La peste nella rete. Prima che tramonti un decennio. Seconda parte.

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6 novembre, 2018 - 06:49
Note a margine del Convegno di Lucca. “La psiche nella rete. Nuove opportunità e nuove patologie”. «Psicoanalisi e Metodo» IX, 2009, Edizioni ETS, Pisa, 2009, pp. 326.
 

 

«Una volta
un tale che doveva fare una ricerca andava in biblioteca,
trovava dieci titoli sull'argomento e li leggeva;
oggi schiaccia un bottone del suo computer,
riceve una bibliografia di diecimila titoli, e rinuncia
».
Umberto Eco
 
10. █ La relazione di Stefano Carta. Brevi riflessioni sugli spazi mentali, sull’Io e i suoi oggetti ha avuto un taglio duplice ma complementare.
Per un verso si è svolta lungo un rigoroso ragionamento psicologico/filosofico, fenomenologico/psicoanalitico, anzi decisamente antropofenomenologico, a riprova del fatto che le affinità tra la Deutung e l’Erleutung, sono strettissime. Infatti, basta solo richiamare brevemente le congiunzioni tra psicoanalisi e psicopatologia fenomenologica di Jaspers e Binswanger, tanto per citare due fra i più illustri psichiatri-filosofi. Dall’altro, si è caratterizzata per una maggiore perspicuità mitologico/simbolica, fonte primigenia dell’ispirazione tanto freudiana quanto junghiana. Quest’ultima strettamente apparentata alla riflessione di Karol Kerenyi (1897-1973) un rumeno di Timișoara, magica regione storica del Banato. e, più recentemente, ripresa da James Hillmann (1926-2911), uno junghiano statunitense di nascita ma profondamente europeo di cultura.
Dioniso è l’archetipo della vita indistruttibile e incontenibile, secondo Kerenyi. In questa duplicità/ambiguità – a quanto m’è parso di capire – andrebbe inquadrato il materiale deperibile ma altamente emotivo della parola e dell’immagine che s’incontrano nelle epifanie della Rete. La figura bidimensionale che mi rimanda lo schermo – ha detto efficacemente Carta – non abita lo spazio che abita il mio corpo. Questa conclusione è stata preceduta da un rapido cenno agli Einfall [037], ossia ciò che accade nella mente, dentro di noi, nella relazione con noi stessi e con gli altri, che poi è il riflesso di ciò che in fondo accade nella nostra relazione con il mondo e più in generale nella intersoggettività.
Il nostro rapporto con Internet, secondo Carta, avrebbe molto a che vedere con tutto-ciò-che-mi-viene-in-mente, uno dei passaggi cruciali, in Freud, dalla pratica dell’ipnosi alla tecnica delle libere associazioni. Freud ha spiegato come nella sua indagine sugli atti mancati, i lapsus ecc. quasi tutti i suoi pazienti lo conducessero al sogno. Nella nuova tecnica, invece, ci si doveva lasciare invadere passivamente e senza alcuna resistenza da qualsiasi idea o pensiero (Einfälle und Gedanke) anche il più insignificante, banale. Ora, se ho ben capito il pensiero di Carta, sarebbe proprio questa situazione di passività, di arrendevolezza, al limite dello stato ipnotico, che se funziona in analisi, diviene potenzialmente pericolosa per un soggetto che si ponga di fronte allo schermo del computer in una sorta di trance. Per Stefano Carta la permanenza in codesta situazione nasconderebbe una patologia insidiosa, appiccicosa, pressoché insuperabile qual è appunto la dipendenza.
Il rilievo è pertinente e sottile. Anna Arendt (1906-1975), ad esempio, fu una delle poche a denunciare l’inanità del pensare puro, senza critica. Questa trappola dell’Einfallen in cui caddero molti intellettuali e filosofi tedeschi, come Karl Jaspers, ancorché ostili al nazismo, fu fatale a molta parte dell’intellighenzia tedesca che sottovalutò Hitler. Un caso a parte e complesso, resta Heidegger, con la sua imbarazzante adesione al nazismo, tuttora oggetto di controversia. La Arendt vi fu legata affettivamente e segretamente, in quanto ebrea.
Puntuali le osservazioni di Carta anche sui rimandi di Internet alla mitologia. Dioniso, il dio della prossimità ambigua del corpo, del mio-corpo, è la macchina, è il medium. Quasi una protesi – se non ho frainteso il suo pensiero – che mi permetterebbe di accedere e dunque essere-nel-mondo-della-rete che io vivo, agisco e subisco [038].
Straordinariamente pertinente e suggestivo, per contrapposizione a Dioniso, il controverso mito di Efesto, ancora richiamato da Carta. Un’evidente un’allusione al computer/protesi delle umane schiavitù da Internet. Efesto (Vulcano), figlio di Era (Giunone), il dio vigoroso, abilissimo forgiatore d’armi e artistico creatore di oggetti e monili preziosi, sappiamo che era brutto e zoppo [039], ciononostante era ricercato per le sue straordinarie, anzi divine, abilità.
All’apprezzamento per la sua arte, tuttavia, corrispondeva non solo disprezzo e ripugnanza per la sua figura, ma anche un rifiuto a giacersi seco-lui. Il mito di fondazione di Atene, racconta che Efesto, tentando di possedere Atena con la forza, per l’improvvisa smaterializzazione della dea, cadesse a terra nel pieno dell’orgasmo, finendo per inseminare Gaia, la terra, da cui nacque Erittonio. Quest’ultimo (deforme come il padre, diverrà re di Atene), fu preso da Atena impietosita e affidato alle figlie di Cecrope che lo crebbero vegliato da un serpente. Ce n’è quanto basta per attingere a questa straordinaria ricchezza del mito (e del rito per differenziarli demartinianamente) per interpretare la Rete, il suo mito, il suoi riti, le sue distorsioni, le sue patologie, le sue dipendenze.
Tanto quanto basta per ricordare, come ha fatto Carta, La perdita dell’evidenza naturale un fondamentale testo di Wolfgang Blankenburg [040], finissimo psicopatologo di scuola fenomenologica, allievo di Klaus Conrad (1905-1961). Non è mancata infine – e non poteva essere altrimenti per chi di Stefano Carta conosce anche la preparazione dottrinale – una immersione nella fenomenologia esistenziale dell’essere-con allo stato puro. Ci ha così ricordato l’Io-Tu (Ich-Du), la Noità (Wirheit), di Martin Buber (1878-1965), il suo principio dialogico, il relazionar-si-a e il comunicare-con, preesistenti alla sterilizzazione di Internet.
