IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Contro-controtransfert

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18 febbraio, 2017 - 09:10
di Antonello Sciacchitano
C’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, il cui limitato impero è l’etica; parlo dell’Infinito.
J.L. Borges, Metamorfosi della tartaruga, in Altre inquisizioni, 1952

 

La prenderò larga.

Più di trent’anni fa, a proposito della presunta neutralità pratica della scienza, propagandata dagli slogan di allora, ma tuttora in corso là dove si confonde ricerca scientifica con innovazione tecnologica, Ludovico Geymonat scriveva:
"Si tratta della convinzione che la scienza, supposta teoreticamente neutrale, non possa fare altro che ridursi a un’attività di livello inferiore, cioè a una mera fabbrica di strumenti (teorici e pratici) a disposizione di chiunque risulti in grado di servirsene. E poiché questi strumenti (ci riferiamo in particolare a quelli pratici) sono in genere estremamente costosi, accadrà che solo chi possiede enormi risorse finanziarie sarà in grado di servirsene.
Dalla «neutralità teoretica» si passerà quindi alla «neutralità pratica», cioè a una concezione della scienza intesa come strumento a esclusivo servizio dei potenti, che la utilizzeranno ai fini più diversi (e non di rado abietti). Sarebbe proprio questo uso che la renderebbe particolarmente nociva alla società in cui viviamo, fornendo a chi la dirige sempre nuovi strumenti per asservire le classi sottoposte, costringendo l’individuo a certe forme di attività piuttosto che a certe altre, orientando verso determinate direzioni i suoi bisogni, i suoi gusti e perfino i suoi pensieri. In effetti non si può negare che chi ha nelle sue mani le leve del potere, possiede oggi mezzi di propaganda e di repressione mentale che una volta erano pressoché inimmaginabili.
Stando così le cose, è ben comprensibile che si sia diffuso in questi ultimi anni un clima di diffidenza verso la scienza (considerata come chiusa nello specialismo antifilosofico), che ha condotto molte persone in buona fede, e persino molti giovani scienziati, a rimproverarla di avere reso possibile un processo di scandaloso asservimento dell'umanità, o per lo meno di averlo incrementato in misura enorme. Questo clima ha favorito la rinascita di una mentalità romantica, antirazionalistica, fautrice di un ritorno ad antiche credenze religiose.
Non si può negare che queste credenze trovino oggi molti adepti, in ispecie fra i giovani, ansiosi di liberarsi dalla schiavitù della società in cui sono costretti a vivere. Una delle cause più dirette della loro ansia, del loro bisogno di ribellione, va senza dubbio cercata nel vuoto culturale che la chiusura dello specialismo scientifico sembra trascinare con sé. Di qui l’importanza di una battaglia rivolta a dimostrare che il trionfo dello specialismo non ha per conseguenza la scomparsa di ogni interesse filosofico da parte della scienza, ma solo il rinnovamento radicale di tale interesse.
"[1]
 
La lunga citazione pretende contestualizzare, appunto alla larga e per analogia, un luogo comune circolante in ambiente psi, secondo cui lo psicoanalista dovrebbe tenere nei confronti dell’analizzante un atteggiamento di “benevola neutralità”. La proposta di neutralità in psicoanalisi ha l’impronta del discorso medico, che sin dall’origine ha parassitato e gravemente intralciato le mosse del discorso psicoanalitico, uccidendo la scienza con la terapia (Freud dixit).[2] Questo post vuol dimostrare che, se la neutralità è benevola verso l’analizzante, come esige l’atteggiamento medico, non lo è verso la psicoanalisi, dalla medicina mai gradita. Che esista ostilità verso la psicoanalisi da parte degli stessi psicoanalisti, per lo più anche loro medici, non dovrebbe stupire. Il medico, per l’inconscio originariamente necator, si accanisce nella terapia per rendere la scienza non avvenuta.[3]

L’esistenza di quel fenomeno noto come controtransfert rende problematica la neutralità in psicoanalisi. Il mio presupposto, la ragione per cui il mio discorso sul controtransfert in psicoanalisi inizia citando Geymonat, è che la psicoanalisi, che tra le mani di Freud nacque come “nuova scienza” (junge Wissenschaft), sia tanto poco neutrale quanto la fisica o la biologia, pur non essendo né fisica né biologia, ma muovendosi potenzialmente in ambito scientifico. Quindi alla psicoanalisi si applicano argomentazioni potenzialmente simili a quelle sviluppate da Geymonat per le scienze. Come vedremo, uno dei principali nodi freudiani da sciogliere è proprio il controtransfert, essendo ciò che rende la psicanalisi essenzialmente non neutrale.

