IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Per un collettivo di pensiero psicanalitico

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29 gennaio, 2016 - 09:32
di Antonello Sciacchitano

Nell’inaugurare questa rubrica di POL.IT, intitolata Il soggetto collettivo, rivolgo un cordiale ringraziamento a Francesco Bollorino, per la magnanimità e la fiducia, non meno che per il coraggio e la spregiudicatezza, con cui in questo prestigioso blog collettivo ha dato spazio a uno psicanalista free lance – più free che lance – non garantito da alcuna istituzione di appartenenza né professionista di qualche accettata e facilmente riconoscibile ortodossia di scuola.
Poche parole sul curatore di questa rubrica e sul progetto culturale che propone. Userò poco il propone personale “Io”, avendo urgenza di passare all’“Es”.
La mia formazione è scientifica. Da giovane studente di medicina ho passato quattro anni all’Istituto di Anatomia Normale, dove ho appreso le tecniche dell’indagine morfologica (microscopia ottica ed elettronica). Dopo la laurea ho frequentato per sei anni l’Istituto di Biometria e Statistica Medica, che mi ha educato all’uso del metodo induttivo, a partire dai dati sperimentali, per la convalida o la confutazione delle congetture scientifiche. L’applicazione della matematica alla medicina mi ha costretto a una vera riforma intellettuale: l’abbandono delle forme di pensiero analogiche e l’acquisizione di una mentalità rigorosa, basata sulla deduzione matematica, senza però mai rinunciare al riferimento intuitivo.
Divenuto analista, dopo un lungo percorso di analisi personale in ambito lacaniano, conclusosi con il rito di passaggio da analizzante ad analista – la cosiddetta passe – presso la celebre École freudienne de Paris, diretta da Jacques Lacan, ho conservato molto del mio originario imprinting scientifico, come dimostrano diverse mie pubblicazioni – ricordo solo quelle edite sulla rivista di filosofia “aut aut”, di cui in seguito divenni redattore.
Finisce essenzialmente qui la mia breve presentazione personale, che tuttavia si prolunga senza soluzione di continuità nella poco più ampia presentazione del progetto culturale di questa rubrica, intitolata al soggetto collettivo. Con una preoccupazione di cui presto dirò.
Il tema è sempre quello, il mio: la scientificità, ma della psicanalisi questa volta.
È un tema, tipicamente freudiano, ma scabroso, che generalmente non si ama affrontare. Criticando l’analisi delle resistenze, Lacan usava dire che la maggiore fonte di resistenza all’analisi è nell’analista. La mia esperienza conferma e precisa l’insegnamento del mio maestro: l’analista, come tutti e forse più di tutti (Freud e Lacan compresi!), resiste alla scienza in generale; in particolare resiste alla scienza della psicanalisi, alla “giovane scienza” freudiana (die junge Wissenschaft).
Questa resistenza si articola su due livelli: individuale e collettivo.
A livello individuale la cosa è evidente nell’inibizione tipicamente umanistica a mettere le mani nella cassetta degli attrezzi dell’uomo di scienza: la misura, la quantificazione, l’oggettivazione sperimentale, la formalizzazione, l’approccio meccanico e atomistico; sono tutte pratiche che il resistente alla scienza – uno di quelli che pensa che “la scienza non pensa” – definisce in modo spregiativo “scientiste”, intendendo magari che la scienza è “l’ideologia della soppressione del soggetto” (è addirittura Lacan a dirlo in Radiophonie, 1970).
Da qui la preoccupazione cui accennavo. Se questa rubrica si propone come scientifica, corre il molto probabile rischio di essere destinata a un flop. La scienza non è oggi un cavallo vincente nell’ippodromo culturale. Credo che Bollorino abbia considerato e valutato la probabilità di questa evenienza. Se si verificherà, la responsabilità di aver puntato sul cavallo sbagliato sarà esclusivamente mia.
Ma non è contro le resistenze individuali alla scienza, affatto palesi e in fondo secondarie, che voglio orientare i miei sforzi in questa rubrica. C’è una resistenza più sottile ma più robusta, perché collettiva, che lo stesso Lacan mi ha insegnato a riconoscere in psicanalisi. La vera resistenza alla psicanalisi si oppone a praticare la “scienza congetturale del soggetto”, nel senso proposto da Lacan stesso in molti suoi scritti, almeno fino al 1966. Succede allora che si è magari disposti ad aprire le porte alla soggettività, ma non alla congettura. La “scienza” deve essere certa, addirittura dogmatica come una religione, non congetturale come una scienza. Allora guai a dire che l’edipo è una congettura. Si passa per antifreudiani, che pretendono scalfire le certezze tradizionali dell’ortodossia.
Poco male. In fondo, è solo una questione di fede personale credere o non credere a certi dogmi della psicanalisi, non solo di quella freudiana. Il punto, cui maggiormente si resiste, è un altro: è la pratica collettiva della congettura scientifica. Non si fa scienza da soli – non si pensa da soli. Le congetture sono la moneta che circola nel collettivo di pensiero scientifico – nel Denkkollectiv secondo Ludwik Fleck. Ci sono le monete buone che passano di mano in mano: sono le congetture confermate dall’esperienza. Ci sono le monete cattive, che vanno al macero: sono le congetture confutate dall’esperienza. In psicanalisi il risultato è l’effetto di un “esperimento terapeutico” – der therapeutische Versuch, secondo Freud – di cui non si sa prima l’esito. Il modo di sperimentare congetture costituisce la pratica del collettivo di pensiero scientifico. In psicanalisi, non diversamente dalla fisica e dalla biologia, il soggetto collettivo mette alla prova congetture; il loro particolare nome psicanalitico è “cure”. La mia proposta e di valutare insieme ad altri con lo stesso mio interesse l’efficacia delle cure psicanalitiche del soggetto.
Di tale pratica collettiva intendo occuparmi in questa rubrica. La precisazione è doverosa, perché non intendo invadere il territorio di quella particolare pratica collettiva che è la psicanalisi di gruppo, cioè la psicanalisi individuale allargata al gruppo cui l’individuo appartiene. Mi rivolgo al gruppo in quanto tale che fa psicanalisi: analizzanti, analisti e tutti gli interessati alla pratica psicanalitica. Un po’ di tempo fa scovai un nome per indicare questa pratica. Memore dei miei trascorsi statistici, l’ho chiamata metaanalisi, nel senso di analisi successiva all’analisi personale. Il nome non ha avuto fortuna, perciò lo rilancio con una certa ostinazione sintomatica, certo come sono che questa rubrica potrà diventare non solo il luogo dove si parla in teoria di soggetto collettivo ma dove se ne costituisce effettivamente uno in ambito “psi”.
Allora, facciamo pure le analisi personali, facciamo anche le analisi didattiche, non censuriamo neppure le analisi di controllo, le cosiddette supervisioni, ma poi mettiamoci insieme a discutere dei risultati individuali per proporre alternative collettive. Questa è la meta, questa è la scommessa.
Già, le alternative. Il punto è cruciale. Se la psicanalisi è una dottrina, se propone dogmi calandoli dall’alto di qualche autorevole ipse dixit, se la formazione psicanalitica è conformazione a certi ideali scolastici prestabiliti, dimenticando che l’inconscio è originariamente rimosso e non sarà mai completamente prosciugato da qualunque “teoria”, non ci saranno mai alternative. E non ci sarà mai pensiero psicanalitico, quindi neppure questa rubrica, cui Francesco Bollorino ha dato la possibilità di esistere.

