of IQ in chronic disorganized

schizophrenia. Schizophr Res 2003;60:57-64.
Cushman F, Young L, Hauser M. The role of conscious reasoning an
intuition in moral judgment. Psychol Sci 2006;17:1082-9.

Onishi KH, Baillargeon R. Do 15-month-old infants understand false

beliefs? Science 2005;308:255-8.
Ueoka Y, Tomotake M, Tanaka T, et al. Quality of life and cognitiv
dysfunction in people with schizophrenia. Prog Neuropsychopharma-
col Biol Psychiatry 2010;35:53-9.

p36. le misure coercitive nella pratica clinica degli spdc italiani: risultati dello studio europeo eUNoMia

D. Giacco, V. Del Vecchio, M. Luciano, H.G. Del Vecchio,

C. De Rosa, A. Fiorillo, M. Maj

Dipartimento di Psichiatria, Università di Napoli SUN

L’utilizzo delle misure coercitive (trattamento farmacologico forzato, contenzione, isolamento) nella pratica clinica è un tema molto dibattuto, sia da un punto di vista clinico che etico. Tuttavia, esistono solo pochi dati sul loro impiego negli SPDC italiani. Nel periodo 2002-2006, la Commissione Europea ha promosso lo studio multicentrico EUNOMIA sulla valutazione delle misure coercitive in psichiatria in 12 Paesi europei (Bulgaria, Germania, Grecia, Inghilterra, Israele, Italia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Svezia). Lo studio ha i seguenti obiettivi: 1) valutare la frequenza e le modalità con cui le misure coercitive vengono applicate nella pratica clinica; 2) individuare le caratteristiche cliniche e sociodemografiche dei pazienti che predicono l’utilizzo di misure coercitive; 3) indagare l’effetto delle misure coercitive sulle principali misure di esito a tre mesi. Sono stati reclutati 294 pazienti, con un’età media di 40 anni, prevalentemente di sesso maschile (66%), single (75%) e disoccupati (83%), ricoverati in 5 SPDC della Campania. Il 44% del campione (129) era ricoverato in regime di TSO. La diagnosi più frequente è di schizofrenia; il livello di disabilità, valutato con la GAF, è grave negli ambiti lavorativo, familiare e sociale. Quasi il 30% dei pazienti ha ricevuto una o più misure coercitive durante il ricovero: terapie farmacologiche forzate nel 22%, contenzione fisica nel 9%, isolamento nel 7%. I pazienti che hanno ricevuto le misure coercitive sono più frequentemente di sesso maschile, con un punteggio più elevato alla BPRS, con livelli più elevati di coercizione percepita e un peggiore funzionamento sociale. A 3 mesi dal ricovero, questi pazienti presentano livelli più elevati di sintomatologia positiva, non riconoscono la necessità dell’ospedalizzazione e hanno opinioni negative sull’appropriatezza dei trattamenti ricevuti. Il ricorso alle misure coercitive nel nostro paese è meno diffuso rispetto agli altri paesi europei e riservato, nella maggior parte dei casi, ai pazienti più “gravi”.

p37. lo studio “Clinical decision making and outcome in routine care of severe mental illness” (cedar): background, metodologia ed outcome previsti

D. Giacco1, A. Fiorillo1, C. De Rosa1, H.G. Del Vecchio1,

V. Del Vecchio1, M. Luciano1, P. Cozzolino1, A. Salzano1,

L. Del Gaudio1, K. Arnold2, P. Neumann2, H. Jordan3,

M. Slade3, P. Munk-Jorgensen4, W. Rossler5, A. Egerhazi6,

T. Becker2, M. Maj1, B. Puschner2

Dipartimento di Psichiatria, Università di Napoli SUN, Italy; Department for Psychiatry and Psychotherapy II, Ulm University, Germany; Section of Community Mental Health, Institute of Psychiatry, London, UK; Unit for Psychiatric Research, Aalborg Psychiatric Hospital, Aarhus University Hospital, Denmark; Department of General and Social Psychiatry, University of Zurich, Switzerland; Medical and Health Science Center, Department of Psychiatry, University of Debrecen, Hungary

Numerosi studi clinici hanno recentemente indagato l’effetto del clinical decision making (CDM) sull’esito delle principali patologie fisiche. Tuttavia, solo pochi studi hanno esplorato questo fenomeno nelle malattie a lungo termine, ed in particolare nei disturbi mentali gravi. La Commissione Europea, nell’ambito del VII Programma per lo sviluppo e la ricerca tecnologica, ha finanziato lo studio “Clinical decision making and outcome in routine care of severe mental illness” (CEDAR), in sei paesi europei (Germania, Danimarca, Italia, Regno Unito, Svizzera e Ungheria). L’obiettivo principale è quello di indagare il CDM nei pazienti con disturbi mentali gravi e di valutarne l’impatto su alcune misure di esito, quali funzionamento sociale, qualità di vita, relazione terapeutica e sintomatologia. Lo studio prevede due fasi. Nella prima verrà stabilita una metodologia accurata per valutare il CDM nelle persone con disturbi mentali gravi, mediante lo sviluppo di strumenti di valutazione appropriati, di cui verranno definite le proprietà psicometriche. Nella seconda fase dello studio, di natura prospettica, 564 pazienti verranno reclutati nei sei centri e valutati una volta ogni due mesi per 12 mesi mediante strumenti di valutazione standardizzati per indagare l’effetto del CDM sulle misure di esito considerate. I principali stili di CDM (paternalistico, condiviso ed informato) verranno valutati indipendentemente nel paziente e nel terapeuta. I risultati dello studio permetteranno di definire gli indicatori di qualità del CDM e di individuare specifiche aree che necessitano di ulteriori miglioramenti ed approfondimenti scientifici.

Verranno individuati, inoltre, gli elementi più significativi del CDM nelle persone con disturbi mentali gravi, e verranno formulate delle raccomandazioni di buona pratica clinica per i terapeuti sul CDM. Infine, i risultati dello studio serviranno per mettere a punto strategie pratiche per garantire una rapida applicabilità degli stili di CDM più appropriati.

p38. pazienti migranti: caratteristiche e modalità di utilizzo dei servizi di salute mentale

C. Giubbarelli, S. Ferrari, C. Reggianini, M. Rigatelli

Università di Modena e Reggio Emilia, Modena

introduzione: all’elevata prevalenza di disturbi mentali tra soggetti immigrati sembra corrispondere un sottoutilizzo dei servizi di salute mentale (SSM) e un frequente ricorso ai servizi in urgenza. Differenze culturali, barriere linguistiche e scarsa conoscenza del sistema sanitario potrebbero spiegare tale fenomeno. Materiali e metodi: sono stati valutati e intervistati, attraverso l’utilizzo di una scheda costruita ad hoc, i pazienti stranieri afferenti a 3 Centri di Salute Mentale (CSM), al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC), al Servizio Consulenze Psichiatriche (SCP) e al Pronto Soccorso (PS) di Modena durante un periodo indice di un mese. risultati: il campione di soggetti ricoverati in SPDC presenta caratteristiche opposte a quello dei CSM: il 71,43% sono giovani uomini disoccupati, l’85,71% vive solo, il 28,57% non ha il permesso di soggiorno (p = 0,01) e il 42,86% riporta traumi migratori. Il 50% è in Italia da meno di 5 anni e il 57,14% presenta difficoltà linguistiche con necessità di un mediatore culturale (p = 0,01). I migranti rispetto agli autoctoni hanno un tasso più elevato di accessi in PS e di TSO. conclusioni: tra i pazienti migranti l’adesione a percorsi di cura territoriali efficaci è talvolta difficoltosa e riguarda soprattutto soggetti con caratteristiche di buon adattamento e integrazione. Pazienti recentemente immigrati, esposti a molteplici fattori di rischio, sembrano accedere più facilmente ai servizi in urgenza con conseguente ospedalizzazione.

