IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Cos'è un oggetto?

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23 ottobre, 2017 - 12:49
di Antonello Sciacchitano

Cos’è un oggetto?

 

Il soggetto comincia dove finisce l’oggetto.

A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, § 2.

 

Formulata in modo così autoreferenziale: “Cosa è cosa?”, la questione rischia di diventare filosofica. Allora Kant può dire che quello di oggetto è il concetto filosofico più generale. Tutto può essere oggetto o il tutto oggetto? Si rischia di pensare una generalità tanto estesa quanto vuota. Cerco di non cedere all’astrazione metafisica con due riferimenti concreti: alla clinica analitica e a scienze “dure” come matematica, fisica e biologia. La prossimità dei due approcci forse sorprenderà chi ha formazione umanistica. Anche per me la sorpresa non è stata piccola. Qui seguo Jean Petitot che raccomanda di sviluppare una “plausibile epistemologia che verta sui contenuti matematici specifici ed effettivi delle scienze e non si limiti all’analisi degli atti e delle procedure logico-cognitive o dei contenuti empirici che intervengono in generale in ogni procedura empirica”.

Passerò brevemente in rassegna le quattro pratiche citate per vedere come la questione dell’oggetto si configura.

1. In psicoanalisi. Nei testi freudiani le espressioni “oggetto del desiderio” o “oggetto della pulsione” non ricorrono. Per Freud l’oggetto è indifferente alla pulsione, ma le è solo “saldato” (verlötet). L’oggetto non serve ad altro che a scaricare energia libidica, non solo nell’atto d’amore. L’impressione è che la teoria freudiana sia poco “oggettuale”. La Klein e Winnicott correggeranno la tendenza, l’una classificando gli oggetti in buoni e cattivi, l’altro teorizzando l’oggetto transizionale come metonimia – la parte – del corpo materno – il tutto.

In Lacan l’oggetto originariamente perduto diventa “causa del desiderio”. Ci si chiede come un oggetto in absentia, in fondo mai esistito, possa causare un effetto in praesentia. Il problema non affatica le meningi filosofiche di Lacan, che localizza l’oggetto causa del desiderio all’intersezione vuota dei tre registri della soggettività: reale, simbolico e immaginario. Sarà forse l’oggetto in continuità con il soggetto come lo intende Schopenhauer? Da strutturalista Lacan suppone il desiderio regolarmente dell’altro, effetto nel soggetto della struttura discorsiva. I cui costituenti sono quattro: significante principale (ontico), significante secondario (epistemico), oggetto e soggetto. Gli ultimi due, uniti “in esclusione interna” nel fantasma, danno la semantica alla sintassi significante. L’oggetto si situa per Lacan al centro del circuito pulsionale. La pulsione non tocca l’oggetto ma ne fa più volte il giro. Apprezzo che Lacan non ponga la mitologia traumatica all’origine della ripetizione: la ripetizione non ha origine; è in un certo senso infinita a sinistra: … ––; da sempre, anche da generazioni, si ripete solo il significante della domanda, testimoniando la finitezza del soggetto.

Dai pochi accenni si vede che la psicoanalisi non concettualizza l’oggetto.

2. In matematica. L’oggetto matematico è l’infinito. Tuttavia per secoli i matematici si sono dimostrati ritrosi, direi inibiti, quasi anoressici nei suoi confronti. Da Euclide a Gauss l’infinito è rimasto non concettualizzato; è potenziale in Euclide; è solo un modo di dire per Gauss. Nei suoi cinque postulati (aitémata, “richieste”) Euclide richiedeva solo di poter indefinitamente prolungare qualunque segmento o qualunque coppia di rette affinché, tagliate da una trasversale, si incontrassero (senza dire dove) dalla parte dove formano due angoli coniugati interni minori di due retti. L’infinito euclideo si presenta come estensione locale aperta, estendibile senza limiti, che non diventa mai totalità compiuta. Dall’antichità fino al XIX secolo, la geometria fu dominata dalla filosofia aristotelica, che non considerava l’infinito un concetto; non avendo confini, l’infinito era apeiron, indefinito. Così l’infinito fu espulso dal discorso “scientifico”, condannato a rimanere una “cattiva infinità”, diceva Hegel.

