Lo stato dell'arte della tecnica psicoanalitica 2

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5 dicembre, 2019 - 11:59

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Rispondo alla seconda domanda. Ho cominciato le mie prime tre analisi nel 1948, quando ero assistente (sono medico) ed ero io stesso in analisi presso il professore Rudolf Brun a Zurigo. Nell'aprile del 1952, in collaborazione con Fritz Morgenthaler e Goldy Parin-Matthéy, ho aperto uno studio privato di psicoanalisi, che ancora oggi conduco, benché in misura ridotta. La psicoanalisi è la mia attività principale. Accanto ad essa ho tenuto, fino al 1955, uno studio di consultazioni neurologiche; dal 1955 al 1971, ho condotto una ricerca nel settore dell'etnopsicoanalisi e fino al 1981 ho espletato varie attività psicoanalitiche di carattere didattico e ho pubblicato dei lavori.

Le modificazioni della mia "tecnica" si possono raggruppare in tre categorie. Il primo gruppo (1)comprende modifiche tecniche in senso stretto, facilmente descrivibili, che si sono imposte durante i miei primi anni d'attività. Un secondo gruppo (2) riguarda misure volte a consentire, accanto alla psicoanalisi, la pratica della ricerca nel settore dell'etnologia. Il terzo gruppo, quello più importante (3), riguarda modifiche che non si possono quasi descrivere come "tecniche". Si tratta, secondo la definizione di Fritz Morgenthaler, dello sviluppo di una "dialettica della prassi psicoanalitica", che deriva in misura considerevole da esperienze psicoanalitiche in culture straniere.

1) L'analisi da me praticata veniva condotta a tre sedute settimanali di cinquanta minuti l'una. Ho cominciato con sedute della durata di 55 minuti; a partire dal 1952 ho preferito cinque sedute alla settimana, accontentandomi però spesso di quattro. Sono diventato sempre più disponibile ad eventuali modifiche del ritmo che si rivelassero opportune. Il minimo di sedute, per consentire lo sviluppo di un processo analitico, era (allora) una seduta di 120 minuti la settimana, il ritmo più serrato (allora) cinque sedute di 115 minuti l'una. Durante i primi quattro anni, di assistentato, ho dovuto lavorare gratuitamente. Le esperienze positive di quel periodo mi hanno indotto, in seguito, ad accettare le modalità di pagamento più svariate, compresi i finanziamenti esterni: mi sono sempre preoccupato però del fatto che il pagamento dell'analisi non compromettesse in maniera essenziale lo standard di vita. Non mi sono mai fatto pagare le sedute che non avevano avuto luogo. Ciò era concordato fin dall'inizio. I pagamenti in denaro non potevano così mai diventare un castigo reale per aver saltato una seduta. All'incirca fino al 1956 ho spiegato agli analizzandi, all'inizio dell'analisi, la cosiddetta "regola fondamentale"; in seguito ho lasciato cadere quest'abitudine, come del resto tutto ciò che, nel setting, è modellato sulla traccia di un contratto commerciale o giuridico, e ho lavorato invece allo sviluppo di un rapporto di reciproca fiducia. Tuttavia ho dovuto fare a meno di accettare analizzandi o analizzande nei confronti dei quali io avvertissi, durante i primi contatti, un'antipatia da parte mia non superabile. In linea di massima ho proposto "il divano", ma con il passare del tempo mi sono trovato sempre più spesso ad analizzare, sia stabilmente che temporaneamente, sedendo di sbieco di fronte all'analizzando, a seconda delle necessità di quest'ultimo.

2) Le spedizioni in Africa Occidentale duravano all'incirca, sei mesi ciascuna, e avvenivano ad intervalli di due o tre anni l'una dall'altra: un anno prima della partenza si sapeva, ogni volta con certezza, quando si sarebbe verificata la prossima interruzione. Prima di iniziare ciascuna analisi, mettevo l'analizzando al corrente di queste limitazioni della mia disponibilità. Non appena avevo progettato nuovamente uno di questi viaggi, informavo tutti coloro che in quel momento si trovavano in analisi della data del viaggio e della sua probabile durata, e fino alla partenza non cominciavo nuove analisi. Il dato di fatto dell'imminente interruzione venne da me, in linea preferenziale, inserito nel processo d'interpretazione, più o meno come ha raccomandato Kurt Eissler per il "parametro". Tale modo di procedere si è rivelato adeguato: né io, né Goldy Parin-Matthéy, né Fritz Morgenthaler (che si trovavano nella mia stessa situazione), abbiamo notato, in occasione delle sei spedizioni, che le analisi interrotte avessero subito pregiudizi considerevoli, né abbiamo potuto osservare dei contrattempi (quali interruzione della cura, gravi depressioni ecc.) che fossero da ricondursi all'interruzione.