p39. Vulnerabilità, diagnosi di psicosi e interventi terapeutici tra pazienti migranti a Modena

C. Giubbarelli, C. Reggianini, S. Ferrari, M. Rigatelli

Università di Modena e Reggio Emilia, Modena

introduzione: il rischio di patologie dello spettro psicotico nei paesi occidentali sembra essere più elevato tra i migranti rispetto ai nativi. La maggior vulnerabilità sarebbe mediata da fattori biologici, psicologici, sociali mentre difficoltà culturali e diagnostiche renderebbero più tardivo un intervento terapeutico efficace, con DUP (duration of untreated psychosis) più lunga. Materiali e metodi: sono stati valutati tutti i pazienti migranti afferenti a 3 Centri di Salute Mentale (CSM) e al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) di Modena nell’arco di un periodo indice di un mese. I dati socio-anagrafici e clinici sono stati raccolti attraverso una scheda costruita ad hoc. risultati: 63 pazienti di origine straniera hanno avuto accesso ai Servizi. Il 46% di tutte le diagnosi è un disturbo psicotico (più

frequente la diagnosi di episodio psicotico breve: 19,15% nei CSM, 22% in SPDC). I disturbi psicotici prevalgono nelle popolazioni asiatiche, sudamericane e est-europee. Nei CSM è frequente l’utilizzo di Antipsicotici di seconda generazione (23,4% di tutte le terapie, p = 0,003) mentre in SPDC dominano terapie combinate (42,86%). La DUP è in media di 12 settimane in SPDC, 8 presso i CSM. conclusioni: confermeremmo una elevata incidenza di psicosi tra soggetti migranti, con tendenza a ricorrere ai servizi in urgenza e maggior difficoltà ad instaurare un rapporto terapeutico continuativo e territoriale o ad intervenire precocemente in fase di esordio.

p40. ruolo dell’insight nell’espressività psicopatologica in un gruppo di pazienti affetti da psicosi all’esordio

G. Grillo*, A. Mulè***, V. Alabastro*, A. Bruno*,

V. Di Giorgio*, L. Ferraro*, R. Grassìa*, C. La Cascia*,

M. La Placa*, V. Marcianò*, C. Mistretta*, M. Pomar*,

  • M.V.
  • Rumeo*, C. Sartorio*, L. Sideli* **, A. Trotta*,
  • B.
  • Wiffer**, M. Di Forti**, D. La Barbera*

*

Sezione di Psichiatria, Dipartimento di Biomedicina Sperimentale e Neuroscienze Cliniche, Università di Palermo (BioNec); **Institute of Psychiatry, King’s College, London; *** A.O.U.P. Paolo Giaccone, Palermo

introduzione: una buona capacità di insight pare costituire un fattore predittivo di minore espressività psicopatologica nei pazienti affetti da psicosi. In questo lavoro intendiamo analizzare le relazioni tra il grado di insight e la gravità dei sintomi psicotici utilizzando i punteggi totali e parziali ottenuti alla Positive and Negative Syndrome Scale (PANSS) in un gruppo di pazienti affetti da psicosi all’esordio nell’ambito del progetto SGAP “Sicilian Genetic and Psychosis” svolto in collaborazione con il GAP study dell’Institute of Psychiatry, King’s College of London. Materiali e metodi: il campione è costituito da 69 pazienti prevalentemente di sesso maschile (M = 68,9%), di età compresa tra 18 e 65 anni, affetti da psicosi al primo episodio, valutati con la PANSS. risultati:dalle analisi preliminari emerge un’associazione tra carenza di insight e gravità dei sintomi misurati alla sottoscala positiva della PANSS, agli item grandiosità, sospettosità, pensiero insolito e discontrollo degli impulsi (p < 0,05) e agli item deliri, disorganizzazione concettuale (p < 0,01). Inoltre esiste un’associazione tra maggiori capacità di insight e la presenza di sentimenti di colpa (p < 0,01). Verranno presentati i risultati relativi al campione costituito da soggetti reclutati al gennaio 2011. conclusioni:nel nostro campione maggiori capacità di insight si associano a minore gravità nell’espressione della sintomatologia positiva. Non è emersa alcuna correlazione tra i livelli di insight e sintomi negativi.

bibliografia

Mintz AR, Dobson KS, Romney DM, et al. Insight in schizophrenia: 
meta-analysis. Schizophr Rese 2003;61:75-88.
David SA. Insight and Psychosis. Br J Psychiatry 1990;156:798-808.

p41. indici di burn-out degli operatori socio-sanitari e soddisfazione dei pazienti con diagnosi di disturbo bipolare

D. Harnic*, A. Cardella*, M. Mazza*, V. Catalano*,

A. Bruschi*, F. Paparello*, C. Romano**, A. Callea***, L. Janiri*

Ambulatorio dei Disturbi Bipolari, Day-Hospital di Psichiatria, Università Cattolica del Sacro Cuore, Policlinico Gemelli, Roma; **Università Cattolica del Sacro Cuore, Policlinico A. Gemelli, Roma; *** LUMSA Libera Università Maria Santissima Assunta

obiettivo: scopo della ricerca è indagare gli indici di burn-out negli operatori socio-sanitari (psichiatri, psicologi, infermieri) che lavorano con pazienti affetti da disturbo bipolare e correlarli con la soddisfazione dei pazienti, rispetto alle cure ricevute. Materiali e metodi: un campione di 20 operatori della salute mentale (psichiatri, psicologi, infermieri) e uno di 22 pazienti con disturbo bipolare è stato arruolato presso l’ambulatorio dei disturbi bipolari del day-hospital di psichiatria del Policlinico Gemelli di Roma. Agli operatori è stato somministrato il Maslach Burnout Inventory (Esaurimento emotivo, Depersonalizzazione, Realizzazione personale) e ai pazienti il Questionario sulla Soddisfazione del paziente (QS). risultati: calcolando il Coefficiente di Correlazione di Spearman, solo la dimensione Depersonalizzazione risulta significativamente correlata con le tre sottoscale del QS: Qualità della relazione medico-paziente (-,51); Qualità delle informazioni e delle competenze terapeutiche del medico (-,48); Efficienza organizzativa del servizio (-,58). conclusioni: nel nostro campione alti livelli di Depersonalizzazione portano ad una minore soddisfazione del paziente quindi ci aspettiamo che bassi livelli di Depersonalizzazione siano correlati in modo positivo con la soddisfazione del paziente. Pur non potendo generalizzare i risultati finora ottenuti possiamo affermare che il burn-out inficia la soddisfazione del paziente.