Se si può applicarla al paziente in modo neutro – per dirla tutta, come placebo – vuol dire che la psicoanalisi è diventata uno strumento passivo, senza propria autonomia, nelle mani di chi può usarla come cacciavite per le viti. Vero è che non sempre nella vita le piccole viti entrano nei piccoli buchi, diceva Charles Péguy. La vantata neutralità della psicoanalisi significa una cosa sola: non fa l’interesse del paziente ma del potere, il quale ne fa ciò che vuole, sapendo che rimarrà neutrale e docile, cioè non si opporrà alle sue direttive. E oggi, come ieri, le direttive del potere e del mercato mirano a conformare la psicoanalisi al regime terapeutico. La psicoanalisi neutrale risponde: “Obbedisco”, senza accorgersi di assumere un atteggiamento più malevolo che benevolo nei confronti del paziente, cui toglie la possibilità di condurre un esperimento (quasi) scientifico sulla propria vita, condotto nelle particolari e irripetibili condizioni imposte dal controtransfert.

Già sul nascere il potere decise di mettere il bavaglio alla scienza, processando Galilei come processò e arse vivo Giordano Bruno in Campo dei Fiori. La Curia Romana pretendeva “neutralizzare” l’ipotesi eliocentrica come semplice artificio per il calcolo matematico delle orbite planetarie, senza corrispettivo reale.[4] Oggi, non meno assurdamente, è stata imbavagliata la psicoanalisi, ma senza roghi in piazza. Si istruiscono regolari processi contro gli psicoanalisti che esercitano la psicoterapia senza coperture legali né autorizzazioni ordinali. In questi casi si vuole dimenticare che, se esercitano una psicoanalisi non neutrale, gli psicoanalisti non commettono il reato di esercizio indebito della psicoterapia, perché non perseguono progetti terapeutici ma scientifici.

“Lo psicoanalista si autorizza da sé”,[5] diceva il mio maestro dello psicanalista formato alla sua scuola, e aggiungo: “nel male e nel bene”, quando decide di prendersi cura di una domanda d’analisi, esattamente come il fisico che decide di studiare il decadimento beta o il biologo che mette a tema della propria ricerca la selezione di gruppo. Gli psicoanalisti non neutrali chiedono che nel nome del bene (di chi?) non si instauri un regime di controllo, potenzialmente di terrore, sul loro pacifico operare. La minore volontà di fare il bene (di guarire), porterà a minore conformismo, non certo al male. Ci vuole prudenza per fare del bene. Un bene minore del singolo può portare a un bene maggiore del collettivo. Lo sanno anche i lupi del branco.

Ma per ripulire il discorso da certe sterili pseudo-aporie bisogna elevarsi dal piano dell’intersoggettività dove la relazione medico/paziente si sviluppa. Nell’interazione tra singolo psicoanalista e singolo analizzante gioca in modo essenziale il collettivo di appartenenza dello psicanalista. Lì c’è un punto critico che nella cura analitica si manifesta come controtransfert, anche e più critico quando non è riconosciuto. Allora rischia di diventare contro-controtransfert.
Ma andiamo più piano. Cos’è il controtransfert? Essendo apparentemente anodina, adotto la classica definizione di Laplanche e Pontalis: “Il controtransfert è l’insieme delle reazione inconsce dell’analista alla persona dell’analizzato e più particolarmente al suo transfert”.[6]
Quel che la definizione non dice è che, prima che dello psicoanalista che reagisce al paziente, “le reazioni inconsce” sono determinate dal contesto collettivo all’interno del quale i due individui in analisi si muovono. Quelle reazioni si configurano infatti nella sottocultura in cui l’analisi avviene, già a partire dalle modalità tecniche di selezione delle domande di analisi; mettono in gioco stili interattivi propri della società professionale in cui l’analisi è condotta; i risultati dell’interazione si esprimono nel dialetto della singola comunità psicoanalitica. Il controtransfert dell’analista freudiano ortodosso è diverso da quello dello junghiano o del kleiniano. Se è vero che esistono codici pubblici per le intimità private, come sostiene Luhmann in Amore come passione, esisteranno a maggior ragione codici sociali diversi attraverso cui transfert e controtransfert comunicano tra loro o “si interpenetrano” (traduzione approssimativa di sich durchdringen[7], ma forse è meglio “si compenetrano”) come espressione di due sistemi sociali diversi e autonomi, rispettivamente il sistema sociale dell’individuo e il sistema sociale del collettivo cui l’individuo appartiene (ancora Luhmann).

Nella lingua tedesca c’è un significato medico di Übertragung, che val la pena conservare in questo ordine di idee di compenetrazione. Significa anche “gravidanza avanzata” o “oltre il termine”. Il transfert, esattamente come il controtransfert, porta oltre la dimensione individuale; esporta nell’individuale il (peso del) collettivo, posto che “ciò che è sociale non può mai essere ridotto totalmente alla coscienza individuale […] né può essere inteso come somma dei contenuti delle coscienze di più individui”.[8]

Quanto nella comune trattazione sia trascurata la dimensione collettiva del controtransfert, fino ad arrivare all’avversione al controtransfert, lo dimostra in modo derisorio l’ultima bufala circolante in ambiente psi, cioè che Freud abbia parlato poco di controtransfert. Non serve smentire la diceria, anche perché ha una sua piccola ma inquietante verità. Serve di più leggere il resoconto della seduta della Società psicoanalitica di Vienna di mercoledì 9 marzo 1910, per quanto ne so inedito in Italia.
 