L’infinito – quello buono – emerge alla fine del XIX secolo grazie al lavoro “folle” di Georg Cantor sui numeri transfiniti. Tuttavia guadagna un’esistenza debole; gli manca la consistenza e la solidità dell’uno. Infatti nell’insiemistica di Cantor l’infinito si diffrange in un vasto spettro di infiniti senza mai ricompattarsi in un unicum. Ci sono tanti infiniti – addirittura infiniti – tra loro diversi e non confrontabili: c’è l’infinito numerabile (in corrispondenza uno a uno con i numeri interi); c’è l’infinito continuo (in corrispondenza uno a uno con i punti della retta euclidea, privi di successori immediati); c’è una catena ascendente e senza fine di infiniti sempre più grandi; l’infinito successivo si ottiene costruendo l’insieme delle parti dell’infinito precedente… all’infinito, ammesso che sia possibile. L’infinito, se esiste, è un oggetto non categorico; ammette infinite presentazioni (o modelli) tra loro non equivalenti; non si “concentra” in nessuna di esse, escludendo le altre. “Non categorico” è il modo moderno e positivo di dire apeiron: afferma una realtà esorbitante da schemi concettuali.

Per Cantor tra un infinito e il successivo non esistevano infiniti intermedi (ipotesi del continuo). Oggi, la congettura non è confermata né confutata. Nel 1966, costruendo modelli generici di insiemi, Paul J. Cohen dimostrò che è indipendente dai restanti assiomi dell’insiemistica; la logica non esclude infiniti non cantoriani, sul modello delle geometrie non euclidee. Ho la sensazione che l’insiemistica non cantoriana gioverebbe alla psicoanalisi.

Il ritornello dell’ultimo Lacan: Y a d’l’Un, (“c’è dell’uno”) potrebbe riguardare l’infinito, che non raggiunge mai l’“uno in sé”, come sperava Hegel, ma rimane sempre “uno tra gli altri” infiniti. Che relazione può avere l’infinito con l’oggetto del desiderio? La mia ipotesi di lavoro è che, se mai la psicoanalisi diventerà una scienza, sarà quando avrà fatto posto all’infinito. Il come è tutto da vedere.

3. In fisica. L’oggetto della fisica è la materia. Dopo Newton essa ha due aspetti: o è massa inerziale, resistente all’accelerazione imposta da una forza esterna, o è massa gravitazionale, che attrae altre masse con forza centrale. L’unificazione dei due aspetti fu merito di Einstein con la famosa equivalenza di energia e massa a riposo.

E c’è dell’altro. Dall’enorme velocità di rotazione delle galassie consegue che l’universo ha una quota imponente di materia invisibile, “oscura”, che non irradia energia elettromagnetica ma esercita attrazione gravitazionale. Come è fatta? Nessuno lo sa, ma il problema è allo studio. Per ora la materia oscura non rientra nel Modello standard. Ci sarà alla base delle sue interazioni una qualche particella molto pesante ed elettricamente neutra ancora ignota?

Il puzzle teorico contiene un paradosso: come fa una scienza ad avere un oggetto che non è ancora oggettivato? Si spera che in fisica rispondano le ricerche sulle onde gravitazionali e l’astrofisica multimessaggio. È naturale chiedersi: in psicoanalisi che speranza c’è?

