Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

LA DOPPIA MORTE DI GEROLAMO RIZZO: L’omicida delirante e l’homo sacer

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13 giugno, 2020 - 18:46
di Sarantis Thanopulos

Dialogo con Francesco Bollorino e Gilberto Di Petta 

  

Sarantis Thanopulos: “Riprendo la nostra conversazione su Gerolamo Risso, che all’inizio del secolo scorso uccise a Genova il “primo” prete incontrato sulla sua strada. Partito dalla figura di una donna che invadeva la sua vita, perseguitandolo, il delirio di Gerolamo si è stabilizzato in un’avversione nei confronti della chiesa e dei preti. Figure simboliche dell’impossibilità di costituirsi come uomini nei confronti di una figura femminile sacrale e inaccessibile, i preti erano stati investiti dell’odio impossibile nei confronti della madre e del suo legame con una figura paterna astratta, costituita come potenza spirituale, desessuata. Sennonché nell’atto omicida che ha fatto di un prete qualsiasi il rappresentante generico della “classe” di tuti gli uomini desessuati (Gerolamo stesso compreso), il delirio faticosamente, fragilmente  aggrappato alla dimensione simbolica si è desimbolizzato. Uccidendo un essere umano come se fosse un’entità numerica, Gerolamo si è collocato nella posizione dell’homo sacer, nel senso che gli attribuisce Agamben: al tempo stesso dentro e fuori dalla giurisdizione umana. Per essere ucciso, anni dopo, da un altro homo sacer, compagno di reclusione. Perdendosi nel nucleo oscuro di ogni ordinamento giuridico: l’uccisione impersonale dell’altro.”   

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Gilberto Di Petta: “Sarantis ha reso una stringente ermeneutica del contenuto del delirio di Gerolamo che, evidentemente, nessuno dei clinici che egli ha incontrato, è stato mai in grado di fare. Purtroppo si tratta, o si sarebbe trattato, se mai il paziente avesse incontrato un clinico di formazione psicodinamica, di una lettura “a posteriori”, ovvero dopo la tragedia, poiché Gerolamo, come ancora oggi accade, non è venuto all’osservazione clinica se non dopo il delitto. Dunque il primo punto critico è riuscire ad offrire, a queste persone, l’aiuto prima dell’agito. Il secondo punto è che questo delirio, oltre che ad un’analisi del contenuto, si presta ad una analisi della forma, ovvero del suo modo di strutturarsi. Quello di Gerolamo è un delirio che si costruisce per apposizione, cioè pezzo dopo pezzo, e per conferma, come le tessere di un puzzle, piuttosto che annunciarsi, di colpo, come una verità rivelata. Questo dettaglio formale, che la fenomenologia vividamente coglie, avrebbe lasciato molto spazio ad un lavoro terapeutico con la personalità, la storia e l’esistenza di Gerolamo, togliendo, forse, terreno alla processualità della malattia e all’inevitabilità della morte, data e subita.” 

 

Francesco Bollorino: “Quel che doveva esser fatto fu fatto... Con queste parole Gerolamo Rizzo nel memoriale che abbiamo pubblicato descrive il suo gesto, nessun accenno al “come” (raccontato, con macabra dovizia di particolari, per altro nel libro dalle cronache d’epoca rintracciate) ma una vita intera quale ragione di un “perché” non colto, non contenuto, non capito. Ciò che mi ha colpito di converso è invece la quasi assenza dai giornali del tempo (due righe in cronaca) del racconto della successiva morte in Manicomio del protagonista della storia in una reificazione formale e sostanziale di quel processo di esclusione e abbandono che il manicomio costruiva attorno ai suoi ricoverati. Un mondo a parte dove nessuna “sacralità” era ammessa o riconosciuta e soprattutto compresa. Amo dire che la psichiatria cura ultimi che non saranno mai primi agli occhi del mondo. La storia di Gerolamo è anche questo: un monito dal passato che può, deve riverberare nell’oggi nelle coscienze di chi cura certo, ma anche nella coscienza di una società che esclude il divergente, il diverso al di fuori e al di là, spesso, della formalità apparente del politically correct


 

 

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