Il professor Freud prende spunto dal fatto che anche nella seconda edizione della Teoria sessuale[9] ha trattato molto timidamente la questione del sadismo e del masochismo. La letteratura contiene una tale confusione di punti di vista sicuramente accertabili, senza indicazioni di una soluzione finale del problema.
Come conseguenza della tecnica dell’odierna relazione (lezione) non gli è stato possibile venire a capo di tutto e ha potuto quindi affrontare solo alcuni singoli punti. In generale ha trovato che il relatore [Paul Federn] abbia aumentato la difficoltà della cosa e non abbia contribuito a mettere ordine in questo campo.[10]
Un punto merita di essere messo in particolare risalto: l’importanza del punto di vista della generale dipendenza dall’oggetto sessuale in conseguenza di un innamoramento più forte. Se ne può infatti trarre un’importante regola per lo sviluppo dell’analisi. Mentre appunto il paziente dipende dal medico, il medico sottostà a un processo analogo, il “controtransfert”. Tale controtransfert deve venire completamente superato dal medico; solo ciò lo rende psicoanaliticamente potente (mächtig). Lo rende un oggetto perfettamente freddo, per dover fare amorevolmente (liebend) posto a quello degli altri (corsivo mio).

[Non è questa la prima volta in cui il termine “controtransfert” compare nell’elaborazione freudiana. C’è un antecedente di ben più di un anno prima nella lettera di Freud a Jung del 7 giugno 1909, a proposito della “faccenda Spielrein”, di cui segnalo la buona traduzione di Emanuele Tarasconi al seguente link: https://www.analisilaica.it/2017/10/23/blessing-disguise-sul-controtransfert/.]

 
Freud parla di un oggetto perfettamente freddo! Esiste? Non sarebbe una sorta di sospensione della neutralità quella envisagé da Freud? Freddo non vuol dire tiepido (lau in tedesco). È singolare che il discorso sul controtransfert, avviato nel 1910 da questa “potente” osservazione e poi sviluppato in Prospettive future della terapia psicoanalitica (1910), si sia esaurito nel giro di un lustro con le Osservazioni sull’amore di transfert (1915). Dopo di allora Freud non scrisse più di Gegenübertragung. Cos’era successo? Tanto aveva inciso sul tessuto collettivo del (falso) movimento psicoanalitico un famoso caso di controtransfert: l’interazione erotica tra due individui d’eccezione, Carl Gustav Jung, psicoterapeuta, e Sabine Spielrein, sua paziente? Cosa si annidava il quel gegen, contro? Forse un’ostilità verso il fenomeno stesso del transfert, a prescindere dalle persone, come suggerisce Aldo Carotenuto alla fine del suo libro La colomba di Kant. Problemi del transfert e del controtransfert.[11] La verità vera fu che l’analista Freud non accettò mai che l’analizzante lo sottomettesse masochisticamente in posizione di oggetto freddo, ossia del morto. Perché mai questa resistenza, se era proprio questo ciò che l’analisi esigeva?
In proposito non si dimentichi un dettaglio linguistico. Per Freud l’analizzante rimase sempre l’“analizzato” (der Analysierte). Per lui la parte attiva nella cura analitica era sempre quella dell’analista, come previsto dalla relazione medica. All’analizzato era vietato prendere iniziative, tanto meno causare un controtransfert nell’analista. Doveva solo Ricordare, ripetere, rielaborare (1914). Ogni controtransfert era considerato un inconveniente o da eliminare, per esempio con la cosiddetta analisi di controllo, o da nascondere sotto il tappeto come la polvere di casa.

Non la penserà così Ferenczi, il quale svilupperà l’idea di analisi attiva come sostituto o prolungamento – Übertragung! – di quel compimento di analisi che Freud gli avrebbe negato, non accettando di diventare suo oggetto passivo. In tema di controtransfert consiglio la ripresa della conferenza di Ferenczi del 1918 alla Società psicanalitica ungherese sulla tecnica psicoanalitica, in particolare il quarto capitolo: Padroneggiare il controtransfert (Die Bewältigung der Gegenübertragung), dove Ferenczi parlò chiaramente di resistenza al controtransfert.