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Commenti

Sono perfettamente d'accordo con il progetto di dare alla Psicoanalisi, nelle sue varie scuole e declinazioni, una dimensione collettiva e sociale, Già presente in Freud, quando si augurava nel 1918 che la psicoanalisi avesse per il popolo le stesse virtù curative della chirurgia salvatrice e quindi auspicava una diffusione popolare e gratuita, per chi non aveva i mezzi, delle terapie orientate psicoanaliticamente. L'altro aspetto che reclama un ripensamento collettivo e sociale sull'influenza che la psicoanalisi ha avuto sui rapporti sociali ed economici e soprattutto sulle dinamiche delle arti nello sviluppo dell'antropologia, delle conoscenze e dei limiti dell'umanità. Anzi si potrebbe dire che in questo tempo critico e di passaggio, il ruolo della psicoanalisi, liberata dai suoi riti e dalle sue chiese, potrebbe essere determinante per ritrovare i fondamenti della condizioni umana. Anche alla luce dell'indifferibile confronto che il superamento delle mura della Steinof (il manicomio di Vienna, limite per Freud) ha posto alla cultura e alla pratica della psicoanalisi con la follia sempre più albergante fra noi e non più sequestrata e rimossa. Ma è un discorso lungo e complesso!

Il discorso lungo e complesso deve partire da un ben preciso "giunto dolente": l'articolazione tra soggetto individuale e collettivo. La mia esperienza non istituzionale della follia (quando arriva in istituzione la follia è già denaturata, cioè è già diventata psicosi) mi ha convinto che il punto critico è lì: non ci si può prendere cura della follia come caso singolo; la follia è un caso collettivo; purtroppo i nostri maestri non ci hanno consegnato gli attrezzi per curare il caso collettivo, ma l'hanno ridotto a caso individuale con le varie metapsicologie o con le più diverse mitologie, che sono un modo astratto di trattare il collettivo.
Tuttavia, dobbiamo farci coraggio e tentare nuove vie, provare nuove congetture, ben sapendo che si può fallire. Uno dei miei prossimi interventi sarà sulla psicanalisi in estensione, cioè sulla possibilità di uscire dallo psicanalismo individuale. Ricordo solo che per la sua "Psicologia delle masse e analisi dell'Io" Freud ricevette il plauso di Hans Kelsen, il teorico delle norme giuridiche, perché il creatore della psicanalisi aveva trattato la massa come insieme di individui tra loro separati e con la stessa psicologia valida per il singolo: stessa libido, stesse identificazioni, stessa mitologia edipica. Su questo punto Freud va corretto dal suo stesso freudismo.
Grazie per il commento che mi ha fatto pensare.


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