Lo stato dell'arte della tecnica psicoanalitica

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12 ottobre, 2012 - 12:48

Vorrei rispondere alla seconda domanda che mi è stata posta, se cioè io abbia modificato la mia tecnica psicoanalitica rispetto all'inizio della mia attività. Innanzitutto vorrei integrare l'espressione "�io� ho modificato", che esprime una modifica attiva, cognitiva e teoricamente fondata, con l'espressione "la tecnica �si� è modificata". Essa accenna a modifiche sopraggiunte nel corso di processi esistenziali, quali l'invecchiare, l'avere dei figli, le esperienze vissute attraverso la malattia, le crisi esistenziali, i contatti con culture straniere, ecc., che hanno impercettibilmente mutato la mia immagine del mondo, le mie idee riguardo all'umanità, le mie scale di valori, la mia capacità d'amare e la mia tolleranza.

Dal momento che la formazione della tecnica, così come il suo perfezionamento, hanno luogo per un periodo di vari anni in un contesto didattico, vale a dire sotto l'influenza di maestri, vorrei occuparmi innanzitutto di essa, soprattutto per il fatto che lo sviluppo professionale dell'analista è segnato per anni, in maniera decisiva, dall'identificazione con il suo analista e dal distacco da questi.

Appartengo a quella generazione che, dopo la seconda guerra mondiale, cominciò la formazione psicoanalitica a Berlino, o nella parte occidentale della Germania. La situazione era caratterizzata dal fatto che soltanto a Berlino esisteva una formazione professionale organizzata secondo le norme dell'International Psychoanalytic Association (IPA) (a partire dal 1950). Qui insegnava un piccolo gruppo di analisti sopravvissuti al regime nazista. Nella parte occidentale della Germania c'erano soltanto qui e là degli analisti isolati che effettuavano l'analisi didattica secondo i principi della psicoanalisi freudiana. Io ne trovai uno a Monaco di Baviera. Essendo l'unico analista in città, egli era, contemporaneamente, analista didatta e si occupava anche della formazione. Dal momento che, a quell'epoca, non si disponeva di testi psicoanalitici, nella maggior parte dei casi nemmeno degli scritti di Freud, dovevamo attenerci completamente all'insegnamento personale.

La nostra formazione fu limitata dal fatto che gli analisti presenti a Berlino come nel resto della Germania, o appartenevano alla generazione più anziana, che nel 1933 era stata tagliata fuori dal processo di sviluppo internazionale e, di conseguenza, utilizzavano un'analisi che si basava sullo stesso livello di conoscenze precedenti il 1933, oppure facevano parte di quel piccolo gruppo che aveva cominciato la propria formazione psicoanalitica dopo il 1933, in condizioni estremamente limitative. Anche questi ultimi, come gli altri, del resto, sostenevano posizioni psicoanalitiche superate. Per alcuni di loro l'aver fatto parte, per anni, dell'Istituto di psicoterapia di Göring, dichiaratamente nazista, non era un fatto conclusosi senza lasciare danni. Essi avevano ripreso, spesso senza riflettervi, nel pensiero e nella pratica, alcuni aspetti teorici di Jung, Adler e Künkel. A causa della nostra inesperienza non eravamo in grado di percepire l'"adulterazione". Inoltre, essi avevano lo svantaggio di non disporre quasi per nulla di conoscenze derivanti dalla pratica psicoanalitica, perché, nella maggior parte dei casi, appena conclusa la formazione psicoanalitica, erano stati chiamati in guerra. Di conseguenza, imparammo una tecnica psicoanalitica che era soprattutto analisi di contenuto: l'analista seguiva in silenzio la produzione onirica e le associazioni, fino al momento in cui riteneva di poter dire qualcosa riguardo al contenuto.