Anche l’altro ribelle, Carl Gustav Jung, darà molto peso alla nozione di controtransfert, che starebbe al transfert come la coinfezione all’infezione. Dopotutto, c’è un famoso riferimento freudiano: la psicoanalisi non è una peste? Quel che si dimentica (e che il vero medico non dimenticherebbe mai) è che la peste, come ogni infezione, è sempre un fenomeno morboso già collettivo prima che individuale: tu ti infetti sempre dall’altro. Il desiderio dell’altro è un’infezione, che solo un medico come Lacan poteva riconoscere.

Ma nel freudismo, a un certo punto, non si volle più toccare il tema dell’infezione controtransferale, quasi fosse un tabù, quindi un pericolo per la comunità psicoanalitica; minacciava la consistenza della convivenza, se infranto. Ci fu una vera e propria generalizzata reazione terapeutica negativa al controtransfert; fu un contro-controtransfert collettivo al controtransfert individuale del singolo analista. Il freudismo misconobbe attivamente che nel giunto transfert/controtransfert si accoppiano i due soggetti individuale e collettivo ben prima che si formi la coppia analista/analizzato. Potenzialmente il controtransfert individuale prima del singolo psicoanalista metteva in questione il collettivo psicoanalitico; perciò il controtransfert rappresentava un pericolo pubblico. Si capirà presto perché si sviluppò un contro-controtransfert generalizzato.

Un fenomeno in un certo senso parallelo alla vicenda freudiana si registra nell’evoluzione di Lacan all’interno della sua scuola. Nei suoi scritti la parola contretransfert ricorre solo due volte; la prima volta nel discorso di Roma il controtransfert è filosoficamente definito come “la ragione dialettica degli errori”, una definizione inservibile nella pratica clinica.[12] Due volte il termine ricorre tangenzialmente nei seminari, una volta nel seminario sugli scritti tecnici di Freud e una volta nel seminario sull’angoscia. La trattazione più approfondita è nel seminario sul transfert, dove Lacan riduce semplicemente il controtransfert a una componente del transfert (8 marzo 1961). Nel ponderoso Apport freudien, enciclopedia di psicoanalisi curata da Kaufmann per Bordas (Parigi, 1993), Erik Porge, che cita quel seminario, liquida la voce contretransfert in poche righe come variazione sul tema del transfert. Giocano in Lacan e nei lacaniani gli stessi fattori che in Freud e nei freudiani? Il dichiarato ritorno a Freud del maestro di Parigi autorizza la supposizione.
Il fatto che da un certo momento in poi due maestri di psicoanalisi non abbiano voluto più sapere di controtransfert (come in Italia Musatti del resto, che parlava di “controtraslazione”) dovrebbe interrogarci. Cosa non vollero sapere? Cosa non passò attraverso il loro insegnamento? La loro censura del controtransfert fu un caso personale o un fatto specifico della posizione magistrale da loro assunta, con evidenti e rilevanti ricadute nel collettivo psicoanalitico?

Per affrontare questi interrogativi interrogo i significanti sopra sottolineati. Kühl, ha tanti significati: significa “freddo” in senso soggettivo (mentre il freddo oggettivo è kalt), “fresco”, “rinfrescante”, significa anche “insensibile”, “calmo”, “distaccato”. È da lì che proviene la concezione della neutralità benevola dell’analista? Scolasticamente si parla di freddezza dell’analista nel senso che non prende partito a favore dell’una o dell’altra delle componenti psichiche in conflitto nel paziente. Ma c’è qualcosa nella prima formulazione del concetto freudiano di freddezza che esorbita dal mero aspetto tecnico. Freud parla ancora di freddezza (Kühle) dello psicoanalista (ma non più di oggetto!) nella “paterna” lettera a Jung del 31 dicembre 1911, dove la scienza decade nella tecnica terapeutica. Ecco il passo, che ritraduco sulla scorta della traduzione di Montinari:
 
Da tutto ciò deduco che entrambi [Jung e Pfister] non avete ancora acquisito nella vostra pratica la freddezza necessaria, tendendo ancora a esporvi e a dare molto della vostra persona, nell’intento di ottenere qualcosa in cambio. È permesso, a me venerando vecchio maestro, ammonire che con questa tecnica si finisce regolarmente per sbagliare i conti, e che si deve invece restare inaccessibili e insistere sulla ricettività? Non dobbiamo mai permettere a dei poveri nevrotici di farci impazzire. L’articolo sul “controtransfert”, che mi sembra necessario, tuttavia, non dovrebbe essere stampato, ma circolare tra noi in copie.
[…] Quanto a voi giovani, sembra trattarsi di un’incomprensione nel modo di trattare il complesso del padre.
 
