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di Francesco Bollorino

Volo A320 Germanwings: la Sindrome di Sansone di Francesco Bollorino

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28 marzo, 2015 - 09:18
di Francesco Bollorino
“…Ora la casa era piena di uomini e di donne; vi erano tutti i capi dei Filistei e sul terrazzo circa tremila persone fra uomini e donne, che stavano a guardare, mentre Sansone faceva giochi. Allora Sansone invocò il Signore e disse: «Signore, ricordati di me! Dammi forza per questa volta soltanto, Dio, e in un colpo solo mi vendicherò dei Filistei per i miei due occhi!». Sansone palpò le due colonne di mezzo, sulle quali posava la casa; si appoggiò a esse, all'una con la destra, all'altra con la sinistra. Sansone disse: «Che io muoia insieme con i Filistei!». Si curvò con tutta la forza e la casa rovinò addosso ai capi e a tutto il popolo che vi era dentro. Furono più i morti che egli causò con la sua morte di quanti aveva uccisi in vita…” (La Sacra Bibbia, Giudici 16/27-30)
 

Questo famoso passo della Bibbia mi è naturalmente tornato alla mente dopo la ricostruzione definitiva della tragedia dell’Airbus tedesco e dei suoi 149 sfortunati passeggeri, casuali compagni di sventura del giovane pilota tedesco autore materiale dell’evento.
Come ad alcuni sarà venuto in mente il volo EgyptAir 990 del 31 ottobre 1999 finito nell’oceano al largo di Nantucket, Massachusetts a causa, come in questo caso, di una deliberata manovra del pilota.
Di fronte a fatti come questo le domande che l’opinione pubblica si pone e che naturalmente pone alla psichiatria sono essenzialmente tre: COME E’ SUCCESSO? PERCHE’ E’ SUCCESSO? SI POTEVA EVITARE?
L’atto suicidario, dicono gli esperti in suicidologia (la branca della psichiatria che studia i comportamenti suicidari), è scarsamente predittivo (le percentuali variano dal 2% all’8% dei pazienti) ovvero a fronte di una suicidofilia (desiderio di “farla finita” con la vita) anche “dichiarata” sono pochi coloro i quali poi mettono in atto davvero il gesto, al tempo stesso la “decisione finale” sembra non essere a lungo premeditata ma viene presa nel giro di pochi minuti prima dell’atto e ciò potrebbe fra rientrare l’accaduto in un contesto dove la “casualità” (l’essere stato lasciato solo in cabina) abbia determinato l’avvio “improvviso” di una “decisione” magari coltivata e rimuginata nel tempo.
Restano quegli otto minuti di terribile silenzio che mi hanno fatto venire in mente Petronio Arbitro e i suoi polsi tagliati immersi nell’acqua calda… guardando il proprio sangue che esce come Andreas Lubitz ha guardato la montagna arrivargli addosso senza un apparente sgomento…
C’è chi ha chiamato in causa l’Amok, una sindrome, compresa anche nel manuale di diagnostica psichiatrica DSM, per la prima volta descritta dal Capitano James Cook  nel 1770, propria delle popolazioni malesi in cui un individuo, in preda al delirio, “all’improvviso” senza alcun segno premonitore si scaglia contro sconosciuti con inaudita violenza.
C’è chi ha chiamato in causa la depressione, per altro diagnosticata in passato al pilota, che potrebbe aver avuto una recrudescenza per la rottura pare recente di un legame sentimentale.
Diciamo intanto che, in questo caso, non si può parlare di “depressione” perché con questo termine abusato si intende la depressione nevrotica, quella che tutti pensano di avere; se di depressione si tratta, è un caso di Malinconia, non inteso nel senso romantico del termine, ma come precisa sindrome di depressione grave, psicotica.
Resta valido in questo contesto psicopatologico la lezione di Freud in “Lutto e melanconia”  dove c’è il cuore di tutto: nella melanconia, come qui e in casi analoghi, non è solo l’Io che si svuota, ma il mondo intero, ogni oggetto (cioè persona o cosa) perde di rilevanza per il soggetto, come se non la vedesse.
Perciò, anche se sembra crudo dirlo, per il melanconico non fa differenza che guidi un taxi o un bus, è solo più eclatante l’aereo per l’immaginario collettivo, ma la dinamica è la stessa: la mente è come accecata, gli altri non sono visti nella loro realtà.
Escluderei pertanto alcun intento dimostrativo, o piuttosto come in certi casi di omicidio-suicido familiari, gli altri sono sentiti come parti del sé, non separati del sé, ma non c’è nel malinconico l’intento di far male all’altro quanto l’esclusiva concentrazione, deformata, su di sé.
Conosciamo troppo poco della storia per poter dare valutazioni certe ma delle domande vengono alla mente: poteva sentirsi schiacciato dalla responsabilità, inconsciamente inadeguato all’incarico che lui stesso aveva voluto e ottenuto, per ambivalenza inconscia?
Poteva sentirsi onnipotente? Inoltre il volare in sé (non a caso spesso presente nei sogni) ha un alto valore simbolico, è sempre sentito come “una quasi morte”, uno staccarsi da terra, dalla vita; è evidente che un fatto del genere susciti più fantasie e fantasmi, la morte nei cieli, ma la dinamica è la stessa che se fosse avvenuto su un bus.
Sappiamo troppo poco ma forse una spiegazione profonda può essere ricercata con la sua forza unificante rispetto a diagnosi più esotiche o semplicistiche nella ricerca di una nesso causa-effetto unificante.
Franco Formari uno dei padri della psicoanalisi italiana in un libro del 1966 splendido e, purtroppo, troppo presto dimenticato intitolato “LA PSICOANALISI DELLA GUERRA” dà credo la spiegazione migliore di quanto è successo richiamandosi al mito di Ifigenia sacrificata in Aulide, dagli Achei prima dell’avvio della Guerra di Troia mettendo in atto quella che egli chiama “elaborazione paranoide del lutto” ovvero lo spostamento dell’aggressività dall’interno verso l’esterno con il passaggio dalla posizione depressiva alla posizione paranoide (al delirio di persecuzione nello specifico) appunto che vede nella “punizione” del nemico la soluzione del lutto ingenerato dal senso di colpa per la perdita attraverso l’attribuzione della responsabilità all’“altro da noi”, nel caso mitico l’attribuzione ai Troiani della morte di Ifigenia e conseguentemente l’avvio di una guerra “per giusta causa”, nel caso presente lo spostamento “sul mondo” della “responsabilità” della perdita dell’affetto e conseguentemente la “giusta” volontà di “punire” chi ha provocato il proprio dolore. Probabilmente è ciò che è accaduto nella mente del ragazzo che ha condotto l’aereo che pilotava a schiantarsi contro una montagna con le tragiche conseguenze che tutti noi sappiamo.
Per altro è possibile ipotizzare che, per esempio, molti incidenti stradali abbiano come origine non una disattenzione ma un inconscio desiderio di morte che può essere il vero primum movens ancorché spesso misconosciuto.
Arriviamo alla domanda fondamentale: pur ipotizzando, col senno di poi, nota scienza esatta, che la diagnosi sia quella giusta si poteva evitare la tragedia?
Beh intanto si potevano valutare l’istanza suicidaria del pilota ove costui fosse stato visitato a causa della sua “depressione” salvo il fatto che avrebbe potuto dissimularla e non è certo che fosse stato visitato nel breve periodo da uno specialista.
Ma tutto sommato credo che la “scienza” sia abbastanza impotente di fronte a casi come questo nella misura in cui non si può ipotizzare di escludere anche da lavori potenzialmente molto pericolosi TUTTI i soggetti in passato affetti da una depressione.
Ciò che si può e si deve fare è altro: migliorare drasticamente i CONTROLLI SERIALI dal punto di vista psichiatrico in tutte le professioni che coinvolgono la gestione di vite altrui anche con un approfondimento di eventuali tendenze suicide, ciò come detto non esclude il rischio ma lo limita di non poco; migliorare soprattutto le procedure di sicurezza onde favorire un maggiore controllo e un minor rischio: è evidente che non abbiamo la certezza che non essendo stato lasciato solo Andreas Lubitz non avrebbe provato a fare ciò che poi ha fatto ma è certo che avrebbe avuto ben maggiori difficolta rispetto all’essere solo coi suoi fantasmi in una cabina di guida isolata dal mondo e inaccessibile.
 