p42. temperamento affettivo e attaccamento in età adulta nel disturbo bipolare

D. Harnic*, M. Mazza*, M. Innamorati**, V. Catalano*,

F. Paparello*, L. Janiri*, P. Bria*

Ambulatorio dei Disturbi Bipolari, Day-Hospital di Psichiatria, Università Cattolica del Sacro Cuore, Policlinico Gemelli, Roma; **Università Europea di Roma

obiettivi: l’obiettivo della nostra indagine è lo studio delle variabili temperamento e attaccamento in pazienti con diagnosi di disturbo bipolare (tipo I, tipo II e ciclotimia). Materiali e metodi: presso l’ambulatorio dei disturbi bipolari del Policlinico Gemelli è stato arruolato un campione di 50 pazienti (16 uomini; 34 donne). Contemporaneamente abbiamo reclutato un gruppo di controllo di 50 persone (21 uomini; 29 donne) estratto dalla popolazione generale, avente analoghe caratteristiche socio-demografiche. A tutti sono stati somministrati la TEMPS-A per valutare il temperamento affettivo e la ECR per l’assessment dell’attaccamento in età adulta. risultati: I gruppi mostrano differenze significative per quanto riguarda la frequenza dei diversi temperamenti (χ2(gdl = 5) = 13,60; p < 0,05) e le medie nella dimensione ECR Evitamento (tgdl = 93 = -3,44; p < 0,001). Il campione clinico ha punteggi

più elevati nella dimensione Distimia (10,1 ± 3,9 vs. 7,2 ± 3,1; 
tgdl = 93 = -3,97; p < 0,001), Ciclotimia (9,2 ± 4,6 vs. 6,09 ± 3,54; 
tgdl = 93 = -3,70; p < 0,001), e Ansia (11,7 ± 5,0 vs. 8,5 ± 5,2; 
tgdl = 93 = -3,09; p < 0,01). Per quanto riguarda la media alla 
dimensione evitamento all’ECR, il campione clinico ha in media 
un punteggio più elevato in questa scala (59,00 ± 20,05 vs
44,58 ± 21,66).
conclusioni: nel nostro campione si osserva una prevalenza dei 
temperamenti distimico, ciclotimico e ansioso e una prevalenza 
della componente evitamento, rispetto al gruppo di controllo.

p43. temperamento e disturbi di personalità nella depressione bipolare

D. Harnic*, M. Mazza*, M. Innamorati**, L. Janiri*, P. Bria*

Ambulatorio dei Disturbi Bipolari, Day-Hospital di Psichiatria, Università Cattolica del Sacro Cuore, Policlinico Gemelli, Roma; **Università Europea di Roma

obiettivo: l’obiettivo della nostra indagine è lo studio, in pazienti con diagnosi di depressione bipolare, della correlazione tra temperamento e disturbi di personalità. Materiali e metodi: presso l’Ambulatorio dei Disturbi Bipolari del Policlinico Gemelli, è stato arruolato un gruppo di 60 pazienti con un disturbo di Asse II. La diagnosi in asse I è stata definita mediante SCID-I. A tutti i pazienti è stato somministrato il TEMPS-A, per valutare il temperamento affettivo. risultati: Il temperamento prevalente alla TEMPS-A è principal-mente quello ipertimico (quasi il 27% dei pazienti). I pazienti con disturbo di personalità di cluster B hanno più spesso un temperamento prevalente di tipo ciclotimico (31,0% vs. 6,5%) oppure in misura minore un temperamento ipertimico (27,6% vs. 25,8%) rispetto ai pazienti con disturbi di personalità di altri cluster. I pazienti con un disturbo di cluster B in comorbidità hanno un rischio hanno un rischio circa 28 volte superiore di avere una diagnosi di BD-2 (p < 0,01), rispetto a quanti hanno in comorbidità un disturbo di personalità di cluster A o C. conclusioni: nei pazienti con disturbo bipolare in comorbilità con un disturbo di personalità si osserva una prevalenza maggiore del temperamento ipertimico mentre nei pazienti con un disturbo appartenente al cluster B si osserva una maggiore prevalenza del temperamento ciclotimico e una maggiore probabilità di comorbilità con il DBII.

p44. correlazione tra fase eutimica e sintomatologia sottosoglia in pazienti con diagnosi di disturbo bipolare

D. Harnic*, M. Mazza*, M. Innamorati*, G. Martinotti*,

M. Di Nicola*, V. Catalano*, A. Bruschi*, C. Battaglia*,

P. Bria*, L. Janiri*

Ambulatorio dei Disturbi Bipolari, Day-Hospital di Psichiatria, Università Cattolica del Sacro Cuore, Policlinico Gemelli, Roma; **Università Europea di Roma

obiettivi: l’obiettivo dello studio è valutare in pazienti con diagnosi di disturbo bipolare la correlazione tra fase di malattia (eutimicavs. non eutimica) e sintomatologia sottosoglia. Materiali e metodi: presso l’Ambulatorio dei Disturbi Bipolari del Policlinico Gemelli sono stati arruolati 40 pazienti con di

sturbo bipolare. La diagnosi in asse I è stata definita mediante SCID-I. A tutti i pazienti è stato somministrato come test di screening il General 5 spectrum measure (GSM-V), intervista autosomministrata life-time per le manifestazioni sottosoglia. Coloro che avevano un punteggio superiore a 30 hanno poi compilato le interviste: MOODS-SR (per lo spettro dell’umore), PAS-SR (per lo spettro panico-agorafobico), SHY-SR (per lo spettro social-fobico) e OBS-SR (per lo spettro ossessivocompulsivo). risultati:l’umore maniacale (Cohen D = -0,72) alla MOODS, e l’ipomanicalità (Cohen D = -0,71) alla GSM-V hanno ottenuto una grandezza dell’effetto di significatività moderata. I due gruppi di pazienti differiscono significativamente nella scala ipomaniacalità (t = -2,13; p < 0,05). Anche le dimensioni depressione e agorafobia hanno punteggi grezzi superiori in pazienti eutimici rispetto ai non eutimici.conclusioni: i pazienti eutimici mostrano un numero di sintomi sottosoglia non molto inferiori a quelli dei pazienti in fase di malattia attiva. La fase eutimica, quindi, va attentamente monitorata poiché i sintomi sottosoglia spesso si associano a ricadute

o misconoscimento del quadro clinico.

p45. temperamenti affettivi e dimensioni psicopatologiche di personalità nel disturbo bipolare tipo i, tipo ii e nella ciclotimia

D. Harnic*, M. Pompili**, M. Mazza*, M. Innamorati***,

M. Di Nicola*, V. Catalano*, A. Bruschi*, D. Del Bono**,

C. Pace**, P. Girardi**, P. Bria*, L. Janiri*

*

Ambulatorio Disturbi Bipolari, Day-Hospital di Psichiatria, Università Cattolica del Sacro Cuore, Policlinico Gemelli, Roma; **Dipartimento di Psichiatria, Ospedale Sant’Andrea, Università La Sapienza, Roma; *** Università Europea di Roma

obiettivi: l’obiettivo dello studio è valutare la correlazione tra temperamenti affettivi e dimensioni psicopatologiche in pazienti con diagnosi di disturbo bipolare, individuando eventuali differenze tra i tre sottotipi diagnostici. Materiali e metodi: presso l’Ambulatorio dei Disturbi Bipolari del Policlinico Gemelli, è stato arruolato un gruppo di 60 pazienti con diagnosi di disturbo bipolare (tipo I, tipo II e ciclotimia). La diagnosi in asse I è stata definita mediante SCID-I. A tutti i pazienti sono stati somministrati TEMPS-A, per valutare il temperamento affettivo e TCI-R, per valutare le dimensioni psicopatologiche di personalità. risultati: per il gruppo BD I la dimensione SD, della TCI, ha 3 correlazioni con le dimensioni della TEMPS-A: essa è inversamente correlata a ciclotimia (r = -0,57; p < 0,01), irritabilità (r = 0,60; p < 0,01), e ansia (r = -,45; p < 0,05). Per il gruppo DB II, la dimensione irritabilità della TEMPS-A è inversamente correlata a SD (r = -,65; p < 0,01), e direttamente correlata a HA (r = 0,48; p < 0,05), e ST (r = -0,49; p < 0,05) della TCI-R. Per il gruppo con diagnosi di ciclotimia risultano 9 correlazioni significative grado forte. Nel confronto tra gruppi diagnostici solo due differenze sono risultate significative: la dimensione Ipertimia e la dimensione Irritabilità. conclusioni:questo è il primo studio che riporta un’associazione di questo tipo tra temperamento e personalità del disturbo bipolare (di tipo I, II e ciclotimia) in pazienti in fase eutimica.