Tutto ciò nel web – almeno dal punto di vista psicopatologico, antropologico e fenomenologico – diventa partecipazione impartecipe, condivisione solipsistica, koinonia di simulacri, di presenze, di ectoplasmi che affollano la Rete, dove non c’è vergogna perché non c’è l’oggetto, dunque la relazione si riduce a intimità tout-court. La Cybersex addiction riesce a demitizzare perfino la leggenda di Amore e Psiche, ha concluso l’oratore, e scusate se è poco.
 
11 . █ A movimentare il mare increspato della discussione tra i clinici e i teorici delle dipendenze patologiche della mente, si è abbattuta con foga la vivace relazione  Body-corpse: feticismi visuali tra corpi e metropoli di Massimo Canevacci. Un apprezzato antropologo visivo, dell’università di Roma che, per l’occasione, trascinato dal nostro ragionare in punta d’inconscio, ha dato l’impressione di andare a braccio, piuttosto che leggere l’intervento predisposto. Aveva, però, delle ottime immagini sul Power point.
Come che sia, il suo genuino entusiasmo ha contagiato l’ambiente e riscaldato i cuori con una serie di provocazioni brillanti e ben argomentate. Accusava gli psicoanalisti di usare un linguaggio stantio, datato all’inizio del secolo scorso, se non alla fine di quello ancor precedente. In pratica, ci rimproverava il nostro modo superato di delimitare il campo delle perversioni sessuali riducendolo a quello del feticismo e dei feticci, che attualmente circoscriviamo alle parafilie.
Gli era parso – come abbiamo capito dopo – che noi psichiatri, psicoanalisti, psicologi o quant’altro, fossimo rimasti al numero 19 della Bergasse di Vienna. Questo indirizzo corrispondeva allo studio dell’Herr Professor Sigmund Freud, col celeberrimo divano fotografato e infinitamente replicato come un feticcio esso stesso. Un luogo della memoria. L’Heimat, lo storico paese-patria di una tecnica e di una filosofia, ora divenuto museo.
Gli psicoanalisti, con tutto il loro farraginoso armamentario – teorie sull’inconscio, le elucubrazioni sugli atti mancati, i lapsus, il rimosso, l’interpretazione dei sogni e così di seguito – sarebbero archeologi obsoleti, intenti ad interpretare incunaboli e oscuri reperti di cavernicoli, completamente sopravanzati dall’evidenza accecante del postmoderno visivo e artistico, che si esprime con la forza delle sue immagini. Queste, per sommi capi, le critiche di Canevacci.
Guardare e lasciarsi sedurre dall’epifania, ossia dalla finzione costruita “artisticamente” che è l’immagine. Questa la sua incitazione perché il medium rappresenterebbe allo stesso tempo – se ho ben compreso il suo argomentare – il soggetto comunicante e l’oggetto della comunicazione. Nella comunicazione è essenziale soltanto ciò che appare e colpisce. L’assunto, anche abbastanza assertivo, che il feticcio visuale è il messaggio, a mio avviso, costituisce un impasto di vecchio gestaltismo e nuovo macluhanismo, mercatismo e pubblicitarismo, accreditabile come linguaggio dell’arte contemporanea. Con queste tematizzazioni si è presentato l’oratore e certamente non è passato inosservato.
Come poi ci ha chiarito meglio – cessata la foga della provocazione e accettate le vivaci contestazioni di De Masi e Di Ciaccia – Massimo Canevacci aveva principalmente a cuore le sorti dell’arte contemporanea. Questa, a suo dire, avrebbe l’irrinunciabile funzione di produrre cultura attraverso il messaggio delle immagini, cioè per il tramite dell’antropologia visiva, disciplina di cui egli è rinomato esperto e docente universitario da anni.
In ogni caso è stato un vulcano in eruzione. Dalla sua lanterna magica – una “pennetta” o “videofonino” o altra diavoleria mediatica in grado di proiettare tutto su qualunque parete e di comunicare con tutti in ogni parte del mondo – sono uscite sequenze da “effetti speciali”. In prevalenza immagini per catturare l’attenzione, colpire, fulminare l’osservatore, feticci, per l’appunto, creati dai “pubblicitari”, una categoria speciale delle cosiddette nuove professioni.
Queste sequenze venivano additate dal relatore come nuovi feticismi visuali o addirittura metafeticismi visivi. Lampeggianti bozzetti, manifesti, oggetti, cartelloni, fotomontaggi, erano sventagliati sull’austera parete bianca dell’Auditorio del “San Micheletto”. Si andava dai piercing ai tatuaggi di ogni genere e forma, dalla bolla che sporge sulla bottiglia di plastica dell’acqua minerale, agli orologi di marca dalle fogge stravaganti, dalle penne stilografiche ai profumi, brillantine, automobili, shampoo, bibite, alcolici ed altri prodotti commerciali, sempre associati a figure femminili con o senza partner la cui relazione sottesa era sempre ambigua.
Lubricità evidente, in queste figure femminili, finalizzata alla vendita o all’induzione all’acquisto di alcunché, mi veniva da pensare. Ben lontana dal precisionismo distaccato dei solari nudi femminili di Edward Hopper (1882-1967), maestro di spicco dell’arte contemporanea americana. I “pubblicitari” della Coca Cola trafficavano già da un bel pezzo per piazzare i loro “feticci”, quando il realismo del quotidiano di Hopper, giungeva ad abbatterli come birilli. Un’arte, la sua, che faceva scuola, tale da riconoscersi a prima vista. Si coglievano immediatamente il tratto, il colore, la luce di Hopper, così efficaci nel trasmettere la solitudine dura, l’inquietudine silenziosa, il disincanto inappellabile della vita metropolitana newyorchese della prima metà del Novecento.
I personaggi “finti” di questi “veri” spot commerciali in effetti alludono, anche per i costumi che indossano o le nudità che esibiscono, a situazioni sessuali perverse: sadomaso, dominanza, sudditanza, dipendenza e così via. Non è stato difficile scorgere sollecitazioni mentali da test proiettivi tipo Rorschach – nella migliore delle intenzioni [041] – piuttosto che raffigurazioni artistiche, in questi messaggi commerciali diretti a reclamizzare il prodotto. Spesso il prodotto è solo un pretesto, ma ciò che si associa è un desiderio indotto, anzi una bramosia dell’oggetto o della persona cosificata nell’oggetto che viene esibito [042]. Il brillante relatore ha citato perfino il “doppio vincolo” o “doppio legame” – il notissimo double bind di Bateson caro ai “relazionali” – per interpretare l’erotismo perverso del “sex appeal dell’inorganico” [043], che “i pubblicitari” riescono a conferire ai nuovi feticci, alle loro immagini, alle loro provocazioni “pubblicitarie”.