Quando si parla di freddezza nella cura il solito paragone è la freddezza del chirurgo che fa del male a fin di bene. Forse non è la stessa freddezza che intendeva Freud, che non è attiva come quella del chirurgo ma passiva (quasi un’atarassia stoica o più semplicemente sangue freddo). D’altra parte, il riserbo di Freud sul controtransfert “caldo” era giustificato da preoccupazioni professionali, certamente ingigantite dopo lo “scandalo” Jung-Spielrein. Freud temeva la reazione malevola della classe medica, pronta a denunciare i plagi, in particolare gli abusi sessuali, degli psicanalisti sui pazienti. (Ma quell’articolo sul controtransfert fu mai scritto? Se sì, dov’è archiviato? Si riferisce forse all’ultimo scritto sul transfert?)

Certo, la professionalità conta, ma fino a un certo punto, in questo caso. Il punto caldo è un altro, più teorico che empirico, ma sfuggì completamente a Freud. Come può un oggetto freddo come uno specchio attizzare il fuoco della passione erotica, ancorché artificiosa come quella transferale? C’è di mezzo la funzione simbolica del padre? Del padre come oggetto? (Hai visto mai?). Gioca in qualche modo la teoria metapsicologica.

Non formulerei queste domande se non avessi in mente già un embrione di risposta. Che deve esistere, se è vero che anche la mitologia vi allude. Intendo il mito di Pigmalione, re di Cipro e scultore, che si innamorò di Galatea, da lui stesso scolpita nell’avorio. In analisi non succede lo stesso all’analizzante con il freddo analista?

Ma freddo – qui in senso soggettivo – è l’oggetto. Come può essere soggettivo l’oggetto? In psicoanalisi, finalmente, dobbiamo parlare dell’oggetto soggettivamente inteso perché non facciamo filosofia.

Intorno all’oggetto il discorso si complica. Nel corso del movimento psicoanalitico si sono dispiegate diverse dimensioni “oggettuali”. (Perché si usa questo brutto neologismo e non il consueto termine “oggettive”?). Provo a passarne in rassegna alcune; sono almeno quattro: l’oggetto parziale pulsionale, l’oggetto totale erotico, l’oggetto reale della cognizione e l’oggetto-causa del desiderio secondo Lacan, detto anche plusgodere o oggetto-a.

Un’osservazione preliminare di Laplanche e Pontalis ci avverte che stiamo per entrare in territorio ideologico, dove valgono solo conferme dottrinarie o scolastiche, mai confutazioni. (Si confutano solo le ideologie avversarie). In psicoanalisi l’oggetto non è qualunque; è un oggetto animato, cioè dotato di vita. Ma, avvertiva Nietzsche, la vita non è un argomento.[13] Le considerazioni vitalistiche sono da prendere con le molle, essendo affette da un intrinseco idealismo. Nel caso del soggetto collettivo si chiama storicismo, dell’individuale spiritualismo. Il connubio dei due ismi si celebra nelle commissioni di bioetica, dove genera le deontologie professionali correnti. Uomo avvisato…

In Freud il vitalismo emerge nell’assetto teleologico della metapsicologia. A suo tempo il finalismo fu già stigmatizzato da Cartesio, perché il fine lo conosce solo Dio. Ciononostante, parlando di oggetto parziale, Freud lo pose come la meta cui tende la spinta costante della pulsione per ottenere soddisfazione sessuale in corrispondenza degli orifizi corporei, circoscritti da sfinteri: bocca, ano, rima palpebrale. A ciò si aggiunga che in biologia (nel mondo della vita) non esistono forze costanti ma solo variabili. Di questo Freud non tenne il minimo conto.

I diversi e parziali oggetti pulsionali si unificherebbero nell’oggetto erotico – la persona amata – sotto il primato della genitalità. È la parte più debole della dottrina freudiana, esposta com’è ai quattro venti della maturazione sessuale, cioè al passaggio dalla perversione polimorfa infantile alla sintesi genitale all’insegna di qualche ideale familiare. Manca inoltre a Freud una teoria della personalità come sistema psichico visto dall’altro e in interazione con l’altro (alla Luhmann). Altrettanto problematico è dal punto di vista cognitivo il riconoscimento dell’oggetto reale, soggetto com’è all’interazione di due realtà indipendenti: la realtà psichica (Realität) e la realtà effettuale (Wirklichkeit).

Sull’oggetto freddo del controtransfert, nessuno di questi approcci sembra aprire utili spiragli di analisi. La dottrina freudiana non arriva a “metapsicologizzare” la posizione dell’analista in analisi. Tutto è lasciato alla pratica orientata dalla cosiddetta “analisi didattica” (termine che non ricorre in Freud) con il risultato di produrre psicanalisti ingabbiati nel loro ruolo – tecnici professionisti, non ricercatori.

In secondo luogo, non avendo risolto la questione del controtransfert, Freud non poteva andare al fondo della questione della fine dell’analisi, duale rispetto al problema del controtransfert. Infatti, la affrontò tardivamente e la liquidò rientrando nel discorso medico, riportandola alle due patologie di genere da “guarire”: la castrazione per il maschio e l’invidia del pene per la femmina.