p46. il disturbo bipolare e la comorbidità con i disturbi di personalità

L. Lai*, S. Pirarba*, F. Pinna*, P. Milia*, E. Sarritzu*, S. Piras*,

S. Lai*, T. Lepori*, R. Maccioni*, M. Taberlet*, I. Scanu*,

C. Sardu**, B. Carpiniello*

*Clinica Psichiatrica, ** Dipartimento di Sanità Pubblica, Sezione di Igiene, Università di Cagliari

introduzione: la comorbidità tra differenti sindromi psichiatriche rappresenta attualmente una delle principali problematiche in termini di prevalenza, comprensione diagnostica, decorso, prognosi e terapia. Gli studi sulla comorbidità tra disturbi bipolari dell’umore e disturbi di personalità sono piuttosto recenti e spesso riportano risultati discordanti. L’obiettivo principale dello studio è stato di valutare le correlazioni tra il disturbo bipolare e i disturbi di personalità in generale e il disturbo borderline di personalità nello specifico, andando a misurare quanto tale comorbidità possa incidere su alcuni aspetti clinici del disturbo bipolare dell’umore, quali l’impulsività, l’aggressività e il rischio suicidario. Materiali e metodi: la ricerca è stata condotta su un campione di 57 pazienti affetti da disturbo dell’umore di tipo bipolare (I e II), afferenti alla Clinica Psichiatrica Universitaria di Cagliari. I pazienti sono stati valutati attraverso le scale CGI, per la valutazione globale della psicopatologia; GAF per la valutazione del funzionamento globale; le interviste SCID I- e SCID II, per la conferma della diagnosi di disturbo bipolare in atto e per la valutazione della comorbidità di Asse II, (sec. DSM IV). Le caratteristiche di personalità del campione sono state analizzate attraverso i test MILLON IIIAQ (Aggression Questionnaire) e BIS-11 (Barratt Impulsiveness Scale). risultati: nei soggetti con comorbidità di asse II sono stati riscontrati una maggiore gravità clinica, un peggiore funzionamento globale e un numero medio maggiore di tentativi di suicidio. I soggetti con comorbidità di Asse II hanno mostrato al Millon III punteggi superiori alle scale 2B depressiva, 6A antisociale, 6B sadica-aggressiva, 8A negativistica, S schizotipica, C borderline, N bipolare/mania, D distimia, B dipendenza da alcol, T dipendenza da droghe, SS disturbo del pensiero, PP disturbo delirante, 2A evitante, 3 dipendente, 8B masochistica, A ansia, CC depressione maggiore. Alle scale BIS 11 e AQ nei pazienti bipolari con una comorbidità di asse II sono stati osservati punteggi superiori indicativi rispettivamente di un maggiore livello di impulsività e aggressività. conclusioni: in accordo con i dati di letteratura, nei pazienti con diagnosi di disturbo bipolare, una condizione di comorbidità con disturbi di Asse II in generale e con un disturbo borderline di personalità in particolare si associa a una maggiore gravità clinica e a un peggiore funzionamento psicosociale. Una condizione di comorbidità con i suddetti disturbi si associa, inoltre, a più alti indici di impulsività e aggressività, nonché a una maggiore incidenza di agiti a scopo suicidario.

p47. interazione tra catecol-o-metiltrasferasi Val158Met, attività cerebrale durante visione di stimoli emotivi avversivi e rischio di schizofrenia

L. Lo Bianco* **, F Ferrante*, G Blasi*, P Taurisano*
A Di Giorgio*, B Gelao*, L Fazio*, G Ursini*, I Andriola*
R Romano*, T Quarto*, M Mancini*, A Porcelli*
A Papazacharias*, M Lozupone*, G Caforio*, B Nardi**
C Bellantuono**, M Nardini*, A Bertolino*

*

Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Università di Bari; ** Dipartimento di Neuroscienze, Università Politecnica delle Marche, Ancona

La trasmissione dopaminergica riveste un ruolo cruciale nella patofisiologia della schizofrenia. Diversi studi hanno mostrato un’interazione fra un polimorfismo funzionale presente sul gene COMT(Val158Met), attività cerebrale, e diagnosi di schizofrenia. Obiettivo dello studio è valutare l’interazione fra questo polimorfismo e il carico genetico di schizofrenia durante un compito di elaborazione emotiva, implicita ed esplicita. 25 pazienti, 23 fratelli non affetti e 24 soggetti sani, confrontabili per una serie di variabili sociodemografiche e neuropsicologiche, sono stati genotipizzati e sottoposti a fMRI durante elaborazione di stimoli emotivi a valenza negativa. L’ANOVA (p < 0,005) in SPM5 ha mostrato un effetto del carico genetico sull’attività dell’amigdala, maggiore nei soggetti sani rispetto al gruppo dei pazienti e dei fratelli; un effetto di interazione fra genotipo e diagnosi in corteccia prefrontale dove, solo nel contesto dell’allele val, i soggetti sani mostrano un’attività maggiore rispetto al gruppo di pazienti e fratelli; infine un effetto di interazione fra diagnosi e genotipo solo durante elaborazione emotiva esplicita nello striato: il gruppo di pazienti mostra un andamento dell’attività opposto rispetto al gruppo dei soggetti sani in presenza della stessa varante allelica, mentre i fratelli si pongono in una situazione intermedia. Tali risultati suggeriscono che il carico genetico interagisce con altri fattori legati al disturbo nel determinare tali pattern differenziali di attività cerebrale durante elaborazione emotiva.

p48. percorsi di cura e durata di psicosi non trattata nei pazienti con schizofrenia all’esordio

M. Luciano, V. Del Vecchio, D. Giacco, G. Sampogna,

C. De Rosa, A. Fiorillo, F. Catapano

Dipartimento di Psichiatria, Università di Napoli SUN

Diversi studi hanno evidenziato che i percorsi di cura e la durata di psicosi non trattata dei pazienti con schizofrenia hanno un impatto significativo sull’esito a lungo termine del disturbo, in termini sia di sintomatologia clinica che di disabilità sociale. In questo studio abbiamo indagato i percorsi di cura e la durata di psicosi non trattata (DUP) in un campione di pazienti con esordio recente di schizofrenia, mediante una scheda “ad-hoc”, sviluppata in collaborazione con il gruppo “Initiative to reduce the impact of schizophrenia (IRIS)” dell’Università di Birmingham, e somministrata ai pazienti, ai familiari-chiave e agli psichiatri di riferimento. Il campione è costituito da 29 pazienti, prevalentemente di sesso maschile. L’esordio della schizofrenia è avvenuto a 22,3 (± 5,4) anni ed è stato caratterizzato, in oltre la metà del campione, da sintomi negativi, ritiro sociale e comportamenti disorganizzati; il 28% dei pazienti ha tentato il suicidio e il 26% è stato ricoverato in ospedale (di cui il 20% in regime di TSO). La DUP è risultata di 41,6 (± 60,4). I pazienti hanno inizialmente contattato lo psichiatra (35% dei casi), il medico di base (31% dei casi), il neurologo (21% dei casi) o lo psicologo (13% dei casi). Dopo il primo contatto sanitario, il 24% dei pazienti è stato trattato con antipsicotici in monoterapia, il 7% ha ricevuto un trattamento con ansiolitici e il 3% con antidepressivi. Al 48% del campione è stata prescritta una politerapia con antipsicotici e altri farmaci psicotropi. Il 35% dei pazienti reclutati ha ricevuto un ciclo di psicoterapia, che è stato l’unico trattamento somministrato per il 18% dei pazienti. Questi risultati sottolineano l’importanza di ridurre la DUP e di favorire un invio più precoce dei pazienti con schizofrenia ai servizi di salute mentale. Potrebbe essere utile condurre campagne informative sui principali aspetti dei disturbi mentali, rivolte alle persone “a rischio” e ai loro familiari, e fornire un’adeguata formazione ai medici di medicina generale.