In tutta sincerità questi odierni epigoni di Warhol (1928-1987) quando si affannano a cercare l’immagine-che-buca-il-video, o di D’Annunzio (1863-1938) allorché si arrovellano per trovare il motto-che-incrementa-la-vendita, sono bravissimi. Provocatori attenti e intemerati, anticonformisti anche geniali. Eppure talvolta danno l’impressione di gravitare sull’area commerciale, piuttosto che su quella dell’arte postmoderna e contemporanea. Naturalmente un’arte cultrata quanto basta della tradizionale cultualità benjaminiana, per essere meglio apprezzata “dalle masse”. Questo fatto mi ha fatto tornare alla mente le parole fulminanti di Ennio Flaiano (1910-1972): “Ah! Le avanguardie del giorno dopo” oppure “I capolavori oggi hanno i minuti contati”. Lo scrittore pescarese, tra una sceneggiatura cinematografica dettata al civico 22 di Via Po’ [044], e una riflessione ai tavolini dei Bar di Via Veneto (anni dolcevita), amava sciorinare i suoi celebri aforismi al vetriolo.
La cultura digitale – ha sostenuto Canevacci – costituisce una vera discontinuità con tutta la cultura precedente. Nessuna difficoltà a riconoscerlo: ogni fatto che è accaduto dopo ha rotto equilibri precedenti. Ci ha anche illustrato il discrimine temporale che esiste tra un prima e un dopo Internet (alla stregua di un before e di un after Jesus Christ), che si può condividere come ho detto all’inizio. Ma quando ha dichiarato che i pubblicitari sono i veri protagonisti della cultura e del nuovo linguaggio dell’arte contemporanea, o qualcosa molto vicino a questo concetto, sono rimasto disarmato. Sono, tuttavia, consapevole dei miei limiti.
Ero fermo all’antropologo, etnologo, filosofo francese Marc Augé, (1935) convinto che dalla postmodernità si fosse già transitati nella surmodernità, dove le immagini ubiquitariamente e ossessivamente replicate da Internet fossero la nostra “grande illusione”. Sapevo del suo ultimo Où est passé l’avenir? [045], ed ero pessimista credendo che il nostro presente presentificato nel nostro Web quotidiano, sovracomunicante, orfano della storia, ipnotizzato da un futuro atemporale, ageografico, chiuso nella Rete ci condannasse anche all’eradicazione, alla demitizzazione, come pensa il saggista di Poitiers ex direttore dell’EHESS. Con poche prospettive che non fossero quelle dell’immortalità virtuale. Forse ero in errore. Per mia ignoranza, certamente colpevole. Mancavo (e manco tuttora) di informazioni minimamente adeguate a comprenderne la sintassi, la fonetica, la semantica e perfino la struttura di codesta arte figurativa postmoderna. Dopotutto la mia professione non è artistica, è stata l’accidiosa giustificazione che mi son data.
Semmai, m’è sorto qualche dubbio, pensando che il compito precipuo dello psichiatra clinico fosse quello di confrontarsi principalmente con la patologia mentale e la sofferenza psichica ad essa collegata. Non si può negare che da molti anni esistano studi di settore e una cospicua letteratura sul rapporto tra arte e psicopatologia. Una querelle antichissima. E non si può neppure sottacere che tale rapporto sia oggetto di speculazioni interdisciplinari molto specializzate. Dunque, in attesa di emendare questa lacuna personale ho finito con l’accettare per buono e vero tutto quanto andava sostenendo l’oratore a proposito dell’arte contemporanea [046].
M’è parsa ragionevole e sostanzialmente condivisibile la tesi del professor Canevacci che Gregory Bateson (1904-1980) per l’antropologia culturale e Norbert Wiener (1894-1964) per la cibernetica, debbano ritenersi gli artefici principali del viraggio culturale sfociato nella rivoluzione del Web. Da questa mutazione in poi – a giudizio dell’oratore – avrebbe preso a dipanarsi la pop art, ossia l’arte popolare contemporanea, per strade diverse da quelle tradizionali. La figura maieutica di scambio o meglio di cambio di direzione è stato Walter Benjamin come opportunamente Canevacci ci ha rammentato.
Walter Benjamin (1892-1940), infatti, aveva già anticipato, nel 1938 [047], le questioni poste dalla comunicazione analogica (in altre parole continua, ovvero non numerabile) e di quella digitale (ossia discreta, numerabile). Benjamin – tra l’altro amico di Bertold Brecht (1898-1956), radicale innovatore della rappresentazione satirica teatrale – ha scritto un saggio memorabile sull’arte contemporanea che muta totalmente i canoni dell’estetica tradizionale e dei suoi riti cultuali. Il prodotto artistico, ormai desacralizzato, privo cioè di quell’aura di religiosità che ha sempre circondato le creazioni artistiche della tradizione – questa la tesi di Benjamin – può essere orientata in direzione delle “masse”. Concetto ambiguo, ma non snobistico né elitario, del filosofo tedesco morto suicida a 48 anni. Il suo intento era quello di arricchire spiritualmente le “masse”, senza banalizzare l’arte, né sminuire l’estetica come nozione del bello. A parte le “aure” epilettiche descritte magistralmente da Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881), ritengo che l’aura esaltante l’arte sia transumata con la volatilità eterea dell’eidolon, nella psüché del mercato pubblicitario incarnandovisi nelle forme di “anima del commercio”, come recita l’adagio celeberrimo.
In tutto questo singolare dibattimento, erano riconoscibili le controverse tematiche, e le roventi polemiche suscitate negli Stati Uniti, oltre un decennio addietro [048], dalla psicoanalista freudiana e femminista Louise Janet Kaplan (1929-2012), che Canevacci certamente conosce e probabilmente non ama, come altri, del resto, sia sul versante della critica d’arte contemporanea, che su quello della teoria psicoanalitica.
Forse vale la pena, giacché il tema del Convegno era centrato sulle perversioni, attualizzate all’era del medium, spendere due parole sulla Kaplan, psicoterapeuta, autrice newyorkese di libri di successo, premiata col “National Book Critics Circle Award” per Perversioni femminili. Le tentazioni di Emma Bovary. Da questo suo saggio è stato tratto il film Female perversion (USA, 1997) di cui ha curato la sceneggiatura. Osannato dalla critica femminista, stroncato dalla critica maschilista, discusso dalla critica sessista in generale [049].
Le tematizzazioni del corpo, dei corpi, fotografati, dipinti, trapassati, scomposti, replicati, praticamente cosificati sono state illustrate da Massimo Canevacci premettendo la fondamentale distinzione tra corpo vivo body e corpo morto corpse  [050]. Osservazione giustissima e illuminante, che tuttavia non coglie impreparati quegli psichiatri e psicopatologi di scuola fenomenologica (Cargnello, Callieri, Borgna) che, attenti alla lezione di Sartre e Merleau-Ponty, hanno riflettuto a lungo sulla corporeità: le nozioni di corpo-che-sono, corpo-che-ho, embodiment.