Si può fare di meglio con Lacan? Forse seguendo il programma che Lacan propone per lo psicoanalista della sua scuola: “Diventare analista della propria esperienza stessa”.[14] Che interpreto così: “Diventare analista della propria esperienza con l’oggetto del desiderio”. Allora non posso evitare di parlare dell’oggetto a secondo Lacan. Per farlo ne trascuro la genesi dallo stadio dello specchio allo schema ottico del mazzo di fiori rovesciato. Parto dalla sintesi didascalica che ne dà la Roudinesco nel suo dizionario. L’oggetto-causa del desiderio, l’oggetto a, è un resto non rappresentabile che abita nel registro simbolico, pur non essendo simbolizzabile. L’oggetto a è ciò che rende il simbolico una classe propria, cioè una classe che non è un insieme, a sua volta elemento di altre classi, definito da una precisa proprietà caratteristica. Da lì l’oggetto a si diffrange nei quattro oggetti: seno, feci, sguardo e voce, che la pulsione non raggiunge ma contorna, ruotando attorno agli sfinteri.

Partire dall’irrappresentabile è una buona mossa, perché consente di scansare l’idealismo connesso al vitalismo, anche se l’oggetto-causa del desiderio non esce dal recinto eziologico segnato dalla metapsicologia freudiana. Ma cosa si può dirne in positivo? La mia forzatura del pensiero di Lacan ­– riconosco che non è da poco – è che l’oggetto a trasferisca al discorso psicoanalitico – sempre di transfert si tratta – niente di meno che l’infinito matematico (sic), cioè l’oggetto che neppure in matematica si può rappresentare con un unico modello. In logica si dice che l’infinito è un oggetto non categorico, senza qualità, alla Musil. Nella particolare sistemazione dottrinaria lacaniana l’oggetto a gode della stessa topologia del buco della ciambella che è della ciambella ma non appartiene alla ciambella.[15] È un limite indeterminabile come l’infinito.

In senso tecnico, dell’infinito si possono dare modelli tra loro non isomorfi, cioè con diversa struttura, per esempio numerabili e non numerabili.[16] In parole povere, l’infinito non è un oggetto seriale, reperibile sulle bancarelle al mercato. In analisi, l’oggetto freddo è una costruzione astratta (non è una parolaccia!). Nel singolo caso la sua produzione può essere entusiasmante come mai arrivano a immaginare i nostri umanisti, che ancora si muovono lungo la catena del freddo: freddo = meccanico = noioso.[17]

Da dove traggo la mia “ardita” congettura?[18] A ben vedere, non è tanto ardita, come mi si dice. È proprio lì, evidente, nelle quattro varianti di oggetto a. Basta saperla (volerla) vedere.

Nel seno e nelle feci si annida l’infinito aritmetico della ripetizione, generato dal +1 o -1, a seconda che si tratti di ingressi o uscite dagli orifizi corporei. Lo sguardo ospita, invece, l’infinito geometrico della prospettiva; nel punto di fuga convergono le linee parallele della visione del soggetto che non vede sé stesso (lo spazio proiettivo non ha origine delle coordinate; è acentrico, direbbe Luhmann). La voce sta a metà strada tra l’infinito aritmetico e quello geometrico, potendo risultare dalla combinazione di infinite armoniche, numerabili o non numerabili. L’oggetto acustico risulta perciò il più adatto a coprire una grande varietà degli oggetti, estesa dagli oggetti individuali – nella realizzazione dell’attore o del soprano – agli oggetti collettivi, realizzati dalle varie forme di coro o orchestre. La voce, sia naturale sia strumentale, è da subito social, essendo stata selezionata evolutivamente perché vantaggiosa alla comunicazione interindividuale.

L’oggetto freddo è l’infinito (e l’infinito è l’oggetto freddo), perché non sta dentro alcuna idea per quanto precisa; a maggior ragione non sta dentro un’idea tanto imprecisa quanto l’affetto (Spinoza). È lui – l’infinito – l’oggetto controtransferale “freddo”, che rende l’analisi non neutrale; a lui affetti parziali possono aderire localmente “riscaldandolo” in parte, come anticorpi che si attaccano a un antigene o come una stringa di numeri dispari che per simmetria può combaciare con una sottostringa di numeri pari dell’oggetto infinito o come prevede la topologia lacaniana dell’avvolgimento solenoidale della catena significante attorno al toro.

Ma né Freud né Lacan formularono una teoria dell’infinito, quindi una teoria del controtransfert. Forse le loro stesse dottrine del transfert come ripetizione (Freud) o come proiezione nell’altro del sapere sul desiderio (Lacan), pur aderendo in parte alla realtà clinica, non lo consentivano. Il loro contro-controtransfert era una reazione negativa all’emergenza dell’infinito nell’oggetto del desiderio. Come tutti gli autori eziologici, Freud e Lacan non praticavano l’infinito perché non consente all’approccio eziologico di risalire alla causa prima in un numero finito di passi. A questa considerazione ne va poi aggiunta un’altra, non minore. Entrambi questi autori si sono resi ben conto che il controtransfert non è simmetrico al transfert. Ma non hanno saputo formalizzare la differenza tra transfert verso l’oggetto finito e controtransfert verso l’oggetto infinito. Erano umanisti.