p49. Un modello di intervento psicoeducativo familiare breve per pazienti con disturbi mentali gravi ricoverati in spdc: risultati preliminari

M. Luciano, D.M. Fabrazzo, V. Del Vecchio, D. Giacco,

C. Malangone, C. De Rosa, A. Fiorillo

Dipartimento di Psichiatria, Università di Napoli SUN

Il ricorso ai ricoveri ospedalieri dei pazienti con disturbi mentali gravi è maggiore quando il clima familiare è teso, quando i livelli di carico familiare sono particolarmente elevati e quando i familiari riferiscono un alto grado di emozioni espresse. Inoltre, molto spesso al miglioramento sintomatologico del paziente durante la degenza ospedaliera fa seguito un’immediata ricomparsa dei sintomi quando il paziente rientra a casa, rendendo necessari ricoveri frequenti o piuttosto lunghi. L’intervento proposto si pone l’obiettivo di favorire il reinserimento del paziente all’interno della famiglia, fornendo a tutti i familiari le conoscenze pratiche su cosa fare, a chi rivolgersi, come fronteggiare i momenti di crisi e come migliorare le abilità di comunicazione e di problem-solving del nucleo familiare. L’intervento prevede 5 incontri: 1) aggancio del nucleo familia-re e valutazione delle abilità presenti; 2) valutazione individuale e definizione degli obiettivi personali; 3) rinforzo delle abilità di comunicazione carenti; 4) sviluppo di strategie di problem-solving; 5) gestione dei segni iniziali di crisi e/o di situazioni potenzialmente problematiche. L’intervento è stato somministrato ai pazienti con disturbo mentale grave ricoverati presso il Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Napoli SUN nel periodo compreso tra marzo e dicembre 2010, di età compresa tra 18 e 65 anni, con almeno un familiare convivente di età compresa tra 18 e 70 anni. Ciascun nucleo familiare è stato valutato 3 volte (prima dell’inizio dell’intervento, alla fine dell’intervento e un mese dopo con strumenti di misura validati). Eventuali ricadute sono state registrate per tutta la durata della presa in carico. Al momento sono stati reclutati 10 nuclei familiari, di cui uno ha rifiutato di portare a termine l’intervento. Nessun paziente è stato ricoverato in SPDC dopo la dimissione dall’episodio indice. I familiari hanno riferito un sostanziale miglioramento del clima familiare e della partecipazione del paziente alle attività comuni.

I risultati preliminari evidenziano che questo intervento, facilmente realizzabile rispetto ad altri interventi più strutturati, può essere molto utile nella gestione delle dimissioni dei pazienti con disturbi mentali gravi, favorendone il reinserimento nella vita familiare.

p50. Mare terapia: alla ricerca dei delfini nel mare di sardegna. risultati preliminari

F. Maggiani, L. Pilutzu, F. Santucci, F. Cadoni, A. Secci,

A. Pisano, M.G. Carta

Dipartimento di Sanità Pubblica e corso di laurea in Tecnica della Riabilitazione Psichiatrica, Università di Cagliari

introduzione: l’interazione con i mammiferi marini è stata utilizzata nella riabilitazione in piscina. È poco esplorato il potenziale utilizzo in natura, anche se l’ambiente marino può costituire un contesto stimolante. Lo scopo dello studio è verificare l’efficacia di un percorso riabilitativo per pazienti inseriti in un progetto sullo studio dei branchi di delfini del sud Sardegna. Gli utenti conoscono il mondo marino, contribuiscono alla conduzione dell’imbarcazione, al monitoraggio degli idrofoni e all’avvistamento. L’ipotesi è che le attività possano stimolare l’autostima e il senso di aggregazione. Materiali e metodi: il campione è composto da 40 individui sofferenti di psicosi cronica. Modello. Studio randomizzato con disegno “cross over”: i pazienti di 1 dei 2 gruppi partecipano all’intervento per 6 mesi; dopo ulteriori 6 mesi di follow-up senza alcun intervento in mare, sarà sottoposto al trattamento sperimentale il II gruppo (in lista d’attesa). Strumenti di valutazione: GAF, CGI, WHQOL-brief, HONOS. risultati: dopo 4 mesi di trattamento emerge un miglioramento del gruppo sperimentale rispetto a quello in lista d’attesa nel punteggio totale CGI e GAF e in alcuni items della Honos e della Scala WHQOL. Il miglioramento è anche evidente nel confronto fra punteggi all’inizio delle attività e a 4 mesi. conclusioni: i primi risultati sembrano suggerire un possibile utilizzo del modello in percorsi riabilitativi. I risultati dovranno es-sere confermati dal confronto cross-over e da ulteriori ricerche.

p51. la durata di malattia non trattata nel disturbo bipolare è correlata al Subjective Well-Being? Uno studio prospettico preliminare

  • P.M.
  • Marinaccio, E.P. Nocito, M. Ciabatti, E. Dipasquale,
  • C.
  • Bressi, A.C. Altamura

Clinica Psichiatrica, Università di Milano, Dipartimento di Salute Mentale, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano

introduzione: recenti studi suggeriscono che la percezione soggettiva di benessere possa essere considerata come indicatore di esito nella schizofrenia; il medesimo ruolo potrebbe avere anche nel disturbo bipolare (DB). Questo studio preliminare si propone di valutare quali fattori possano predire un miglioramento del benessere soggettivo nel paziente con DB. Materiali e metodi: sono stati reclutati consecutivamente 30 pazienti con diagnosi di DB (DSM IV-TR) presso il Dipartimento di Salute Mentale, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggio-

re Policlinico, Milano. Tutti i pazienti hanno compilato un questionario standardizzato e la Subjective Wellbeing under Neuroleptics a 20-items (SWN) al ricovero (T0), alla dimissione (T1) e successivamente ogni sei settimane fino alla diciottesima (T2, T3, T4).risultati: l’analisi statistica (Pearson’s Correlation) ha evidenziato una associazione significativa tra l’età di esordio e la percezione soggettiva del funzionamento fisico al T3 (r = 0,778, p = 0,003). Inoltre la Durata di Malattia non Trattata (DUI) correla con la percezione dell’autocontrollo alla dimissione (r = -0,410, p = 0,027) e al funzionamento fisico al T3 (r = -0,589, p = 0,044). La regressione lineare ha confermato questi dati, suggerendo che la DUI sia un fattore predittivo della percezioni soggettive di benessere. conclusioni: i nostri risultati suggeriscono il ruolo protettivo di una maggiore età d’esordio e che un intervento precoce possa avere un ruolo fondamentale nel lungo periodo sulla percezione soggettiva di benessere del paziente affetto da DB.

bibliografia

Naber D, Vita A. Tools for measuring clinical effectiveness. Eur Neuropsychopharm 2004;14(Suppl):S435-44.