Infine, il professor Canevacci, si è lungamente soffermato sulla cultura digitale, come vera avanguardia dell’arte contemporanea: i “quadri”, le “invenzioni”, le “provocazioni”, le “proposte” di questo movimento costituiscono una serie di “feticismi digitali” o almeno in questo senso andrebbero compresi e valutati. Il mercato pubblicitario, ha poi spiegato, non sarebbe altro che un feed-work [051] che, a suo avviso, se non andiamo errati, avrebbe il compito di inondare continuamente l’universo mercatistico del medium. Praticamente bombardando  serialmente – ci si perdoni il bisticcio e l’irriverenza – il set dello spot.
In conclusione il relatore ha dato ai lavori della mattinata preziosi elementi di discussione circa la possibilità di costituire una etnografia del web, di analizzare i materiali etnografici della Rete in senso benjaminiano. Il risultato di utilizzare le tecniche digitali in una dimensione auratica virtuale (il digital auratic), sarebbe la possibilità – se ho ben capito – di assemblare immagini (per marchiare, segnare, rendere domestico al colpo d’occhio delle “masse”) come la “bolla” sull’involucro di plastica della minerale, l’orologio della impudica fanciulla nuda che invita a toccarle tutto tranne l’oggetto griffato (don’t touch mystatus symbol) e altro ancora. Mi sembra che in una simile galleria d’arte contemporanea potrebbero ben figurare anche i “cortissimi” da reclame, come la “red passion“ di quell’aperitivo proposto da un’irresistibile modella in decolleté rosso vermiglio, il “profumo griffato” della giovane coppia che mima un inizio di copulazione in barca a remi (gozzo rigorosamente in legno) davanti alla “Grotta azzurra”, la nerboruta Nazionale di rugby nello spogliatoio del dopopartita che pubblicizza… da cui si evince l’attuale sostanza pubblicitaria dei corpi. Tutte cose di estremo interesse artistico ma poco utilizzabili nella clinica e nella psicoterapia. Queste, però, ad onor del vero sono mie associazioni, Canevacci non c’entra.
Del campo ottico dell’antropologia visiva, la parte più vicina al nostro lavoro terapeutico mi son sembrate le figure dei pubblicitari, utilizzabili come eccellenti test mentali proiettivi di una psicologia della postmodernità. Invece, la parte meno utilizzabile dall’osservazione della psichiatria clinica, dalla riflessione psicoterapeutica e psicopatologica, resta, a mio avviso, la presentificazione della corporeità replicata dal e nel medium. Il messaggio pubblicitario, ossia l’attuale attività mediatica, dagli spot alla cartellonistica, dalla manipolazione e contraffazione dell’immagine, al "trentasecondi", non è altro che la presentificazione dell’essere, schiacciato (ipostatizzato) sul presente.
Non è detto che la contemporaneità possa ridursi all’attualizzazione della storia. Neppure che la presentificazione dell’immagine pubblicitaria del quotidiano, replicata fino all’assuefazione, rappresenti l’essenza della storia dell’arte contemporanea. Il bombardamento retinico dell’occhio umano attraverso la ripetizione seriale di immagini visibili in ogni angolo del mondo, potrebbe essere destinata a restare cronaca. Sarebbe uno scacco terribile per l’arte moderna se queste rappresentazioni restassero uno spaccato d’epoca, semplicemente il fondale posticcio di uno Zeitgeist per collezionisti di locandine d’antan.
 
12. █ L’ultimo relatore della giornata Marino De Marinis (last but not least) si è cimentato con un saggio: La mente ai tempi di Internet: dall’apertura verso molteplici mondi al collasso perverso, altrettanto difficile di quelli che lo avevano preceduto. Però ha avuto il duplice merito, almeno per me, di riportare il tema del Convegno su un terreno più familiare alla psicopatologia mentale e di esplorare un arco di sviluppo dell’era Internet, per così dire, ab urbe condita fino ai giorni nostri.
La sua premessa è stata semplice e lineare. Una descrizione rigorosamente tecnica, quasi gaddiana del mezzo tecnico. Definire innanzitutto il campo e le modalità di accesso alla rete. In concreto, si deve necessariamente partire dalla disponibilità di un medium, poniamo un computer fisso, ma anche un portatile, il cabinet e le dotazioni di prammatica: monitor, mouse, casse audio, alimentazione elettrica, modem, webcam. Esagerando la banalizzazione si potrebbe dire che la moderna comunicazione presuppone la disponibilità di una spina elettrica (riferendoci sempre al computer fisso), un modem, un plug telefonico (con accessi permanentemente collegati a Internet si va più veloci) e il pagamento dei relativi canoni. Naturalmente dopo essere passati al centro commerciale sottocasa ed aver provveduto all’acquisto di un Personal Computer, anche a rate.
A quel punto si entra in possesso di una “macchina”, un utensile, un elettrodomestico, o come altrimenti si voglia definire il computer. Tutti questi elementi materiali presuppongono uno sviluppo tecnologico molto sofisticato. Ma l’insieme di questo apparato comunicazionale non può prescindere da un corteo infinito di precursori: da Galileo a Newton, da Volta a Lumière, da Meucci a Marconi e così via, fino ai teorizzatori degli effetti pervasivi che la comunicazione mediale sarebbe in grado di esercitare sull’immaginario collettivo. Tanto Marshall McLuhan (1911-1980) a cui dobbiamo l’efficace slogan “il mezzo è il messaggio” quanto il suo allievo prediletto il vallone Derrick De Kerckhove (1944) hanno lavorato in questo campo denunciandone i rischi.
È chiaro che tra la televisione e il computer esistono molte affinità ma anche differenze sostanziali. Un palese “conflitto d’interessi”, si potrebbe dire, nel linguaggio politico italiano contemporaneo. Ma in realtà si tratta di due platee di soggetti radicalmente differenti, ancorché non separati e neppure diversi. Intanto i teledipendenti non sono necessariamente i cyberdipendenti. Per età, innanzitutto, poi per condizione economica, mentalità e cultura generazionale, tuttavia non si possono escludere commistioni fra le due popolazioni di fruitori delle multimedialità.