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Commenti

DIVISI CADIAMO

Il suicidio del pilota tedesco con 149 passeggeri mi sembra l’esito di un processo complesso di identificazione proiettiva, nel quale il pilota parte dalla convinzione della irreversibilità di un suo drammatico futuro, con sullo sfondo ineluttabili fallimenti professionali, sentimentali e quindi di tutta la sua persona.
L’unica strada da lui percepita rimaneva quindi il rifiuto, la negazione del futuro stesso, perché, per l'appunto, senza alcuna speranza, a meno che...
Proviamo a ribaltare gli eventi: ”Cosa starebbe ora egli pensando se fosse stato messo in condizione di non nuocere?”
Probabilmente starebbe riflettendo sulla smentita, inconsciamente sperata nei recessi più segreti della sua psiche, di un destino già dato.
Ogni passeggero è stato il destinatario delle sue parti evacuate, perché disperanti e distruttive e stava a loro, al comandante, in primis, dimostrargli che la sua vita poteva cambiare o che andava comunque vissuta.
Gli altri, (nel suo inconscio residuava tale attesa), avrebbero dovuto farsi carico dei suoi oggetti persecutori e restituirglieli come oggetti buoni o, quanto meno, accettabili.

"Hey you, don't tell me there's no hope at all
Together we stand, divided we fall".
"Hey tu! Non dirmi che non c’è più alcuna speranza,
insieme resisteremo, divisi cadremo". Pink Floyd.