Dopo essere tornati in possesso dei testi psicoanalitici, e dopo aver ristabilito i contatti con gli analisti stranieri, molti di noi scoprirono le carenze di questa formazione, e decisero di intraprendere una seconda analisi didattica presso gli Istituti psicoanalitici di Amsterdam, Londra, Zurigo e degli Stati Uniti, per completare la propria formazione teorica. Io andai a Zurigo. Il risultato di questo perfezionamento consisté nel fatto che divenni, da analista che tace e rispecchia, analista attivo, e da analista di contenuto analista di transfert. Qui appresi gli sviluppi della psicologia dell'Io e dell'analisi del carattere. Inoltre entrai in contatto con le teorie di Ferenczi e con la sua tecnica speciale di trattamento, che in Germania, come pure in altri paesi, era stata fino a quel momento rifiutata perché considerata dissidente in base al verdetto freudiano.

La modificazione della mia tecnica, che allora cominciò a determinarsi, si può riassumere in due punti: in primo luogo invertii la successione dei termini nel titolo del saggio di Freud Ricordare, ripetere e rielaborare in maniera tale per cui adesso il ripetere (nel transfert) veniva a figurare all'inizio. Adesso si parlava dunque di: ripetere, ricordare, rielaborare. Inoltre presi le distanze dal rigido concetto freudiano di transfert, che egli aveva definito come una mera ripetizione di vecchi modelli infantili, come un processo endopsichico, autonomo, e indipendente dall'oggetto. Mi divenne sempre più chiaro che la persona e il comportamento dell'analista, la sua maniera di trattare il paziente, il clima che egli instaura, influenzano il transfert; cominciai addirittura a capire che il controtransfert precede spesso il transfert, e deve necessariamente precederla. Compresi inoltre che l'analizzando e l'analista, fin dalla prima seduta, sviluppano fantasie l'uno nei confronti dell'altro, fantasie che vengono fortemente attivate dal particolare isolamento e distacco della seduta rispetto a tutto il resto, dal fatto che l'analista è uno sconosciuto, nonché dall'intimità della situazione. Imparai a chiedere a tali fantasie, sia nell'analizzando che in me stesso, che cosa esse avessero da rivelare non soltanto circa il passato, ma anche sul "qui e ora". Inoltre, daltransfert dei desideri pulsionali, ma anche e soprattutto dal transfert della difesa, imparai sempre di più sul loro carattere riferito all'oggetto: mi resi conto di non essere soltanto l'"attaccapanni deltransfert" (R. Fliess). Il risultato di questa modifica della tecnica fu un'evidente intensificazione e un approfondimento del processo analitico: nel "qui e ora" l'analizzando rivive al presente i suoi problemi. Se nell'analisi di contenuto essi gli erano sembrati, per lo più, soltanto una storia passata che si ripercuoteva sul presente, restando così facilmente nell'ambito di una costruzione reali, ed egli li esperiva in actu. Quest'esperienza mi offrì la motivazione per preferire all'analisi di contenuto l'analisi del transfert.

Un'ulteriore modificazione, strettamente collegata alla mutata comprensione del transfert, ebbe, per conseguenza, un rafforzamento della mia presenza emozionale. Essa condusse a un'ulteriore demolizione dell'ideale specchio-anonimità-neutralità-astinenza, un ideale proprio del pensiero accentrato sul metodo di quel Freud per mezzo del quale i rappresentanti di questa tendenza fondano l'ortodossia della loro tecnica.