Diverse anche le patologie. I consumatori di televisione, sono propriamente spettatori passivi, destinatari di una manipolazione pervasiva del loro immaginario collettivo, imprigionati dalla loro stessa teledipendenza. I fruitori di Internet, invece, sono attori liberi di spaziare nella rete che tutti possono manipolare, ma (forse) non ancora monopolizzare, malgrado reiterati assalti di tycoon, regimi autoritari, monopolisti di professione e ogni sorta di avventurieri. Resta il fatto che al momento in cui scrivo queste note, non mi risulta che sia stato possibile impedire totalmente l’accesso alla Rete. Ogni ostacolo è facilmente superabile e l’informazione, le idee (belle o brutte) continuano a circolare. Si potrebbe dunque parlare di “scelta” per coloro che decidono di trovare “liberamente” i loro addict nel mondo del web.
Ebbene, l’invito di De Marinis a tornare alle cose del computer, partire, cioè, dalla matericità dello strumento mi sembra un po’ l’uovo di Colombo: semplice e al contempo geniale. Ricorda le origini del movimento fenomenologico – quello dell’intenzionalità della coscienza in funzione antipsicologistica (Husserl, Bolzano, Brentano) – il cui motto era ” torniamo alle cose stesse” [052]. Inoltre, suggerisce implicitamente una salutare operazione di resettaggio della macchina che, non sarà proprio una riduzione fenomenologica, ma consente di ripartire dal PC e dalla Rete, ricapitolandone la storia e ridisegnandone il contesto di sviluppo.
Questa mossa preliminare suggerita da De Marinis, favorisce una serie di considerazioni. Tanto per cominciare una riflessione sulla storiografia, perché chi non conosce la storia in generale resta bambino, dunque indifeso, ma chi possiede uno strumento e ne conosce l’uso ignorandone la storia resta ignorante. Dunque pericoloso al pari di una mina vagante. Ma la storia, per noi medici e psicologi della mente, comprende, anche e soprattutto, l’anamnesi dei pazienti, l’innere Lebensgeschichte, la storia interiore della presenza e tutti sanno che raccogliere un’anamnesi è come fare storia e cronaca allo stesso tempo. Nella pratica clinica, però, la cronaca potrebbe essere l’epifania di una patologia silente slatentizzata dalla condizione protesica offerta alla mia corporeità dalla macchina (l’addict).
A ben riflettere, tuttavia, la domanda è anfotera. È la “macchina”, o meglio è la struttura condizionante ad offrirsi alla mia corporeità o viceversa sono io che intenzionalmente mi dirigo verso la struttura non sapendo resistere al suo richiamo, né alla sua lontananza dalla mia intimità? Non è soltanto una questione di prossemica con un’alterità inorganica e virtuale, ancorché elevata al rango parafilico di feticcio dematerializzato.
Qui il discorso sul mondo della Rete si fa serio e merita di essere approfondito. Potrebbe sembrare ingenuo, ma resta difficile esimersi dal porre pregiudizialmente alcune questioni. Cosa c’è nel mondo della Rete? Cosa si vende, cosa si può acquistare, che ruolo gioca la pubblicità, quale potere ipnotico esercita, quali royalties sono schierate sul campo e si disputano la supremazia?
Facciamo un esempio. Se è vero che l’immagine è il messaggio, subito dopo viene da chiedersi cosa sia quello che comunemente chiamano logo. Dovremmo ritenerlo qualcosa di più di un semplice simbolo nel mondo della segnaletica stradale della rete? Nel mondo mediatico il logo diviene un marchio di fabbrica, ha riconoscibilità universale, risale ad un gruppo di potere che lo esibisce e lo diffonde. In estrema sintesi il logo è la pubblicità, alimenta il mercato della pubblicità, che a sua volta gli consente di perpetuarsi praticamente senza fine, sicché entrambi, in un abbraccio perverso, si autoalimentano a spese di (vampirizzando) quell’entità psicofisica pulsante, fantastica, simbolica, vitale, autenticamente umana, che è l’immaginario collettivo. Si spiegherebbe, forse, anche, perché l’umanità talvolta sia colta dalla fascinazione del blackout come attrazione dell’horror vacui, ma il discorso sarebbe lunghissimo. Potremmo scoprire che dal percorso della cinta di Moebius, artificialmente infinito, distorto, umanamente dismorfico, siamo gradualmente tornati sul cammino della storia, finito, lineare, fattuale, morfologicamente umano, dove ancora ci attende irrisolto l’antico concetto freudiano dell’istinto di morte.
A questo punto è necessario prestare attenzione al potere occultamente persuasivo della pubblicità. Il marchio (o logo che dir si voglia) rivela un padrone, ma contiene anche un’avvertenza, un invito, un obbligo. Induce una serie di desideri ma può ingiungere anche proibizioni, scelte, comandi, tutti subliminali, quelli che si aggirano nell’universo della trance. I grandi imperi monopolistici mediatici come ad esempio Mediaset (Berlusconi) e Skay (Murdoch) conoscono benissimo i meccanismi della psicologia di massa, dell’intrattenimento e dell’informazione della medesima (la massa indistinta), relativamente all’elettrodomestico televisione. Dispongono di apparati di programmazione e rilevazione degli ascolti (lo share) da fare invidia alla mitica “Sala dell’ammiragliato britannico” dei vecchi film di guerra che, gli stessi gruppi massmediologici, propinano nelle ore di maggiore ascolto ai pensionati sedentari. La Microsoft (Bill Gates) fa altrettanto per quanto concerne l’universo dei computer e la Rete, ma non è la sola.
Nel mondo commerciale globalizzato (il neologismo glocalizzato indica anche quello localizzato), la diffusione del marchio/logo è strategica, vincente, fondamentale, ma ambigua e pericolosa [053]. Quando la pubblicità è intrusiva subdola, ripetuta, può causare guai seri, psicopatologie gravi, producendo un bombardamento della sensorialità. Le tecniche psicologiche della strategia comunicazionale, sono quelle classiche utilizzate nelle torture psicologiche dai regimi totalitari di tutto il mondo. L’iperstimolazione convogliata nel sistema talamico a proiezione corticale diffusa della formazione reticolare ascendente [054], ha gli stessi effetti nocivi della deafferentazione totale quale si realizza nella deprivazione sensoriale. La percezione acustica e la visione, in particolare, sono le vie più facilmente aggredibili da alte dosi di suoni e immagini diffuse dalla multimedialità.
C’è un altro aspetto, niente affatto secondario, perché muove enormi interessi economici mondiali, non esclusi quelli dottrinali e pubblicitari veicolati dal web. Tutto quanto gira in Internet pone non soltanto questioni di concentrazione di potere (con relativi tentativi di controllare, oscurare, manipolare, vietare l’accesso alla Rete), ma anche questioni etiche e giuridiche rilevanti.