4. In biologia la situazione è ancora più indeterminata, perché la stessa nozione di vita non è concettuale, come sanno bene le commissioni di bioetica e le compagnie di assicurazione. Si sa solo che la vita varia; scorre nel tempo nel senso eracliteo del termine. Dopo l’exploit fissista della classificazione di Linneo, Darwin trattò la variabilità a livello individuale e collettivo, dell’individuo e delle specie. I genitori generano figli leggermente diversi da loro e tra loro. Interagendo con l’ambiente, i fratelli sono sottoposti a selezione: generano figli solo quelli che maturano sessualmente, perché adattati meglio all’ambiente, mentre gli altri periscono senza discendenza. L’interazione variabilità/selezione è meccanica; agisce anche a livello collettivo, ma in modo più complesso e talora in opposizione al livello individuale: nell’equilibrio ecologico tra specie esistono complesse correlazioni, che producono e mantengono la biodiversità. Niles Eldredge propone la “teoria del secchio oscillante”, dove giocano due tipi di variabilità: genealogica, all’interno delle specie, ed economica-ecologica, all’esterno delle specie. Le due varianze statistiche interferiscono come onde; se in concordanza di fase, si amplificano; se in opposizione, si annullano.

In tale ambito di complessità l’oggetto sfugge ancora alla presa concettuale.

Provo a inquadrare questi risultati negativi nella cornice kantiana. Tentando di fondare la scienza metafisica – un lavoro improbabile, simile a quello dello scrivente che tenta di pensare la psicoanalisi come scienza – Kant aveva previsto ma messo tra parentesi il fenomeno. Alla fine della nota sull’anfibolia dei concetti della riflessione, nella Critica della ragion pura Kant scriveva:

Il concetto più alto, da cui si suole prendere le mosse in una filosofia trascendentale, è comunemente la divisione tra il possibile e l’impossibile. Poiché ogni divisione presuppone un concetto diviso, va fissato un concetto ancora più alto e questo è il concetto di oggetto in generale (Gegenstand überhaupt) (assunto in modo problematico e lasciando indeciso se sia qualcosa oppure niente).

La nota si chiude con una curiosa tetrapartizione del nulla (Nichts), su cui lo psicoanalista farebbe bene a riflettere, magari per pensare l’anoressia-bulimia, la malattia mentale dell’oggetto “nulla”:

Concetto vuoto senza oggetto (ens rationis);

Oggetto vuoto di un concetto (nihil privativum);

Intuizione vuota senza oggetto (ens imaginarium);

Oggetto vuoto senza concetto (nihil negativum).

Gli oggetti empirici sopra presentati ricadrebbero nella categoria “senza concetto” (nihil negativum), di cui l’infinito sarebbe il prototipo “pieno”.

Cosa dire di meno filosofico? Lo spunto potrebbe venire da quanto ha sviluppato il fisico Carlo Rovelli negli ultimi anni, ben riassunto nel suo ultimo libro L’ordine del tempo (Milano, Adelphi 2017), che sviluppa nozioni ormai consolidate in meccanica quantistica. In sostanza, né il soggetto né l’oggetto esistono separatamente: solo la loro interazione esiste.

 

I campi si manifestano in forma granulare: particelle elementari, fotoni e quanti di gravità, ovvero “quanti di spazio”. Questi grani elementari non vivono immersi nello spazio: formano essi stessi lo spazio. Meglio: la spazialità del mondo [Cartesio direbbe la sua “estensione”] è la rete delle loro interazioni. Non vivono nel tempo: interagiscono incessantemente gli uni con gli altri, anzi esistono solo in quanto termini di incessanti interazioni e questo interagire è l’accadere del mondo; è la forma minima elementare del tempo. […] La dinamica di queste interazioni è probabilistica. Le probabilità che qualcosa accada – dato l’accadere di qualcos’altro – sono in linea di principio calcolabili con le equazioni della teoria.

Non molto diversa è la verità della psicoanalisi: non esiste un soggetto separato nel tempo e nello spazio dall’oggetto del desiderio; esiste la sincronia dell’interferenza tra soggetto e oggetto, che la psicoanalisi freudiana chiamava “vita psichica” (o più poeticamente “altra scena”) e la lacaniana più tecnicamente “fantasma”, inteso come luogo dove il soggetto è internamente escluso dall’oggetto.