3) Fin dall'inizio della mia attività professionale ho rinunciato a servirmi di quelle interpretazioni, raccomandate da Wilhelm Reich e spesso utilizzate da Rudolf Brun, volte a forzare la "corazza caratteriale". Al loro posto invece sono stati coinvolti nel processo interpretativo, allo scopo di analizzare i meccanismi di difesa, dei tratti "normali", poco appariscenti dell'analizzando (ad esempio la parsimonia di un piccolo uomo d'affari; l'hobby dello sci e dell'alpinismo, così frequente in Svizzera). Per analizzare degli atteggiamenti (dell'Io) conformi al ruolo, adattati, e dunque socialmente non perturbatori, che agiscono come difesa, è necessario coinvolgere nel processo interpretativo la critica alle istituzioni sociali. Se un operaio, che ha frequentato la scuola soltanto per quattro anni, si lamenta della sua impotenza nelle discussioni con i superiori, allora fa parte del processo d'interpretazione mostrargli come le sue scarse possibilità di ottenere buone cognizioni scolastiche vadano a consolidare una situazione di sfruttamento istituzionalizzato. Se un'analizzanda manifesta la sensazione di trovarsi in una posizione svantaggiata rispetto ai fratelli o ad altri uomini, è indispensabile rivelarle i meccanismi, a lei ancora sconosciuti, e che sono propri di questa cultura, per cui le donne vengono a trovarsi in una simile posizione, meccanismi a cui era e a cui continua ad essere esposta. Tale procedimento ha dato buoni risultati, sia nell'analisi di "nevrosi del carattere" avanzate o irrigidite, sia nell'analisi di "nevrosi sintomatiche classiche". Se tutto andava bene si arrivava a ciò che Reich voleva ottenere, vale a dire, secondo la riuscita definizione di Willy Hoffer, "ad una riorganizzazione funzionale del sistema di difesa". Il risultato teorico era la comprensione del fatto che non esistono funzioni dell'Io non conflittuali, autonome secondarie, bensì soltanto funzioni che risalgono a conflitti relativamente allentati che, in determinate condizioni, possono essere nuovamente attivati. A questo ampliamento del lavoro d'interpretazione corrisponde il tentativo di ampliare l'ambito del transfert. Di ciò fa parte il fatto di mantenere aperti, in linea di principio, alle interpretazioni l'atteggiamento e l'attribuzione di ruoli dell'analista, la sua persona reale con le sue particolarità individuali e specifiche del ceto da cui proviene, e in particolare la sua ideologia. In altre parole: tutto ciò che propongo come "setting" per l'analisi può essere sottoposto ad interpretazione. In tal modo l'analista è coinvolto nel dialogo analitico assai di più che non nel tradizionale "controllo del controtransfert". Ciò che resta dell'astinenza richiesta è soltanto il fatto che egli non soddisfa i propri desideri pulsionali. Comunque egli non può più essere un foglio non scritto o uno specchio vuoto per la vita psichica del paziente.

E' possibile che queste "modifiche della tecnica" non si siano determinate, come ritengo oggi, già prima delle esperienze africane, bensì soltanto in coincidenza con esse. Nelle ricerche etnopsicoanalitiche è diventato assolutamente evidente che:

  • - non esiste una normalità indipendente dalla cultura;
  • - tutte le difese (anche quelle che definiamo patologiche) sono, in determinate circostanze, in sintonia con l'Io;
  • - non soltanto i vissuti della prima infanzia, bensì in ampia misura anche l'adolescenza e gli effetti della società sull'individuo determinano profondamente la vita psichica;
  • - all'analista si indirizzano aspettative e proiezioni di ruoli che devono essere coinvolti nell'analisi, affinché, di volta in volta, il transfert possa svilupparsi e manifestarsi in maniera ottimale;
  • - una sufficiente apertura emozionale si stabilisce soltanto se l'analista permette di tener conto dei dati suddetti.

Da queste esperienze sono emersi alcuni mutamenti metodologici nelle mie analisi. Nessuna attività dell'Io, di qualunque tipo essa fosse, doveva più essere considerata patologica. L'ambito dell'analizzabilità (analizability) si è ampliato. La considerazione dei meccanismi di adattamento (identificazione [con l'ideologia] di un ruolo ecc.) dell'analizzando e delle attribuzioni di ruoli individuali e sociali dell'analista (età, sesso, ruolo tradizionale di medico, correlazioni individuali e specifiche di classe) hanno migliorato l'analisi della difesa, portando ad un transfert più aperto dal punto vista emozionale e spesso più trasparente. In particolare è stato possibile sottoporre ad un'elaborazione conscia lo squilibrio di potere sempre implicito nella cura. Con ciò la "cura" si allontana sempre più dalla terapia medica, avvicinandosi ad un processo emancipatorio di superamento del conflitto. Ho descritto questi sviluppi come modifiche della tecnica "consueta" o "classica".

Altrettanto valido sarebbe descriverli come il tentativo di liberare la pratica analitica da quelle deformazioni e da quegli irrigidimenti che la medicalizzazione della psicoanalisi e le particolarità del suo processo di sviluppo storico hanno comportato. Valutare da questa prospettiva, le mie modifiche tecniche sono tentativi di restare fedele al metodo psicoanalitico.

 

*Traduzione di Maria Noemi Plastino


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