Come si vede gli interrogativi sono numerosi e si snodano parallelamente a partire dalla definizione elementare del medium proposta da De Marinis, vale a dire dalla enumerazione dei suoi componenti materiali e dei suoi statuti di base. Esistono regole, sanzioni? Certamente si ma quali? Concordate fra chi? Chi le giudica? E ancora. Se c’è una patologia, anzi una psicopatologia, esiste una fisiologia, una psicologia di Internet? Chi paga cosa e a chi? Chi proibisce cosa e a chi? Sappiamo che ci sono le cosiddette “sicurezze” dei colossi mediatici, ma anche agguerritissime polizie nazionali e internazionali per evitare attacchi informatici terroristici, che circolino scene violente, materiale pedopornografico, commerci illeciti e così via. Ma come la mettiamo con la faccenda di poter scaricare musica, libri, film e opere dell’ingegno, di proprietà degli autori e degli editori (sottoposti, tra l’altro, a vincoli di copyright che ne tutelano i diritti), senza pagare nulla a chicchessia, com’è avvenuto sinora?
Il tutto gratis sta sollevando un dibattito nell’interdipendenza dell’economia mondiale. Chris Andersen (1961, Londra), direttore di “Wired magazine” dal 2001 al 2012, un fisico divulgatore, ritenuto il padre della teoria della coda lunga (long tail) descrive la “cross-subsidies economy”, ossia il meccanismo di legare l’acquisto di un prodotto necessario ad un altro non necessario ma gratuito che invoglierà poi l’acquirente ad acquistare il secondo indipendentemente dal primo. Insomma la creazione di un mercato parallelo gratuito – una vera e propria dipendenza – è un nuovo tipo di economia, la Freakonomics, destinata a rivoluzionare il mercato nella Rete.
Da quando è arrivato il silicio nei transistor – sostiene Andersen – «non è mai esistito un mercato più competitivo del web», e ancora «ogni cosa toccata dall'hi-tech inizia volente o nolente il cammino del gratis». Nel mondo della Rete il business del free contempla tre soggetti: “acquirente”, “venditore” e “pubblicitario”. Quest’ultimo, ossia l’anello commerciale che lega i primi due creandone l’interdipendenza è quello che sborsa il denaro iniziando questa specie di catena di sant’Antonio. Il suo ultimo libro intitolato Free. The Future of a Radical Price. 2008 ha ricevuto un’intervista/recensione da Federico Rampini [055] nella quale Andersen conclude che «bisogna rassegnarsi al fatto che Internet cambia tutte le regole del gioco: è una grande piattaforma aperta, consente un’esplosione illimitata di nuovi contenuti, la fine di vecchi oligopoli, il crollo di molti prezzi e di molte barriere all'entrata».
Ebbene, per chi lavora nella patologia mentale e nelle dipendenze sarebbe di estremo interesse indagare anche i meccanismi che presiedono alla diffusione di “droghe” mediatiche (addict) a costo zero, perché è evidente che il problema non sta nella “macchina” ma nella psiche umana. Per quanto più strettamente attiene alla neuropsicofisiopatologia della dipendenza da Internet, possiamo dire che fra i tanti rapporti mente-cervello, se prendiamo in esame, per esempio, il tragitto delle immagini, dobbiamo tener presente che l’occhio – una estroflessione del diencefalo – penetra con lo sguardo, mentre la retina è penetrata dalle immagini. Questo circuito anatomo-psico-fisiologico [056] di ricezione visiva ha, fra le tante, una antipodica possibilità di “vedere”, in funzione dell’intenzionalità della coscienza. Si può esercitare un’attività d’indagine osservando curiosamente una realtà sospettabile: il film di Hitchcock La finestra sul cortile (USA 1954) resta un classico inimitabile. Ci si può, invece, immergere nella tematica voyeristica come nel film di Stanley Kubrik Eyes Wide Shut (UK e USA, 1999), altro classico del genere, tratto da Doppio sogno di Arthur Schnitzler.
Dieci anni fa scrivevo che la diffusione del fenomeno adolescenziale dello youtubismo dove il videofonino ”perverso” scruta parafilicamente “in diretta” la trasgressione e la violenza, coniugando voyeurismo ed esibizionismo, era qualcosa di nuovo, inquietante, frequente e ancora tutto da comprendere. Oggi, non ho risposte nuove. Il mio livello di comprensione non ha proceduto d’un passo. Altri colleghi certamente proseguiranno.
 
13. █ Consuntivo provvisorio
La giornata di studio fu intensa e proficua, per tutti. Personalmente mi ero già occupato di patologia mentale da cyberdipendenza [057] e dunque, potei approfittare di un prezioso aggiornamento. Assistetti ad una rassegna sufficientemente completa di nuove situazioni psicopatologiche, talora di dipendenza-passività, talaltra di ossessione-compulsione, sadismo, masochismo, esibizionismo ed altre parafilie sedentarie da video/consolle interattiva, fino a raggiungere veri e propri passaggi all’atto perverso, con modalità esplosiva similcatatonica.
Infinita la gamma di sfumature (di maggiore o minore gravità clinica) che sono state osservate e segnalate parallelamente alla diffusione ed allo sviluppo comunicazionale sempre più sofisticato del medium. Abbiamo ascoltato dai Colleghi rappresentazioni di personalità narcisistiche, compiacimenti autoreferenziali, giochi complessi di travestimenti, dissimulazioni ingannevoli, imposture insidiose, trappole lascive e finanche “proposte terapeutiche” o altre “occasioni imperdibili”, consentite dalla complicità passiva dell’occhio rosso della web-camera. Pareva quasi di vederle queste parafilie descritte dai Colleghi: ombre fraudolente di sinistre malmignatte (vedove, ovviamente nere), adagiate sull’imbuto delle maglie della Rete, in attesa della prossima preda (non aracnofobica, evidentemente). Non va, tuttavia, trascurato il fatto (psicopatologicamente rilevante) che tutto ciò consente di anestetizzare emozioni attinenti alla categoria del pudore e della vergogna, e dunque la rimozione della critica e della morale.
Il gran teatro della vita non poteva avere miglior palcoscenico che quello fornitogli da Internet, per rappresentare tutte le possibili declinazioni esistentive dell’essere senza l’avere. La rivoluzionaria invenzione della Rete offre in effetti, tutte le opportunità di esibire veri e propri simulacri della presenza. Un discorso a parte meritano gli aspetti comunicativi veri e propri. Essi, fra le altre cose formali, riguardano l’autenticità dei rapporti tra le umane presenze che più radicalmente attengono alle categorie del vero e del falso, dell’essere e dell’apparire, della simulazione e della dissimulazione. Pensando, invece, alla modernizzazione della “comunicazione” vi è da rallegrarsi. L’impossibile sembra a portata di mano, tutto è facilitato, ma l’Io si periferizza fino a perdere ogni contatto con la propria realtà più intima. L’Ego-centrismo e l’Ego-periferismo, per usare neologismi psicologici, sono due radicali polarità dell’umano che conducono a pensieri prossimi all’alienità, comunque dissintonici rispetto alla meità, all’alterità e al principio di individuazione.