Tale modificazione si determinò, da una parte, per il fatto che cominciai a trattare analiticamente le psicosi e le malattie psicosomatiche, dall'altra per il fatto che nel mio studio si presentavano sempre più pazienti per i quali l'assunto freudiano di un "ambiente affettivo probabilmente medio" precedente la fase edipica non corrispondeva a verità. Malati, insomma, le cui carenze strutturali dell'Io nella fase pre-edipica avevano determinato maggiormente la patologia di quanto non lo avessero fatto i conflitti edipici: gli unici nominati da Freud. Le variazioni della tecnica che ne risultarono si trovarono sulla stessa linea delle esperienze trasmesse da Ferenczi, Balint, Spitz e Nacht. Lavorando con questi pazienti scoprii che, fino ad allora, nella terapia delle nevrosi, mi ero servito di categorie di comprensione e immedesimazione che sono specifiche degli adulti. Esse si rivelavano adesso insufficienti. Mi trovai a dover sviluppare in me stesso delle nuove qualità di comprensione e immedesimazione, che mi aiutarono a comprendere il mondo primitivo dell'Io in evoluzione, con la sua psicologia assolutamente specifica, nell'ambito del rapporto tra madre e bambino. La sua giustificazione fondante risiedeva nella comprensione, sempre più approfondita, della limitatezza di un'applicazione della tecnica centrata sul metodo, metodo di cui mi apparve sempre più evidente il condizionamento storico - come ad esempio per quanto attiene i concetti di neutralità, anonimità, specchio, astinenza e regola fondamentale. La tecnica, secondo il mio pensiero, non può essere applicazione di regole e programmi teorici: essa dev'essere in rapporto operativo e funzionale con essi, vale a dire dev'essere una tecnica centrata sul paziente. Ciò mi ha procurato il piacere di un lavoro vivo, sperimentale, alla ricerca di nuove strade. Questa nuova tecnica, da una parte, ha ampliato il mio spettro di casi indicati all'analisi, dall'altra mi ha indotto a considerare criticamente la classificazione di certi pazienti come "non analizzabili", fino a quel momento metodologicamente fondata.

Il mio atteggiamento di rifiuto nei confronti della "non analizzabilità", e dell'obbligo, che necessariamente ne scaturisce, di offrire altre forme di terapia (ad esempio terapie a frequenza bassa) e altre forme di setting (terapia di coppia e di gruppo), ha avuto forti ripercussioni sul mio modo di lavorare. Lo stesso vale per la terapia delle psicosi. Queste integrazioni mi aiutarono a liberarmi dall'atteggiamento dell'analista classico e a intravedere nuove problematiche quali la maggiore complessità del trattamento dei malati psichici. In questo contesto i quadri clinici definiti, come pure la tecnica specifica ad essi di volta in volta riservata, persero significato.

L'influenza più profonda sulla mia maniera di lavorare è stata tuttavia esercitata dalla comprensione crescente del significato assunto da me, in quanto persona e in quanto analista, rispetto all'inizio, al decorso e alla conclusione del processo analitico. Tale comprensione scaturì di conseguenza dal rifiuto ad assumere la posizione oggettivante dell'osservatore, e dalla decisione in favore della "presenza". Lo sguardo, fino a quel momento prevalentemente rivolto all'analizzando, ai suoi conflitti e al suo modo di lavorare, si spostò maggiormente su di me. Dall'esperienza per cui gli ideali di neutralità, anonimità e astinenza dell'analista sono soltanto finzioni, che hanno validità soltanto finché vi si crede, ma che a una osservazione critica si rivelano come finzione, quindi dall'esperienza di un sostanziale coinvolgimento nel processo analitico, e dal riconoscimento di tale esperienza, giunsi a riconoscerne la validità per il processo analitico. Solo se partecipo. A quanto risultava dalla mia esperienza, solo se sono uno degli interessati al processo inconscio, posso comprendere il mio paziente. La formula che ne risulta è, per me, la seguente: senza il mio coinvolgimento, il processo analitico diviene un gioco intellettuale d'interpretazioni; un eccessivo coinvolgimento lo annulla. Ciò mi ha condotto ad indirizzare soprattutto su di me, durante il lavoro analitico con l'analizzando, lo strumento dell'analisi. Non, come sosteneva Freud, per evitare il controtransfert, bensì per comprenderla e per usarlo da un punto di vista tecnico.

 

*Traduzione di Maria Noemi Plastino

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