La proposta di scuola kleiniana di Paula Heimann (On Counter-Transference, International Journal of Psychoanalysis, vol. 31, 1950, pp. 81-84) di utilizzare gli affetti del controtransfert a fini interpretativi ha il respiro corto, perché riduce la psicoanalisi a conversazione intersoggettiva da inconscio a inconscio, obliterando la dimensione oggettuale. Consapevole di queste difficoltà, nel seminario dell’8 marzo 1961, nel contesto del seminario sul transfert, che commentava il Simposio di Platone, Lacan propose in alternativa a quella di controtransfert la nozione di desiderio dell’analista, rimasta per altro enigmatica. (Avrebbe dovuto essere delucidata dalla procedura della passe, laborioso rito di passaggio da analizzante ad analista all’interno della EFP, che non sortì esiti apprezzabili).
C’è un risultato paradossale, frutto di una volontà di ignoranza collettiva, da segnalare. In ambito freudiano ortodosso le analisi didattiche, che dovrebbero insegnare all’analista come in clinica si gestisce il controtransfert, avvengono senza far giocare il controtransfert dell’analista didatta, il quale si limita a impartire all’allievo la dottrina della scuola. Mi sembra si annidi qui una non piccola incongruenza tra pratica della formazione dell’analista e la pratica clinica propriamente detta: l’analista si forma alla pratica clinica in contesto non clinico.
Ora il problema è cruciale. Le dottrine psicoanalitiche correnti, nella misura in cui non si aprono alla scientificità, accogliendo l’infinito, e osteggiano le simmetrie del meccanicismo, proprio perché “fredde”, non potranno mai correggere le loro pratiche cliniche dalla deriva medica, orientandole all’interazione con l’oggetto infinito. Rimarranno pratiche adattative di stampo medicale, orientate all’interazione con uno dei tanti oggetti del commercio.

Nell’attesa che l’analista sappia prendere il posto del freddo oggetto del desiderio e l’analizzato diventi analizzante, propongo una congettura, che non è originale mia, sull’eclissi della nozione di controtransfert nel freudismo. La ragione sarebbe che tra il 1910 e il 1915, praticamente a far data dal viaggio in America, si realizzò in Freud la svolta autoritaria, precisamente patriarcale, culminante con l’espulsione dalla Società psicoanalitica di Vienna di Adler e Jung. Non sto dicendo nulla di originale. Prima di me lo ha affermato un esponente dell’ortodossia freudiana, E.S. Person, in On Freud’s Observation on transference-love.[19] La psicoanalisi cessò allora di essere scienza e diventò dottrina, difesa dai propri scibboleth: i paletti dell’Edipo e della castrazione, posti come invalicabili dal maestro di Vienna. Vietato pensare diversamente; vietato interrogarsi; vietato affrontare il controtransfert. L’analista deve essere semplicemente oggettivo (secondo la dottrina e secondo il volere del padrone), ma non deve farsi oggetto.

La posizione magistrale, essendo dottrinaria, non accetta di essere messa in discussione, quindi non ammette “autoanalisi”. Nel magistero il controtransfert svanisce come fenomeno, abbattuto com’è dalla volontà di ignoranza del maestro. Alla scuola di Lacan mi hanno insegnato che non si analizza l’analista. Si può solo supervisionare l’analista per stabilire la sua conformità dottrinaria. Lacan parlava in proposito di “dialettica degli errori”, cioè deviazioni dalla dottrina. Cosa rimane di benevolo, addirittura di amorevole, liebend, in psicoanalisi senza controtransfert? Può essere conforme a un catechismo l’amore? Forse a qualcuno piace freddo, l’oggetto d’amore: a Pigmalione, per esempio.

Concludo con un’osservazione, riservata ai freudiani (ma non solo), sulle ragioni teoriche che portarono Freud a censurare il controtransfert.

Se è vero quanto proposto in questo post che il controtransfert nasce addirittura prima del transfert, determinandolo come effetto dell’interazione del soggetto collettivo (la comunità psicanalitica) con il soggetto individuale (l’analizzante), si capisce perché il freudismo stenta ad accettare la nozione di controtransfert. La ragione è che la metapsicologia freudiana ha una concezione striminzita del collettivo, che si riduce alla somma di individui non interagenti tra loro, ma tenuti insieme dalla comune identificazione al Führer, all’ideale quando manca il Führer in carne e ossa. Non ammettendo l’interazione tra individui e tra individui e collettivo, la possibilità teorica di parlare di controtransfert decade. Ma il controtransfert esiste in clinica. Quindi sarebbe ora di modificare la psicologia delle masse di Freud (ammesso di poterlo fare in regime dove la formazione si realizza all’interno della catechesi). In epoca di risorgenti particolarismi e isolazionismi, contobilanciate da migrazioni epocali, noi analisti sentiamo sempre più impellente il bisogno di fondare un’etica freudiana della contaminazione con l’altro, controtransfert permettendo. (Che forse il controtransfert consentirà alla differenti posizioni ideologiche di “compenetrarsi”).
 