L’uomo andò sulla Luna nel 1968. Si è appena finito di celebrare – annotavo allora negli appunti – lo stanco quarantennale di un progetto spaziale che, si dice, non sarà ripreso,. Carl Gustav Jung (1875-1961), che dei voli spaziali ebbe notizia prima di concludere la sua esistenza, già nel 1961 avvertiva profeticamente: «I voli spaziali non sono altro che un'evasione, una fuga da se stessi, perché è più facile andare su Marte o sulla Luna che penetrare il proprio stesso essere». Esortazione antica, peraltro, quella di conoscere sé stessi, cercare la verità nel profondo: un’antropologia filosofica da Democrito a Socrate a Goethe, eppure continuiamo perennemente a fuggire da noi stessi.
Ora, poiché i principali, anzi gli esclusivi fruitori della Rete sono gli esseri umani – e, sia detto per inciso, anche quelli più avvantaggiati della terra, quanto a censo, benessere e istruzione – non c’è da meravigliarsi se nelle navigazioni mediatiche, si possa restare impigliati in situazioni rischiose o cadere nella tentazione di tessere relazioni tra le più radicalmente inautentiche e perverse. Se fosse ancora vivo Ludwig Binswanger (1881-1966), è probabile che alle sue Drei Formen missglückten Daseins: Verstiegenheit, Verschrobenheit, Manieriertheit, ne aggiungerebbe una quarta sulla “fuga nella realtà virtuale” sottolineandone i rischi di chiusura al mondo e di dipendenza da un mezzo che elargisce realtà virtuali.
Un consuntivo di quella giornata, prima che tramonti il suo decennale? È possibile sintetizzare almeno due opinioni provvisorie su due questioni: la Rete e la Clinica.
La Rete? Uno strumento di conoscenza possibile, probabile e indiretta di una realtà posticcia e irreale, ma assolutamente necessaria, probabilmente indispensabile.
La Clinica? Parafrasando un celebre aforisma di Carl von Clausewitz (1780-1831), famoso generale prussiano, non come Napoleone ma coevo, la rete potrebbe essere la palestra clinica per la prosecuzione di una “psicoterapia/psicoanalisi” presunta, con altri mezzi altrettanto presunti, impropri e rischiosi. Dal canto suo, il nostro impareggiabile moderatore Alberto Shön non si è lasciato sfuggire l’occasione di aggiungere che il medium è un mezzo atto a sollecitare i più eterogenei desideri di onnipotenza. Una splendida perla riassuntiva a suggello di quel nostro incontro.
Tornando a Roma in macchina con Nino Lo Cascio e ragionando con lui sul concerto di opinioni discordanti sulla Rete, andate in scena all’Auditorio del complesso culturale “San Micheletto” mi sono risuonati i versi di Montale
 
«Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
 
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto». [058]
 
 
Note al testo (seconda parte)
[037]. Il termine deriva da Einfallen, che è l’accadere-dentro, usato da Freud in Psicopatologia della vita quotidiana, il was Einfällt, ma significa anche intrappolare, ridurre l’esercizio della critica come accade negli stati ipnotici.
[038]. Dioniso, infatti, che i Latini chiamavano Liber Pater, o semplicemente Liber (Bacco) era il dio italico della fecondità, del vino e dei vizi. Dopo che il Senato romano abolì i culti di Bacco, gli Italici ne inventarono altri, meno sfrenati dei baccanali. I contemporanei, attualmente seguono i riti di Internet, che sono molto più inquieti e inquietanti di quelli protostorici, proprio per la loro diffusione planetaria
[039]. La sua malformazione ai piedi, che lo costringeva a camminare col bastone, non era la sola. L'orrido aspetto fisico di Vulcano era dovuto anche ai politraumatismi infertigli dall’ira di Zeus (Giove), che lo aveva scaraventato giù dall’Olimpo. Secondo un’altra versione, la deformità era congenita. In tal caso sarebbe “diaginica, mitocondriale”, accreditando l’ipotesi che sia nato per partenogenesi di Giunone, la quale voleva vendicarsi di Giove. Zeus, a sua volta, avrebbe successivamente fatto altrettanto, generando Atena con l’aiuto di Efesto che gli praticò un foro nella teca cranica.
[040]. Wolfgang Blankenburg. La perdita dell'evidenza naturale. Un contributo alla psicopatologia delle schizofrenie pauci-sintomatiche. Curatore: Salerno R. M. Traduttore: Filippo Maria Ferro. Raffaello Cortina, Roma, 1998. Un libro che esamina la carenza o la perdita di quella condizione di base che è per tutti noi l’ovvietà dell’"evidenza del mondo", nell’angosciosa perplessità psicotica. Proprio quando viene meno, questa ovvietà, mostra il suo ruolo fondamentale nel nostro esistere.
[041]. C’è infatti una scuola di pensiero che attribuisce a questo clima di fiction pervasiva e soprattutto al controllo dei mezzi di comunicazione di massa un’influenza strategica nella formazione del consenso, dunque un potere politico da ipnosi collettiva quasi invincibile, come sta avvenendo da circa un quarantennio in Italia.
[042]. Talvolta, anche per salvare la faccia a questa bieca operazione del business si prestano volti e presenze di gente famosa che accetta di fare promozione sociale gratuitamente (?), i cosiddetti “testimonial”.
[043]. Canevacci fa qui riferimento a Mario Perniola. Il sex appeal dell'inorganico. Einaudi, Torino, 2004. Tale autore indaga un nuovo tipo di sentire sessuale nelle sue affinità e diversità rispetto alle parafilie (sadismo, masochismo, feticismo e necrofilia). Tale sentire, a suo avviso, sarebbe il punto d’arrivo di una riflessione sul concetto di cosa che ha coinvolto la filosofia moderna da Cartesio e da Kant fino a Heidegger e a Wittgenstein, e nel sex appeal dell'inorganico troverebbero il loro punto d'incontro la ricerca filosofica, la sperimentazione artistica, l'immaginario scientifico e l'esperienza personale contemporanea.
[044]. La mitica sede romana della “PEG film”, la casa di produzione cinematografica di Lorenzo Pegoraro, dove Laura Michetti-Boattini (un’amica carissima familiare), passava a macchina le invenzioni di Flaiano, Pinelli, Zavattini, Fellini, Guerra e altri giganti che hanno fatto la storia della cinematografia italiana degli anni ’50 e ’60.