Forse con l’aiuto di Schopenhauer si coglie meglio la filosofia sottostante al detto di Lacan. “Il soggetto comincia dove finisce l’oggetto”, disse Schopenhauer; sì, a patto di precisare che, se comincia, finisce dentro l’oggetto. Qualcosa del genere intuì la Klein con la sua identificazione proiettiva. Schopenhauer vide la doppia relazione del soggetto con l’oggetto (o mondo). La relazione verso fuori è la rappresentazione, che porta il soggetto a conoscere il mondo; la relazione da dentro è la volontà, che porta il soggetto ad agire nel mondo. Sostituendo alla volontà il desiderio dell’altro, si chiarisce meglio il senso della definizione lacaniana di fantasma. Lacan si avvicina alla verità dell’atto analitico, che consente al soggetto di situarsi nel mondo della vita (Lebenswelt) rispetto a ciò che l’altro vuole da lui, agendo alla frontiera dell’oggetto.

A quale topologia corrisponde l’esclusione interna? Ce n’è più d’una. Il soggetto potrebbe essere una sorta di frontiera interna all’oggetto, come la circonferenza interna della corona circolare che circoscrive il vuoto centrale. Oppure il soggetto potrebbe dividersi tra circonferenza interna ed esterna, posto che sia sempre possibile rovesciare l’una nell’altra con trasformazioni biunivoche di continuità: gli omeomorfismi che rivoltano il guanto destro nel sinistro; gli psicoanalisti le chiamano “proiezioni” e “introiezioni”, ignorando che si equivalgono. Se le frontiere sono due, distinte ma equivalenti, l’ipotesi freudiana della pulsione sessuale come “saldatura” tra somatico e psichico si conferma in forma debole. I topologi di lingua inglese parlano in proposito di cutting and pasting di superfici. Di fatto la saldatura delle due frontiere della corona circolare produce una ciambella, il toro, caratterizzato da due “buchi”, uno esterno al toro (verticale), e uno interno (orizzontale), il vuoto circolare.

Di fatto l’ipotesi delle due frontiere, l’una interna e l’altra esterna, non è solo una fantasia matematica, ma una realtà scientificamente consolidata. La frontiera interna è “genetica” e si localizza prevalentemente nel DNA del nucleo cellulare; la frontiera esterna è “epigenetica” e si localizza nel citoplasma nel complesso delle polinucleasi, formate da RNA e proteine, entrambi ad attività enzimatica; in risposta a circostanze ambientali la polinucleasi non modifica la sequenza nucleotidica del DNA, come farebbe una mutazione genetica, ma altera la sua capacità di espressione, aggiungendo radicali metilici o acetilici alla catena parentale. Talvolta la modifica è stabile come una vera mutazione genetica. L’opposizione tra Darwin e Lamarck sembra riassorbita: l’ereditarietà dei caratteri acquisiti dall’ambiente è acquisita. Per Eldredge le due parti, economica e genealogica, interagiscono stabilmente. Freud apprezzerebbe.

Dal punto di vista topologico, dentro e fuori, come individuale e collettivo o psichico ed effettuale o primario e secondario, si equivalgono pur rimanendo distinti come la faccia superiore e l’inferiore della corona circolare. Freud non lo sapeva, ma sapeva che dov’era l’Es deve avvenire l’Io – un modo topico per dire la topologia. Detto alla Schopenhauer, la volontà diventa rappresentazione, durante l’analisi, e la rappresentazione diventa volontà, fuori dall’analisi. L’attraversamento di queste frontiere rende l’analisi terminabile.

In conclusione, se la cura psicoanalitica ha un senso, è di non avere altra autorità che l’essere scientifica. Portiamo pazienza noi umanisti, se la domanda: “Cos’è un oggetto?” resta inevasa.

 

Bibliografia

 

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