Pollice R, Tomassini A, Malavolta M, et al. Subjective and psychopathological response in patients under different antipsychotic treatments: are there differences in real clinical practice? J Biol Regul Homeost Agents 2008,22:83-91.

p52. efficacia e tollerabilità di dosi flessibili di paliperidone compresse a rilascio prolungato in soggetti schizofrenici sintomatici con una durata di malattia < 10 anni

M. Mauri1, G. Corrivetti2, V. Del Curatolo3, F. Iovine4,

M.G. Giustra5, e gli Sperimentatori dei centri partecipanti allo studio clinico PERSpect10

Centro Coordinatore Dipartimento di Psichiatria, U.O. Psichiatria, I Azienda Ospedaliera Pisana, Pisa; Centro Salute Mentale, Distretto D, Pontecagnano Faiano (SA); 3Centro Salute Mentale, Barletta (BA); Centro Salute Mentale, Andria (BA); Medical Affairs, Janssen-Cilag SpA, Cologno Monzese (MI)

introduzione: paliperidone ER utilizza una tecnologia innovativa a rilascio osmotico, per ottenere minime fluttuazioni picco/ valle nelle 24 ore, con un’unica dose giornaliera 1Materiali e metodi: studio multicentrico, in aperto, di 13 settimane in soggetti schizofrenici sintomatici, non acuti, con durata di malattia < 10 anni, trattati con dosi flessibili di paliperidone ER e seguiti in 28 strutture territoriali italiane. risultati: sono stati analizzati 132 pazienti (età media 35,3 ± 6,8 anni) e 88,7% ha completato lo studio. Il punteggio medio totale PANSS si è ridotto significativamente di 24,4 ± 21,7 (p < 0,0001) all’endpoint con un’analoga significatività anche nelle sottoscale (p < 0,0001). La percentuale di soggetti valutata con la CGI-S come normale/borderline/lievemente ammalata è aumentata dal 15,9% al 62,5% all’endpoint. Un miglioramento significativo si è verificato anche nei punteggi PSP, DAI30, scala di qualità del sonno e della sonnolenza diurna (p < 0,001). L’aumento medio di peso corporeo è stato minimo di 0,7 kg (p = 0,05) e la variazione BMI non è stata significativa. Il trattamento con paliperidone ER si è dimostrato ben tollerato: il 16% dei soggetti ha avuto almeno 1 evento avverso principalmente di grado lieve/moderato (46,7%).conclusioni: questo studio supporta i dati recenti di studi controllati in cui paliperidone ER mostra una significativa risposta clinica associata ad un buon profilo di tollerabilità e sicurezza in soggetti schizofrenici con diagnosi recente.

bibliografia

Conley R, Gupta SK, Sathyan G. Clinical spectrum of the osmotic-controlled release oral delivery system (OROS*), an advanced oral delivery system. Curr Med Res Opin 2006;22:1879-92.

p53. l’ossido nitrico in pazienti schizofrenici in trattamento farmacologico

G. Minutolo, D. Cannavò, E. Arcidiacono, M. Cottone,

E. Battaglia

A.O.U. Policlinico “G. Rodolico”, Vittorio Emanuele II, Catania;

U.O.P.I. di Psichiatria

introduzione: l’ipotesi che l’ossido nitrico (NO) possa esercitare un ruolo eziopatogenetico nei disturbi psichiatrici è stata supportata da diverse evidenze scientifiche presenti in letteratura, eppure ad oggi non sono state ancora ben chiarite le modalità secondo cui attribuire valore diagnostico/terapeutico al riscontro di tali alterazioni. Materiali e metodi: lo studio osservazionale naturalistico ha coinvolto 25 pazienti affetti da schizofrenia e 25 controlli sani, di entrambi i sessi. Sono state somministrate la Structured Clinical Interview for DSM (SCID–II) per la valutazione della personalità e la PANSS (Positive And Negative Syndrome Scale) per la valutazione delle dimensioni positiva, negativa e generale della schizofrenia. Dal prelievo ematico è stato effettuato il dosaggio dei nitriti e dei nitrati. I pazienti erano tutti in trattamento farmacologico al momento del prelievo: 9 pazienti con olanzapina (OLA) (5-15 mg/die); 8 pazienti con aloperidolo (ALO) (3-10 mg/die); 8 pazienti con risperidone (RSP) (2-6 mg/die).risultati: i valori dei nitrati nei pazienti schizofrenici risultavano 30,92 ± 6,05 µM, mentre nei controlli sani si registrava 26,78 ± 6,31 µM (p = 0,025). Nel confronto intra-gruppi tra pz in trattamento: 38,9 ± 2,77 µM (ALO); 31 ± 1,08 µM (RSP); 25,04 ± 6,05 µM (OLA), con una differenza altamente significativa (p < 0,001). I punteggi della PANSS erano direttamente correlati alle alterazioni dell’NO: ALO vs. RSP: p = 0,006; ALO vs. OLA: p < 0,001; RSP vs. OLA: p < 0,001. conclusioni: l’ipotesi che i livelli dell’NO fossero correlati alla presenza di schizofrenia è stata confermata dalla nostra ricerca che nel confronto tra pazienti e controlli sani ha messo in evidenza una differenza statisticamente significativa (p = 0,025) dei livelli circolanti dei nitrati. Alcuni trattamenti farmacologici sembrano normalizzare tali alterazioni, con una maggiore evidenza per gli antipsicotici di seconda generazione.

p54. Screening per il disturbo bipolare ed uso dei farmaci antidepressivi nella depressione bipolare in italia

  • M.F.
  • Moro1, M. Balstrieri3, F. Caraci2, M. Casacchia4,
  • L.
  • Dell’Osso5, G. Di Sciascio6, F. Drago2, C. Faravelli7,

M.E. Lecca1, M. Nardini6, M.C. Hardoy1, M.G. Carta1

University of Cagliari; University of Catania; University of Udine; University of L’Aquila, University of Pisa; University of Bari; University of Florence

background: the prevalence of bipolar disorder (BD) in the community is in debate and the prescription of antidepressant drugs (ADs) in bipolar depression could be underestimated. Aims: to evaluate both the prevalence of BD and the appropriateness of AD’ prescriptions. Methods: study design: community survey. Study population: sample randomly drawn from municipal records of adult population. Sample size: 4999 subjects from 6 Italian regions. Tools: questionnaire on psychotropic drugs consumption, Structured Clinical Interview for DSM-IV modified (ANTAS), Mood Disorder Questionnaire (MDQ). results: 3398 subjects were interviewed (68% of recruited sample). Positivity at MDQ was higher in males (3.4% vs. 2.8%) but the difference was not statistically significant (OR = 1.2, p = 0.37). The association between MDQ+ and Depressive Episode (DE) was statistically significant for males (OR = 14.9, p < 0.0001) and females (OR = 8.3, p < 0.001); 30% subjects with MDQ+ and DE lifetime diagnosis were taking ADs. conclusions: the positivity prevalence at the MDQ+ was similar to community surveys in other settings. The use of ADs in people with MDQ+ and DE diagnosis needs to be taken into account.

references

Carta MG, et al. The use of antidepressant drugs in Italy. Clin Pract

Epidemiol Ment Health 2010;6:94.
Hardoy MC, Cadeddu M, Murru A, et al. Validation of the Italian ver-
sion of the Mood Disorder Questionnaire. Clin Pract Epidemiol Ment 
Health 2005;1:8.