 

[1] L. Geymonat, Lineamenti di filosofia della scienza (1985), con prefazione di G. Giorello, UTET, Torino 2006, pp. 97-98.
[2] S. Freud, La questione dell’analisi laica (1926-1927), trad. A. Sciacchitano e D. Radice, Mimesis, Milano-Udine 1913, p. 112.
[3] Il fenomeno non è esclusivo dell’analista. Resiste alla propria scienza anche lo scienziato. Resistette alla meccanica quantistica anche Einstein, che pure aveva contribuito a fondare, paradossalmente contribuendo con la propria resistenza a promuoverla (vedi fenomeno dell’entanglement).
[4] La resistenza alla scienza della Curia Romana, dettata da ragioni ideologiche, fu solo la punta di un iceberg molto esteso e tuttora non sciolto. Da quando mi sono orientato al discorso scientifico, i colleghi non rispondono più alle mie email, suppongo non per cattiveria, ma perché non hanno da contrapporre argomenti scientifici ma solo cognizioni dottrinarie prestabilite.
[5] J. Lacan, Proposition du 9 octobre 1967 sur le psychanalyste de l’École, in Id., Autre écrits, Seuil. Paris 2001, p. 243.
[6] J. Laplanche e J-B. Pontalis, Enciclopedia della psicanalisi (1967), a c. di G. Fuà, Laterza, Bari 1990, p. 100.
[7] Non c’è nulla di paragonabile al sich durchdringen (nel senso anche di “contaminarsi”) nella sociologia freudiana. Freud non riconosce le interazioni locali tra individui di una massa; gli individui freudiani sono monadi leibniziane, definiti unicamente dall’identificazione comune allo stesso Führer sul modello della Chiesa e dell’esercito. Per arrivare a una psicoanalisi collettiva dei collettivi urge ampliare la prospettiva individualistica freudiana. Come dice Lacan a proposito del singolo analista, il collettivo analitico dovrebbe analizzare la propria esperienza stessa, a cominciare dai controtransfert nella cura. La chiamo metaanalisi.
[8] N. Luhmann, Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale (1984), trad. A. Febbrajo e R. Schmidt, Il Mulino, Bologna 1990, p. 672.
[9] Tre saggi sulla teoria sessuale (1905). La seconda edizione accresciuta comparve nel 1910.
[10] Questa critica fu chiaramente la ragione per cui Federn pubblicò il suo lavoro solo tre anni dopo.
[11] Bompiani, Milano 1986, p. 153.
[12] J. Lacan, Fonction et champ de la parole et du langage en psychanalyse (1953), in Id., Écrits, Seuil, Paris 1966, p. 305.
[13] F. Nietzsche, La gaia scienza, 1882, af. 121.
[14] J. Lacan, Proposition du 9 octobre 1967, cit., p. 243.
[15] Con linguaggio filosofico si può dire che il buco è un oggetto che ek-siste alla ciambella. Preferisco dire con linguaggio topologico che buco e superficie della ciambella stanno alla frontiera l’uno dell’altro.
[16] Cfr. O. Veblen, A System of Axioms for Geometry, “Transaction of the American Math. Soc.”, 5, 1904, pp. 343-384.
[17] Naturalmente si tratta di un entusiasmo freddo. Einstein ne parla come di una gioia, riferendosi al calcolo della precessione del perielio di Mercurio in base alle equazioni della relatività generale per arrivare al dato empirico con uno scarto di 42,98 secondi di grado al secolo rispetto alla previsione di Newton.
[18] Il buon filosofo direbbe che la mia congettura non è ardita ma idealistica, poiché non riconosce al finito l’essere oggettivo. “L’idealismo della filosofia consiste soltanto in questo nel non riconoscere il finito come un vero essere”. (G.W.F. Hegel, Scienza della logica (1812-1816), a c. A. Moni, vol. I, Libro I, “La dottrina dell’essere”, Sez. I, Cap. II, Laterza, Bari 1988, p. 159). Al filosofo dico che la mia congettura non attribuisce all’infinito l’essere assoluto (ivi, p. 130) né idealizza il finito (ivi, p. 159).
[19] A c. di E.S. Person, A. Hagelin e P. Fonagy, IPA, Yale University, Karnac 1993, p. 8.
 
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