[045]. Marc Augé. Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al nontempo, traduzione italiana di Guido Lagomarsino. Elèuthera, Milano, 2009.
[046]. Mi dovrei però anche convincere che i pubblicitari hanno a che fare con l’arte contemporanea cosi come gli stilisti e forse anche i graffitari e i creatori d’immagine dei politici in campagna elettorale. Ma dovrei anche farmi persuaso che realmente Il diavolo veste Prada. Dai tempi del film di David Frankel,e nel romanzo di Lauren Weisberger, sento ripetere (e credere) che il linguaggio del corpo è il linguaggio dell’abbigliamento e viceversa. In realtà la pubblicità parla attraverso il linguaggio commerciale dei corpi. Ma si odono anche patenti banalità da gossip riferite all’immagine del tipo “quando una donna si taglia i capelli vuol dire che ha cambiato compagno” o che il personaggio famoso usa proprio quello shampoo perché “lui vale”. E se un uomo si tosa a zero cos’ha cambiato? E uno che non vale nulla, che fa, non si lava i capelli? E se qualcuno perseguisse la calvizie per la fobia dello shampoo quali conseguenze ricadrebbero sull’arte contemporanea?
[047]. Walter Benjamin, L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, traduzione di Enrico Filippini, introduzione di Cesare Cases, nota di Paolo Pullega, Einaudi, Torino 2000 (1a ed. 1966).
[048]. Si veda Louise Kaplan. Perversioni femminili. Le tentazioni di Emma Bovary. Traduzione Maria Nadotti. Cortina, Milano, 1996 e Id. Falsi idoli. Le culture del feticismo. Centro Studi Erickson, Gardolo (TN), 2008. Nella quarta, da cui riassumiamo, si legge: «la grande psicoanalista newyorkese che in "Perversioni femminili" aveva disvelato il mondo intimo delle donne, con questo libro … racconta la marea montante di una nuova insidia della postmodernità: la strategia feticista. Non sono più in questione soltanto le pratiche sessuali bizzarre …  tacchi a spillo, frustini e giarrettiere, rituali «rassicuranti» e sostanzialmente innocui. Sono comparsi innumerevoli nuovi feticci: la maglietta griffata il cui possesso può valere il rischio di uno scippo; i tatuaggi, i piercing e i tagli sulla pelle che gli adolescenti si fanno per cercare invano un senso «tangibile» in una vita che si svuota di significato; le merci, in particolare, le innovazioni tecnologiche dal Blackberry [letteralmente la mora, frutto di bosco, ma il telefonino NdR] all’iPod, (il lettore di musica digitale MP3 di Apple, [il cui acronimo Personal Option Digital Casting sarebbe tuttora controverso NdR] deputate a colmare il vuoto identitario e relazionale; l’uso del corpo femminile nel cinema e nella televisione; lo stesso «addestramento» degli psicoanalisti, in cui le libere associazioni e la creatività della relazione paziente-analista vengono stritolate dalla camicia di forza degli schemi e delle procedure; la labilizzazione del confine fra umani e robot, in uno scenario che vede sempre più persone che si fanno inserire microchip e protesi in silicone, spettatori dei reality show che aderiscono a modelli di vita finta e superficiale, androidi che somigliano in maniera impressionante agli esseri umani. Scritto quasi come un thriller, con nuove scoperte ad ogni capitolo, questo libro evoca la capacità di convivere con l’incertezza e di saper restare in ascolto delle sollecitazioni e delle sorprese della vita, smascherando i falsi idoli che soffocano la nostra libertà  [Sic!].
[049]. Una savana umorale del sesso astioso, sostanzialmente androginofilico, ma soprattutto chiacchierato, dove allignano presunte prevalenza di genere, misoginia, misandria, stereotipie e pregiudizi d’ogni sorta.
[050]. Salma, cadavere.
[051]. Un’alimentazione continua di stimoli, di input, una sorta di fleboclisi o goccia lenta dell’immagine che si autoalimenta nel Web o nei circuiti mediatici – ideali cinte di Moebius – rimbalzando da un sito all’altro della visibilità.
[052]. Scrive Heidegger in Essere e tempo: «L’espressione “fenomenologia” significa anzitutto un concetto di metodo […] il termine esprime un motto che potrebbe venir formulato così: torniamo alle cose stesse! E ciò in contrapposizione alle costruzioni campate per aria e ai trovamenti casuali: in contrapposizione all’accettazione di concetti solo apparentemente giustificati e ai problemi apparenti che si impongono da una generazione all’altra come veri problemi». Giovanni Reale, Dario Antiseri. Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi. Vol 3 “Dal Romanticismo ai giorni nostri”. La Scuola, Brescia, 1988, p. 429.
[053]. Si pensi ad esempio al potere di grande riconoscibilità (aziendale) del logo tondo del PdL: partizione troncata da nastro tricolore a dividere la parte superiore azzurra con scritta “Il popolo della libertà” da quella inferiore bianca con scritta “Berlusconi presidente”. La sua invadenza ricorda un marchio famoso insuperabile da anni lo scudocrociato della vecchia DC, di cui ha preso il posto con la spudoratezza di aggiungerci il nome del padrone. Ve l’immaginate un’araldica dello scudocrociato con la troncatura per scrivere sotto “De Gasperi presidente”. Neppure Andreotti ha mai osato tanto. Il “fenomeno italiano” sembrava grottesco e strapaesano, ma ha fatto scuola.
[054]. Cfr. Raffaello Vizioli e Sergio Mellina. L’inibizione nel sistema nervoso. Edizioni Minerva Medica, Torino, 1968.
[055]. Intervista/ Chris Anderson direttore di “Wired”, analizza nel suo saggio il modello “free” che ha conquistato il mondo. Autore dell’intervista è Federico Rampini. Gratis: l'ascesa inarrestabile dei prodotti a costo zero. Repubblica Giovedì, 24 settembre 2009, p 53.
[056]. Cfr. Sergio Mellina e Raffaello Vizioli. Argomenti di neurofisiologia clinica. Le Monografie de “Il Lavoro Neuropsichiatrico”, Roma, n. 1, novembre 1968.
[057]. Sergio Mellina, Chiara Mellina, Vittorio Mellina. Ossimori e paradossi della realtà virtuale. In: Angelo Torre., Francesco Valeriani (curatori) “Le dimensioni Virtuali dell’uomo dall’immaginario ad Internet” (pp. 101-136), A.R.F.N. Arti Grafiche Kolbe, Fondi, Latina, 1998.
[058]. Eugenio Montale. Ossi di seppia [1925]. Tutte le poesie a cura di Giorgio Zampa. Arnoldo Mondadori, Milano, 1991, 5a ediz. p. 42.

 
 
 
 

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