Supported by Agenzia Italiana del Farmaco (National Drug Agency).

p55. Insight come indicatore di esito clinico nel disturbo bipolare: studio longitudinale preliminare

  • E.P.
  • Nocito, P.M. Marinaccio, M. Ciabatti, R. Fontana,
  • C.
  • Bressi, A.C. Altamura

Dipartimento di Salute Mentale, Università di Milano, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano

introduzione: l’Insight è considerato un indicatore di esito nella Schizofrenia;il medesimo ruolo potrebbe essergli attribuito nel disturbo bipolare (DB). Questo studio preliminare si propone di valutare le modificazioni psicopatologiche in relazione all’insight e quest’ultimo come indicatore di esito clinico. Materiali e metodi: sono stati reclutati consecutivamente 30 pazienti con diagnosi di DB (DSM IV-TR) presso il Dipartimento di Salute Mentale, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. Tutti i pazienti hanno compilato un questionario standardizzato e la Scale to assess Unawareness of Mental Disorder (SUMD), Brief Psychiatric Rating Scale (BPRS) al T0, alla dimissione (T1) e successivamente ogni 6 e 12 settimane (T2, T3). risultati:l’analisi statistica (Pearson’s Correlation) mostra al T0 correlazioni significative tra i punteggi BPRS e consapevolezza di avere un disturbo mentale (SUMD1 p < 0,05), consapevolezza dei benefici ottenuti con i trattamenti (SUMD2 p < 0,05) e consapevolezza delle conseguenze sociali del disturbo mentale (SUMD3 p < 0,05); al T2 i punteggi BPRS correlano con la SUMD1 e SUMD3 (p < 0,05). È stata effettuata anche una regressione lineare che conferma la SUMD3 come predittore significativo di esito clinico.conclusioni: i nostri risultati suggeriscono che potrebbero esistere aspetti dell’insight direttamente correlati allo stato psicopatologico del paziente e che possa evidenziare fattori prognostici di esito clinico.

bibliografia

Pini S, Cassano GB, Dell’Osso L, et al. Insight into illness in schizophrenia, schizoaffective disorder, and mood disorders with psychotic features. Am J Psychiatry 2001;158:122-5.

Amador XF, Strauss DH. The Scale to Assess Unawareness of Mental Disorder (SUMD). New York: New York State Psychiatric Institute, Columbia University 1990.

p56. la terapia di mantenimento nella psicosi schizofrenica: trattamento con risperidone a rilascio prolungato ed ospedalizzazione

D. Nucifora

Centro di Salute Mentale del Modulo Dipartimentale di Salute Mentale di Taormina, Azienda Sanitaria Provinciale di Messina

La psicosi schizofrenica, con una prevalenza lifetime di circa l’1,0% nella popolazione adulta, interessa una fascia consistente di popolazione ed è un disturbo, a tutt’oggi, destruente che implica gravi ripercussioni sulla qualità della vita del soggetto che ne è affetto e in quella della rete sociale nell’ambito della quale vive. Per la compromissione del funzionamento sociale complessivo e gli alti costi sanitari che comporta merita particolare attenzione. Lo studio condotto su 39 soggetti, in trattamento presso il Modulo Dipartimentale di Salute Mentale di Taormina, prende in esame il ricorso al ricovero nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) nel caso di ricadute in soggetti in trattamento con farmaci antipsicotici. Viene valutato il ricorso al ricovero nei 24 mesi antecedenti e nei 24 mesi successivi al trattamento con risperidone a rilascio prolungato ed esaminati i costi stimati come ricavabili dalla letteratura e quelli diretti relativi alla somministrazione del farmaco sulla base del prezzo imposto. L’analisi dei dati emersi permette di evidenziare un marcato calo del numero dei ricoveri nei 24 mesi successivi all’inizio trattamento con sensibile riduzione dei costi per l’ospedalizzazione. I dati emersi sembrano essere in linea con quanto rilevato nell’ambito dalla letteratura a livello internazionale.

p57. il trattamento depot in ambito territoriale: caratteristiche cliniche, socio-demografiche e di genere

G. Nuvoli, D. Lombardi

S.C. Salute Mentale 12, Genova

introduzione: riportiamo i dati di uno studio compiuto su 108 pazienti in trattamento con antipsicotici depot, nel mese di novembre 2009 nel CSM distretto 12 dell’ASL 3 genovese. Il nostro campione rappresenta il 4,3% di tutti i pazienti in ca-

rico al CSM (2498 utenti) e il 47% di tutti i pazienti del CSM in terapia con depot (231 utenti). Lo scopo è stato quello di fornire un quadro più chiaro e completo dal punto di vista sociale e clinico dei pazienti in osservazione al fine di promuovere riflessioni, approfondimenti e scelte operative adeguate. Materiali e metodi: sono stati osservati 108 pazienti in carico al CSM (58 M e 50 F) ai quali nel mese di novembre 2009 è stata somministrata almeno una dose di terapia antipsicotica depot. L’indagine si è poi concentrata sulla raccolta di alcuni dati socio-demografici (età, sesso, stato civile, condizione abitativa, condizione lavorativa, livello di istruzione) e clinici (anno di presa in carico da parte del CSM, tipo di depot, durata del trattamento depot, terapia farmacologica o psicoterapia associata, dimensione psicopatologica, diagnosi, fase di malattia, patologie organiche associate, ricoveri in SPDC nel 2009, numero di contatti non farmacologici con il CSM, numero di pazienti seguiti da CD o altre strutture) al fine di inquadrare questi pazienti in ogni aspetto sociale, economico, lavorativo, clinico, patologico che li caratterizza e di promuovere nel CSM una efficace messa a punto degli strumenti terapeutici e dei programmi di intervento. risultati: tra i dati più significativi che emergono da questo studio sicuramente ci sono quelli riguardanti l’età dei pazienti del nostro campione. La fascia d’età maggiormente rappresentata è quella dei 40-69 anni (66% dei pazienti). Risulta però più interessante la diversa distribuzione dell’età in base alle differenze di genere: appare evidente dai nostri dati che c’è una maggiore presenza di maschi in giovane età in linea con l’esordio precoce nei soggetti maschili delle patologie psicotiche e di femmine in età avanzata dovuta più probabilmente ad un decadimento fisiologico legato all’invecchiamento. Con l’analisi dello stato civile e della condizione abitativa abbiamo osservato la netta prevalenza di pazienti celibi/nubili che sono il 69% rispetto al totale dei pazienti in studio; tuttavia bisogna sottolineare che le donne rispetto al campione maschile hanno una maggiore facilità a lasciare la famiglia di origine per crearsene una propria: infatti mentre gli uomini che vivono ancora con i genitori sono il 23%, per le donne la percentuale scende al 12%. Tra i dati clinici, uno degno di particolare attenzione è quello riguardante il tipo di depot utilizzato. In generale c’è un prevalente utilizzo di haldol che interessa il 49% dei pazienti osservati. Analizzando la diversa distribuzione nell’uso di questi farmaci in base al genere, osserviamo che gli uomini utilizzano di più neurolettici come l’haldol o il moditen (69% degli uomini) molto probabilmente perché i loro disturbi sono soprattutto legati ad un controllo comportamentale, nelle donne aumenta l’utilizzo di antipsicotici atipici (risperdal) (36% delle donne) riconducibile alla presenza di patologie più complesse, ma anche perché risentono maggiormente degli effetti collaterali extrapiramidali. Infine appare interessante il dato sui ricoveri in SPDC nel 2009 che riguarda 10 pazienti e quindi il 9,2% del nostro campione. conclusioni: i dati emersi da questo studio ci permettono di valutare le caratteristiche cliniche, socio-demografiche e di genere, delineando un quadro completo dei pazienti del CSM in terapia con depot. Ci proponiamo, anche grazie all’aiuto di questi dati, di promuovere programmi di intervento, percorsi terapeutici e pianificare attività cliniche, nel tentativo di avviare nel CSM una nuova cultura basata sull’efficacia e la qualità dei trattamenti.

p58. intervento di problem solving in soggetti all’esordio psicotico: confronto degli esiti in pazienti afferenti al servizio s.M.i.l.e. prima e dopo l’evento sismico del 6 aprile 2009