Da una parte della porta c’era una persona nella quale la pulsione di morte si era disimpastata da quella di vita e inconsciamente, pur deciso alla morte, desiderava che qualcuno, al di là della stessa porta, lo costringesse a vivere: sono sicuro che il suicida aspettasse come una liberazione l’apertura della porta; gli altri, destinati da lui alla morte, avrebbero dovuto sovvertire il loro destini e il suo, perché altri Altri erano quelli, secondo lui, che gli stavano precludendo la vita alla quale aspirava.
Negli abissi della sua disperazione covava la segreta speranza che la porta potesse essere sfondata, e lui messo in grado di non nuocere, magari dibattendosi dannatamente, gridando, urlando la sua disperazione per sentirsi contemporaneamente consolato, liberato dai suoi incubi.
Ma quella maledetta porta non si è aperta! "Gli altri non hanno saputo prendersi cura di lui"!
L’incubo è diventato realtà.
Ecco, bisogna che la tecnologia, trovi l’antidoto a che nessuno, schiacciando un tasto, possa decidere, in un attimo, del proprio destino, di quello degli altri, altri ai quali la tecnologia deve consegnare strumenti perché si possano fare carico della disperata domanda di aiuto di chi vuole/non vuole morire.
Allo stato attuale, noi possiamo solo fare analisi a posteriori ed io, lo ripeto, ritengo che il primo a essere grato per un auspicabile sfondamento della porta, sarebbe stato proprio il copilota suicida.
D’altra parte, quanti morti sulle strade sono l’esito di qualcuno, che se potesse tornare indietro nel tempo, pagherebbe volentieri una multa e tornerebbe a casa a piedi o passerebbe una notte in gattabuia, perché colto in stato di ubriachezza, alla guida di una macchina con diversi passeggeri a bordo che potrebbe invadere la corsia opposta e scontrarsi con un’altra auto, con tanti passeggeri a bordo?

Aumentare i controlli seriali è sicuramente rassicurante,, ma,, per quanto seriali possano essere,, le maglie sarebbero sempre troppo larghe per prendere un soggetto impalpabile come l'umano sentire,, che esploda in una folla in Afghanistan o schianti un bus di occidentali.

Articolo interessante. Tuttavia, ci troviamo perlopiù nel campo della doxa. Nutro, difatti, delle forti riserve nel fare diagnosi a distanza, senza mai avere visto il soggetto, senza mai averci parlato o averci avuto un contatto. Si sono chiamati in ballo: il delirio di persecuzione, la depressione, la vendetta per umiliazione e il conseguente sviluppo di narcisismo di morte. Di certo si è verificato un crollo del contatto con la realtà: non con la realtà materiale, non avrebbe potuto portare a termine il suo disegno, ma con la realtà umana affettiva ed emotiva. Mi sembra assai poco probabile che un soggetto affetto da grave depressione (malinconia) possa salire in un aereo nei panni di co-pilota, a meno che non sia sottol'effetto di un qualche potente serotoninergico che gli consenta il passaggio all'azione. Fenomenologicamente lo spazio vissuto del soggetto fortemente depresso si restringe vertiginosamente fino a limitarsi al cantuccio del suo letto.

NUNC ET IN HORA MORTIS NOSTRAE
La notizia dell'incidente aereo mi coglie di sorpresa mentre mi accingo a preparare un viaggio che mi porterà, assieme alla mia famiglia, in Canada, dove parteciperò a un Congresso, e successivamente negli Stati Uniti.
Dopo un primo momento di preoccupazione, dovuto all'idea che la compagnia aerea non avesse provveduto ai necessari controlli di manutenzione dell'aeromobile, una volta accertato che il disastro aereo era stato provocato deliberatamente da un pilota sofferente per turbe psichiche, è subentrata in me e nei miei familiari una tranquillità totale, come se la morte causata dalla follia umana fosse, al contrario di quella causata da disfunzioni meccaniche, meno spaventosa perché in una certa misura (nella quale non rientra il caso in questione, nel quale sembrano aver giocato disattenzioni ponderabilissime) imprevedibile.
Alcuni anni fa, pubblicai un articolo intitolato "Trauma and the Loss of Basic Trust" (leggibile all'indirizzo: http://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/0803706X.2012.762551#abstract), nel quale proponevo l'idea che esperienze traumatiche estreme producano la perdita di quella funzione fondamentale che lo psicoanalista Erik Erikson chiamava "basic trust", ovvero "fiducia di base".
La questione scientifica ha attinenza con il fatto di cronaca per il fatto che ogni volta che mi è capitato di spiegare i concetti espressi nell'articolo in congressi e seminari quando giungevo a dover illustrare il concetto di "basic trust", mi esprimevo così: "forse che voi, ogni volta che vi imbarcate su un aereo, pretendete di controllare lo stato di salute del pilota per sincerarvi che non assuma sostanze stupefacenti?". Evidentemente ciò non succede, né sarebbe auspicabile che accadesse, perché una totale prevenzione degli incidenti, se condotta in misura eccedente un certo standard di "normalità" (qualunque cosa ciò voglia dire), risulterebbe paralizzante per la totalità delle nostre comuni azioni quotidiane, dal bere l'acqua del rubinetto di casa, al viaggiare in auto. La questione è interessante perché delinea abbastanza bene il rapporto silenzioso che ognuno di noi ha con la propria morte, la cui ora ha, per la nostra salute mentale, la necessità di rimanere segreta.


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