CLINICO CONTEMPORANEO
Attualità clinico teoriche, tra psicoanalisi e psichiatria
di Maurizio Montanari

Siccome immobile.

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23 giugno, 2014 - 16:00
di Maurizio Montanari

Perché tutti mi odiano? Perché tutti ce l’hanno con me? Quante volte il paziente bussa alla nostra porta con incipit di questo tono... Si potrebbero scrivere interi tomi sull’accoglienza che tali parole devono avere in uno studio analitico. Un luogo lontano dall’ortopedia compassionevole, consolatoria e accondiscendente, ove la lama dell’analista deve saper fendere queste parole incollate con certezza e pervicacia sino ad incrinarle, a scheggiarle,  portando pian piano ad un ribaltamento della scena che il soggetto vorrebbe poter allestire indisturbato davanti agli occhi dello spettatore. Si entra perseguitati e ci si scopre colpevoli, primedonne e si esce bambine. Ma si va , si bussa, e ci si accomoda. Non si chiama l’analista a casa.  Ecco la scansione principe del tempo analitico senza la quale non possiamo parlare di  messa in moto del transfert, apertura all’inconscio, e tutto ciò che attiene all’instrumentum analitico.  Ha suscitato un clamore mediatico ingiustificato il presunto ‘scoop’ che vorrebbe la presidente della Camera, Laura Boldrini, intenta a radunare una piccola equipe ( un politico, uno psicoanalista, un giornalista) per ‘rilanciare’ la propria immagine appannata , almeno se dobbiamo dare retta alle ‘grida’ di   diversi quotidiani ( ‘Libero’, ‘Il Giornale’, ‘l’Huffingtonpost.’). Non dico che ciò non sia possibile. Ma, se parliamo di psicoanalisi, si tratta di una non questione. Lo psicoanalista infatti, nella sua funzione, è per definizione colui che aspetta e riceve. Il custode di un luogo nel quale le parole dell’analizzante sono l’incipit per la ritessitura di una storia molto più complessa, ampia e articolata. Opera in un lugo nel quale, attraverso lo strumento del silenzio, si fa risuonare una certezza sino a sgretolarla, scovando il soggetto che sta dietro a iperboli e costruzioni persecutorie. Spesso un piccolo ragazzino indifeso che ha dovuto patire angherie di ogni tipo, tale da aver costruito un abito duraturo, fatto di accuse e recriminazioni come antico tentativo di chiamare a sè la protezione paterna o materna che non è  venuta. Il portinaio che apre al lamento dell’isterica che non si sente più al centro dell’attenzione, non più amata dal patner o dal capoufficio, mostrandosi capace di portarla al nocciolo della questione: cosa significa e cosa ha per lei significato restare sulla scena? Cosa vela il lamento? Cosa nasconde l’accusa?  L’analista è colui che attende. Attende per iniettare dubbi silenziosi sulla coppia che accusa il figlio del loro decadimento coniugale, che non prende mai per buona la parola d’ingresso in un analisi, spesso una certezza validata dal senso comune. L’analista non si muove con la consistenza della sua figura e della sua capacità se non c’è domanda. Domanda in senso analitico, che non è collusione, richiesta, compatimento.   Non presta dunque il destro a posizioni quali ‘ tutti ce l’hanno con me’, o ‘ mi sento non vista’, se non come vauhcer d’ingresso, da cambiare ben presto col biglietto autentico, che spesso reca scritto ‘ ma cosa voglio dagli altri?’, ‘ cosa faccio affinchè tutti mi diano addosso ?. Ecco perché l’articolo reca un non senso , ed è stato mal trasmesso e mal veicolato.  La stampa è foriera di fraintendimenti. Si muove l’amico, il conoscente. Come analista si resta  fermi. Lo psicoanalista non è il dottor Purgone che va al capezzale del lamento del malato immaginario.

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