R. Ortenzi*, L. Verni, V. Bianchini, D. Ussorio*, R. Pollice*,

R. Roncone*

Scuola di Specializzazione in Psichiatria; Dipartimento di Scienze della Salute, Università dell’Aquila

introduzione: scopo del nostro studio è stato quello di analizzare gli esiti di un intervento di Problem Solving sulle variabili cliniche e neuropsicologiche, e sugli stili funzionali di coping in soggetti al First Episode, afferenti al servizio S.M.I.L.E, suddivisi in base all’esposizione all’evento sismico: NE (in carico prima del 6 aprile 2009) e ES (in trattamento dopo il sisma). Materiali e metodi: da maggio 2008 ad aprile 2010 sono stati valutati 48 soggetti (31 maschi e 17 femmine) ai quali abbiamo somministrato, prima e dopo l’intervento, i seguenti strumenti di valutazione clinica: Positive and negative syndrome scale for Schizophrenia (PANSS), Clinical Global Impression (CGI), e Jalowiec Coping Scale (JCS) ed una batteria di valutazione neuropsicologica.risultati: il confronto nelle tre dimensioni indagate dalla PANSS (sintomi positivi, negativi, generali), ha evidenziato nel campione ES, risultati maggiori nei punteggi medi della sintomatologia positiva e negli items G2, G6, G11 relativi alla sintomatologia generale, ed un punteggio medio alla PANSS ed alla CGI tendente ad un progressivo peggioramento. Abbiamo rilevato correlazioni statisticamente significative tra sintomatologia negativa e prestazioni deficitarie nelle funzioni esecutive, in entrambe le popolazioni. Nel gruppo ES, le sottodimensioni N2 ed N5 della PANSS correlano statisticamente con gli errori perseverativi alla WCST, e con i valori deficitari alla Memoria Verbale Rievocata. Il gruppo NE presenta, dopo l’intervento, un uso più limitato di stili disfunzionali, a differenza del gruppo ES dove il ricorso a strategie, soprattutto nelle modalità “Evasivo” e “Fatalista”, resta comunque invariato. conclusioni: i risultati del nostro studio evidenziano una maggior gravità del disturbo, nei soggetti al First Episode, quando esposti ad un evento traumatico quale il sisma del 6 aprile 2009. Rispetto alle funzioni esecutive sembrano non esserci peggioramenti, anche se si nota una significativa compromissione della memoria rievocata negli esordi esposti al sisma. In questi ultimi gli stili di coping restano disfunzionali, a riprova di come l’evento traumatico non sia in grado di stimolare capacità adattative di tipo costruttivo sin dall’esordio del disturbo psicotico.

bibliografia

Bechdolf A, Thompson A, Nelson B, et al. Experience of trauma and conversion to psychosis in an ultra high risk (prodromal) group. Acta Psychiatr Scand 2010;121:377-84.

Pollice R, Bianchini V, Di Mauro S, et al. Cognitive functioning and clinical responses among first episode and chronic schizophrenia patients before and after natural disaster.

p59. atteggiamento verso il trattamento antipsicotico e schizofrenia: variabili cliniche e socio-demografiche correlate

M.F. Pantusa*, S. Paparo**, A. Salerno**

Psichiatra, responsabile, ** Psichiatra, Centro di Salute Mentale, Rogliano (CS)

introduzione: la non compliance è uno dei principali problemi nel trattamento dei pazienti affetti da schizofrenia ed è anche il più importante fattore di rischio di ricaduta e di riospedalizzazione. Il presente studio ha avuto lo scopo di valutare nei pazienti con disturbi dello spettro schizofrenico l’atteggiamento nei confronti del trattamento farmacologico e correlarlo alle caratteristiche socio-demografiche e cliniche. Materiali e metodi: lo studio è stato condotto su 76 pazienti (M = 39, età media 46,7 ± 12,05 anni, r 24-77) ambulatoriali, affetti da schizofrenia e sindromi correlate secondo i criteri del DSM-IV TR, in trattamento antipsicotico da almeno 12 mesi presso il CSM di Rogliano (CS). Sono stati raccolti i dati sociodemografici e clinici e tutti i soggetti sono stati valutati con: Brief Psychiatric Rating Scale (BPRS), DAI-10 short version (Drug Attitude Inventory), Global Assessment of Functioning (GAF).risultati: il 73,7% (n = 56) del campione riceve la diagnosi di schizofrenia e il 26,3% di disturbo schizoaffettivo. La durata media di malattia è di 20,6 ± 12,5. Il 64,5% (n = 49) assume un antipsicotico di seconda generazione (SGA), il 19,7% (n = 15) un antipsicotico di prima generazione (FGA), il 15,8% (n = 12) è in trattamento combinato. Il punteggio medio ottenuto al DAI è di 6,9 ± 2,4. Il 64,5% riporta un punteggio > 6. L’attitudine verso il trattamento non varia in rapporto all’età, sesso, scolarità, durata di malattia e durata dell’ultimo trattamento farmacologico. Così come riportato da altri Autori, non abbiamo trovato differenze in rapporto al tipo di farmaco assunto (SGA vs. FGA). Fattori associati ad atteggiamenti più positivi nei confronti del trattamento farmacologico sono un migliore funzionamento globale e una minore psicopatologia. conclusioni: i risultati preliminari dello studio indicano che oltre la metà del campione ha un atteggiamento positivo nei confronti del trattamento e che sono soprattutto alcune variabili cliniche ad influire su di esso.

p60. associazione del polimorfismo rs6314 nel gene del recettore per la serotonina 5-Ht2a e fenotipi correlati alla schizofrenia

A. Papazacharias1, G. Blasi1, P. Taurisano1, B. Gelao1, L. Fazio1,

G. Ursini1, L. Sinibaldi2, I. Andriola1, R. Masellis1, R. Romano1,

A. Di Giorgio1 7, L. Lo Bianco1 3, G. Caforio1, F. Piva4,

T. Popolizio5, C. Bellantuono3, O. Todarello6, A. Bertolino1 5

1Gruppo di Neuroscienze Psichiatriche, Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Università di Bari; Laboratorio Mendel, IRCCS “Casa Sollievo della Sofferenza”, San Giovanni Rotondo; Dipartimento di Neuroscienze, Dipartimento di Biochimica, Biologia e Genetica, Università Politecnico delle Marche, Ancona; Dipartimento di Neuroradiologia, IRCCSS “Casa Sollievo della Sofferenza”, San Giovanni Rotondo; 6Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Università “Aldo Moro”, Bari; Servizio di Consulenza Psichiatrica, IRCCS “Casa Sollievo della Sofferenza”, San Giovanni Rotondo

Studi precedenti hanno suggerito che la serotonina modula l’attività neuronale nella corteccia prefrontale (PFC) durante processi cognitivi. Inoltre, il recettore 5-HT2A per la serotonina è uno dei target principali degli antipsicotici. Lo SNP rs6314 nel gene per tale recettore è stato associato a variazioni del signaling serotoninergico, della fisiologia neuronale e delle performance cognitive. Scopo di questo studio è la valutazione della possibile associazione di tale polimorfismo a fenotipi correlati alla schizofrenia. Un totale di 310 soggetti sani e 62 pazienti affetti da schizofrenia sono stati genotipizzati per lo SNP rs6314. I soggetti sani sono stati sottoposti a fMRI durante l’esecuzione di un compito parametrico di controllo attentivo (VAC) ed un compito di working memory (N-back). Inoltre, hanno eseguito 2 test neurocognitivi (N-back, Trail Making) correlati alla fisiologia della PFC. Infine, nei pazienti è stata valutata la risposta clinica dopo 8 settimane di terapia antipsicotica con olanzapina. L’allele timina del polimorfismo rs6314 è stato associato ad una inefficiente attività della PFC, ad una ridotta performance comportamentale durante N-back e Trail Making e a peggior risposta a olanzapina in termini di sintomi negativi nei pazienti. Questi risultati suggeriscono che il polimorfismo rs6314 del recettore 5-HT2A per la serotonina modula fenotipi neurofisiologici e comportamentali rilevanti per la schizofrenia e conferisce variabilità individuale alla risposta al trattamento con olanzapina nei pazienti con questo disturbo.

 

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