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PTSD Stress Post-Traumatico: che fare?
di Raffaele Avico

COSA ACCOMUNA LA PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA PER IL PTSD E I RITI DI TARANTISMO? IL CORPO

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17 marzo, 2019 - 15:39
di Raffaele Avico

Il rituale della taranta prevedeva che una donna (ma in casi rari anche un uomo) “pizzicata” dal morso di un ragno, dovesse sottoporsi a un rituale di danza e musica al fine di epurare il male contratto a seguito del morso. Questo rituale avveniva per mezzo di una sessione musicale in cui strumenti centrali erano il tamburello e il violino, e come strumento secondario la chitarra.
Nel rito tradizionale, la donna veniva prima sottoposta a una fase iniziale in cui necessitava di essere scazzicata, cioè toccata, smossa dal suono: questo processo iniziale poteva durare parecchio tempo finchè non si fosse trovato il particolare mix di suoni in grado di smuovere il corpo, a terra, della donna. In qualche modo è come se gli strumenti e la donna si accordassero tra loro: avvenuto il "tuning", poteva cominciare il rituale estenuante di musica e ballo forsennato, fino a una risoluzione prostrata del rito con la donna a terra, esausta ma “guarita”. Alcuni rituali potevano arrivare a giorni interi di musica e ballo.

Cosa connette questo tipo di pratica rituale e terapeutica a ciò che oggi viene studiato a proposito della psicoterapia dei traumi? Molto, soprattutto se pensiamo alla recente riscoperta del corpo e del suo utilizzo in psicoterapia. Peter Levine in primis, insieme a Pat Odgen con la sua psicoterapia sensomotoria, ci raccontano di uno stress post traumatico precipitato in forma corporea, quindi di origine psichica ma grandemente osservabile nelle sue ripercussioni somatiche. Il PTSD è una sorta di disturbo della memorizzazione con forti implicazioni in termini corporei. Laddove non si riesca a lavorare direttamente sulla memoria, un approccio corporeo consente di “scaricare” il corpo da quelle che Pat Odgen racconta essere le “tendenze all'azione" inespresse, e che Peter Levine descrive come “emotività” imprigionata nel corpo, riferendosi in particolare ad emozioni primarie e forti, tipiche di eventi estremi, come la rabbia e la paura.

IMMOBILITÀ + PAURA

Uno dei concetti chiave per capire la concettualizzazione del trauma di Peter Levine, è il connubio che Levine postula tra immobilità e paura. Non c'è trauma senza entrambi questi aspetti: il trauma si produce perchè la persona è intrappolata in un'immobilità terrifica: in psicoterapia occorre districare questo nodo, separare la paura dall'immobilità per mezzo, Levine sostiene, anche del corpo. Qualsiasi forma di movimento quindi che produca un “riattivarsi” del corpo, nell'idea di una risoluzione teleonomicamente corretta di ciò che nel contesto dell'evento traumatico fu bloccato, è in questo senso terapeutica. Spesso l'immobilità terrorizzata del paziente vittima di un trauma, blocca ogni tentativo di attacco/fuga (la risposta naturale di un animale spaventato da un predatore): prescrivere al paziente di integrare alla psicoterapia un'attività fisica smobilizzante, come la corsa, un'arte marziale, si fonda sul razionale clinico di “scaricare il corpo”, sciogliendo il nodo paura/immobilità, verso un duplice obiettivo:

  • portare a compimento le tendenze all'azione rimaste bloccate quando il trauma si originò (gli animali si scuotono, o utilizzano un tipo di tremore chiamato tremore neurogeno, come qui approfondito)
  • promuovere senso di maggiore controllo sulle attivazioni neurofisiologiche procurate dalla memoria del trauma (il ricordo del trauma si affaccia alla coscienza riverberando sul corpo attraverso un insieme di sintomi molto fisici, come tachicardia, sudore freddo, senso di non essere radicati a terra).

Il ballo, e probabilmente anche il ballo della tarantolata, si colloca entro questa tipologia di strumento clinico.

La fase di ricerca del suono che “scazzica” è interessante perchè ci racconta di una tonalità musicale da accordare a un qualcosa di interiore, rimasto bloccato, il che è facile da comprendere se pensiamo a un brano musicale che sappia emozionarci anche senza l'uso di parole: evidentemente il linguaggio emotivo usa canali più complessi di quello solamente linguistico, altrimenti non avrebbe senso l'arte in generale: alcune forme di percetto non linguistico, ci riescono ad agganciare emotivamente, come in modo pre-cognitivo, intuitivo, o pre-verbale.

La fase della ricerca del giusto “suono” va quindi interpretata come un momento di “ascolto” o di sintonizzazione allo stato psichico della pizzicata, seguendo un canale pre-verbale, o meglio, a-verbale. Da lì, il rituale del tarantismo veniva condotto a esaurirsi per mezzo di una ripetizione ritmica, tribale, di un pattern tendenzialmente sempre uguale di testo e linee musicali.

Quindi: fase 1: ascolto/sintonizzazione; fase 2: ripetizione/epurazione. Come se prendessimo un passaggio di un brano che ci emoziona particolarmente, lo mettessimo in repeat continuo, fino a piangerne, e poi smettessimo di sentirlo quando avesse perso il suo “potere” curativo. Il che probabilmente è un modo di auto-curarsi molto diffuso e sottoscrivibile. Questo, ma elevato al quadrato, con tempi e modi più intensi, è un rituale di tarantismo, anch'esso costruito al fine di “sciogliere” e “indirizzare a un compimento” emozioni complesse, rimaste in forma “solida” all'interno dell'individuo, come un nodo che venga disciolto.

La letteratura sul tarantismo, come ho già scritto qui: http://www.psychiatryonline.it/node/7720, racconta di storie individuali, quelle delle tarantolate, costellate non solamente da problemi post-traumatici, ma anche da questioni più tradizionalmente nevrotiche (come sensi di colpa arrivati a divenire sindrome isterica, vissuti di indegnità, conflitti di coscienza maturati in seno a una cultura patriarcale, maschilista e sostanzialmente retrograda, animata da credenze pagane e superstizioni antiche e difficili a morire): in questo caso il ballo, la cura, aveva sempre la funzione di “espettorare” il male per via di un rito eseguito all'interno di una comunità coesa. E' ipotizzabile che il rituale fosse messo in atto al di là di quale fosse la causa prima del “disturbo” della donna colpita dal morso, per il quale veniva dunque messo in campo lo strumento “corporeo”, laddove gli “altri guaritori” (medico e prete, sostanzialmente) avevano fallito.

“ci e’ taranta lassala ballare

ci e’ malencunia cacciala fore”

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